Recensioni

Panopticon – Autumn Eternal

2015 - Nordvis Produktion
black metal

Ascolta

Acquista

Tracklist

1. Tamarack's Gold Returns
2. Into the North Woods
3. Autumn Eternal
4. Oaks Ablaze
5. Sleep to the Sound of the Waves Crashing
6. Pale Ghosts
7. A Superior Lament
8. The Winds Farewell

Web

Sito Ufficiale
Facebook

Bisogna essere dei veri temerari per aprire un disco black metal con un pezzo di puro bluegrass. Austin Lunn lo fa e si dimostra, quindi, il più coraggioso tra i blackster. Allora perché parlare di post-black quando si descrive la sua creatura Panopticon? Country e bluegrass sono pura tradizione statunitense, il black, mi insegnano i trve kvlters, è tradizionalista, Lunn nasce in Kentucky e allora tutto torna. Certo, respirare Americana mentre ci si attende il disastro è un’esperienza singolare, bisogna ammetterlo, si dovrebbe avere il coraggio dell’apertura mentale, cosa che, in questo genere soprattutto, non è contemplata affatto. Così sia.

Se siete invece abbastanza aperti a tutto ciò “Autumn Eternal” è un disco che può far la differenza. E la fa cominciando, appunto, con “Tamaract’s Gold Returns”, e il retrogusto di Hank Williams filtrato dalla tristezza più alt-country figlia del dolore di Vic Chesnutt fa capolino e accompagna tra le foreste tanto care a Lunn con tanto di field recordings a rendere il descrittivismo musicale più tangibile che mai. L’amore per il lato selvaggio della propria terra è rimarcato senza remore, ed è un sentimento che prende alla gola e mischia le viscere dando i natali a composizioni pregne di sapore epico ed emotivo come “Into The North Woods”, la cui furia è mite melodia in un corpo mostruoso, o le ferine distruzioni infestate dal ricordo di una Norvegia spettrale che si sovrappone alla propria terra d’origine (emblema di questo discorso è la bandiera del Kentucky mischiata a quella norvegese sul retro del booklet) di “Autumn Eternal”, frammentata da eco vocali ed aperture debordanti. Il fantasma shoegaze non tarda comunque ad arrivare sull’immensa “Pale Ghosts”, arricchita da armonizzazioni ascendenti e da un assolo fulminante, a dimostrazione dell’attenzione che Austin da alla musica del proprio Paese oltre la trincea della tradizione, mischiando l’intenzione monumentale degli Emperor al sentore di un’imminente fine del mondo proprio di certo post-rock, come dimostra la parte centrale del brano in cui le grida disumane lasciano spazio a una delle melodie vocali migliori ch’io abbia mai sentito in un disco black metal. Intanto il germe Americana torna a farsi sentire a gran voce sull’elettricità a cielo aperto di “The Wind’s Farewell”, che potrebbe essere il pezzo forte del disco se non fosse che tutti i brani proposti tendono ad essere di una bellezza insensata, ma è la chiusura perfetta, l’addio alla foresta, il ritorno sulla strada asfaltata, l’abbandono di fantasmi che accompagnano viaggi come questo.

Viaggi da cui non si torna facilmente.

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Altre Recensioni

www.impattosonoro.it utilizza i cookies per offrirti un´esperienza di navigazione migliore. Usando il nostro servizio accetti l´impiego di cookie in accordo con la nostra cookie policy. Scoprine di più | Chiudi