Non c'è più il jazz di una volta

KAMASI WASHINGTON: Non c’è più il jazz di una volta (e ‘sticazzi) #4

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Butta via il grammofono

Piantala col telegrafo

Con ‘sto swing ora basta

Voglio solo roba molesta

É questo il jazz che ho in testa

“Topo Gigio sei veramente fortissimo! Potresti venire a distruggere un concerto jazz?” “Sì, certo. AAA” SDRSH.

Da anni ormai mi ero convinto che la cosiddetta “blackness” passasse, e si manifestasse, solo ed esclusivamente attraverso l’hip-hop ed i suoi derivati anche se il folle mix di stili e culture che caratterizzavano l’arrivo del rap, dagli anni ’80 fino alla fine degli anni ’90, si sono, per l’appunto, fermati lì, almeno sui grandi canali. La botta di vita, la lotta e il furore, la riscoperta delle radici, il crossover dettato dal sampling, tutto fermo. Almeno in superficie. Non c’è più bisogno di un David Foster Wallace ad insegnare il rap ai bianchi, in cattedra ci sono persone poco qualificate, mentre quelli che ne sanno sono relegati nell’ombra. Salvo rari casi, che so, i Run The Jewels o, meglio ancora, Kendrick Lamar. Ma che ne voglio sapere io di “blackness”, che sono bianco e sono ciò che di più lontano ci possa essere da Foster Wallace, mi direte, giustamente, voi. Apparentemente nulla. Ma questo potentissimo mezzo chiamato internet mi permette di pormi delle domande in pubblico. Allora mi chiedo, ad alta voce, anche se parlo da solo, tipo i matti, quando ha smesso la suddetta “blackness” di tirare in superficie i jazzisti? O meglio, quando hanno smesso i jazzisti di essere la voce di un popolo? Possibile risposta: da quando è arrivato il rap. Allora: quando hanno smesso i jazzisti di essere “visti” da tutti e non solo dai patiti del genere? Non sarebbe strano parlare di star quando si tirano in ballo i nomi di Miles Davis o John Coltrane (uno volontariamente, l’altro meno), mentre suonerebbe anomalo parlare della stessa cosa accostandovi nomi come quello di Christian Scott, per dirne uno a caso. Ma è meglio che mi affretti ad arrivare al punto, prima che qualche puritano della tastiera mi bacchetti dicendo che mi dilungo.

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A sovvertire la tendenza del grande pubblico nell’ignorare un jazzista al di fuori del proprio campo da gioco arriva Kamasi Washington. Il ragazzo in questione nasce nel 1981 a Los Angeles e quindi si prende tutto il riflesso di una cultura fatta di violenza e repressione, entrando nella medias res di un ambiente già formato e caratterizzato da bande di quartiere e dalla violenza moderna, legata al doppio filo con l’hip-hop, che lo vogliate o no, l’antagonismo “bandistico” professato dai Public Enemy, il potere intellettuale degli A Tribe Called Quest e la pace dei De La Soul non sono diventati il verbo predominante. La soluzione per Kamasi è la sua propensione al mondo della musica. La madre Valerie suona il flauto e insegna scienze mentre il padre Rickey è un sassofonista. Ed è proprio il sassofono l’arma scelta da Washington per farsi strada attraverso i Crips e i Bloods e la Hamilton High School Music Academy il campo di battaglia perfetto. La sua gang, durante gli anni della high school, è una soltanto e non porta colori, semmai cromatismi, e prende il nome di “The Young Jazz Giants“. Da qui all’università è un passo, ed è proprio alla UCLA che Kamasi affronta il corso di etnomusicologia, scoprendo tutta una branca di musica non occidentale che gli rimarrà incollata addosso negli anni a venire. Ma perché vi ho tanto rotto le palle col rap all’inizio dell’articolo? Presto detto: a vent’anni Kamasi viene introdotto a Snoop Dogg dal produttore Terrace Martin, amico d’infanzia del Nostro nonché uomo dietro al banco mix di Dogg, di Robert Glasper e un paio d’altri pesi massimi, ed è proprio Snoopy Doggy Dogg a volere il giovane virgulto del sassofono sul suo disco “R & G (Rhythm & Gangsta): The Masterpiece”, nello specifico sul brano “No Thang On Me”. Niente di epocale, non ancora, ma siamo agli inizi, c’è tempo. Fa strano che un ragazzo che ha volutamente evitato l’affiliazione al gangsterismo spiccio si ritrovi in un disco di questo tipo, ma a vent’anni ti arriva un king come questo e ti dice “mettimi i fiati su un brano [brutto come pochi altri, ndr]” e tu che fai? Lo mandi affanculo? No di certo. Passano gli anni e la fama di Kamasi cresce, lo porta alla corte dello zappiano George Duke, prima, e di Flying Lotus, poi. Così ce lo ritroviamo su quel capolavoro d’electro-blackness (rieccoci qua) che è “You’re Dead” incrociando il fiato con gente del calibro di Deantoni Parks (un altro ignorato dal grande pubblico, soprattutto oltreoceano, ma che meriterebbe enormi attenzioni) e di Thundercat. Ogni pezzo da lui toccato acquisisce classe e infonde armonia.

Kamasi Washington performs live in the KCRW studio.

Arriva il 2015 ed è il grande anno. Kendrick Lamar (e il cerchio si chiude) e Terrace Martin (di nuovo lui) vogliono Kamasi sul nuovo album del rapper di Compton, “To Pimp A Buterfly“, dapprima su un solo brano, in corso d’opera su molti altri, ed è tempo di fama ed esplosione (ce lo ritroveremo in posti assurdi, come al Primavera Sound Festival o al Le Guess Who, pronto a darsi in pasto al pubblico altro, finalmente, e il cerchio ora è davvero chiuso, il jazzista Washington non è solo un fiato sotto le rime delle superstar, è egli stesso stella visibile a occhio nudo). Kendrick non solo è un rapper eccezionale, ma è pure un atipico del genere, quando rappa sembra Charlie Parker, ciò nonostante ottiene un successo allucinante e fa avvicinare al verbo dell’hip-hop anche chi ne è digiuno, ed è proprio in un ambiente come questo che Kamasi può prosperare, perfetto sideman di questo fuoriclasse del rhyming, da un tocco morbido e fluido al disco, quando appare il suo sax è pura magia, compone e arrangia e temo sia proprio lui il vero fautore della bellezza del disco, secondo solo ai testi del padrone di casa. Ma l’estetica folle di Kamasi non è paga, non gli basta essere eterno collaboratore della cultura rap, un jazzista ha bisogno di un più ampio “palcoscenico”, lui stesso dice, in un’intervista, “sono sempre stato infilato in situazioni in cui non ho potuto applicare quanto ho imparato nel jazz. Il jazz è un telescopio, mentre il resto della musica è un microscopio”. Il modo migliore per unire tele e micro è quello di incidere un disco suo. Anzi, tre. Nasce così “The Epic“.

KAMASI WASHINGTON – THE EPIC (Brainfeeder, 2015)

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Cosa porta un musicista a comporre un triplo disco nel 2015? Ancora non lo so. Forse tutti gli anni passati a fare da sideman hanno reso il sassofonista losangelino così affamato da dover esternare il maggior numero possibile di emozioni. Ed è proprio ciò che accade qui. Radunata una vera e propria big band, con tanto di archi e cori, Kamasi parte e non si ferma più. Il minutaggio delle composizioni è talvolta impossibile, ma è una situazione che ci riporta agli anni d’oro del jazz. Troviamo melodie che prendono Thelonious Monk e lo inchiodano a Count Basie (“Change Of The Guard”), un uso allucinante dei temi principali e un’immersione totale nel lavoro fatto da Shepp e Coltrane (la pazzesca “Askim”) e ancora sintomi di Mancini e Morricone che vanno a braccetto nella notte (“Isabelle” fa quasi paura) e prove di jazz vocale che divora l’r’n’b quasi come fosse un Robert Glasper esasperato e classico oltre i limiti (“The Rhythm Change” e la languida “Henrietta Our Hero”, entrambe coronate dalla voce celestiale di Patrice Quinn). Oltre ai temi c’è di più e lo spirito di Sun Ra non tarda a palesarsi (“Miss Understanding” l’esempio chiave, la tensiva “Re Run”) e c’è spazio per un sano amore per le ballads (fate partire “Seven Prayers” ed è subito limone), oltre a tributi “western” che levati (“The Magnificent 7” porta il marchio dei cori Bernsteiniani) e saluti lontani a Debussy (la sua “Clair De Lune” piegata al jazz atemporale di Kamasi è qualcosa di pazzesco).

Impossibile scavare a fondo nel corpus di un disco simile e scomporlo o semplificarlo per una recensione. Potreste semplicemente provare a comprarlo, metterlo sul piatto e immergervi in un mondo in cui passato e presente si fondono e confondono la propria presenza l’uno nell’altro. Vi basteranno tre ore lontani dagli schermi. E forse è proprio ciò che Kamasi vorrebbe.

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