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Io non sono referenziale – La non troppo breve e folle storia di Rino Gaetano #2

Il Rino adolescente è un fiume in piena: studia e prende appunti su tutto quel che lo circonda, per lui la scuola non rappresenta solamente una fonte di apprendimento e le prime normali interazioni con i suoi coetanei, ma anche un modo nuovo per iniziare a scoprire il mondo. Un mondo immerso nel verde e che per questo, con ogni probabilità, lo riporta indietro ai suoi primi dieci anni di vita quando assieme alla famiglia viveva a Crotone. Quando ancora non era stato ‘abbandonato’, perdonateci l’iperbole, nelle lande vicino Terni.

Come detto Rino passa molto tempo a riflettere, riempiendo miriadi di quaderni con pensieri e disegni vergati con fare incerto, in uno stile che solamente un adolescente, o un inesperto di disegno, possiedono. Nel frattempo arriva prima la licenza media e a seguire quella superiore sotto forma di un diploma in ragioneria, quello per il quale era partito in missione non ‘per conto di Dio’, come direbbe qualcun altro, ma per conto di una famiglia che ha bisogno del lavoro di ‘sto ragazzo, che di anni ne ha ormai diciannove e che sarà quindi il caso che smetta di disegnare e cominci a guadagnare da vivere per sé e per chi l’ha mantenuto sino a quel momento.
Tornato a Roma, Rino inizia a imperversare fra il quartiere Montesacro, e per la precisione nel bar vicino casa dove conosce una variegata umanità, paragonabile solo a quella nella quale si imbattevano anni prima, ma a Milano, Jannacci, Gaber e Viola. Un’umanità che ha le sembianze di un amico fraterno come Bruno Franceschelli, di avventori che tirano tardi la sera, tutti figli di un’epoca che è uscita dalla guerra da abbastanza per ricordarsene ma che bene o male guarda al futuro con un occhio di velata speranza senza mai dire, o quasi, quanto si stesse meglio in passato.
Rino frattanto inizia a interessarsi di teatro, un’arte che gli tornerà utile di li a breve, e con la quale affina le sue doti istrioniche e di improvvisatore nato. Per lui, che quando parlava era un fiume in piena, l’incontro con Marcello Casco, noto anche come autore TV e per le collaborazioni in radio assieme ad Arbore e Boncompagni, diviene fondamentale. Rino inizia a frequentare l’Esquilino, il tetro gestito da Casco, grazie a un altro amico che di li a breve due o tre cosette le dirà musicalmente in Italia, stiamo parlando di Antonello Venditti. Inizia a prender parte alle rappresentazioni che spaziano dal teatro dell’assurdo di Samuel Beckett sino alle rappresentazioni di vita quotidiana di Majakovskij. Muoversi sulle assi del palco in discorsi pieni di non-sense diventano per lui la luce in fondo al tunnel, al punto che Rino sarà eternamente grato a Casco e una volta raggiunta la fama ogni volta che questi lo inviterà a qualche rappresentazione si presenterà in teatro in mezzo al pubblico.
Oltre al teatro Rino inizia a frequentare anche un noto locale romano posto in Via Garibaldi, nel cuore di Trastevere, dove imperversa dall’inizio dei ’60 una fervente attività di canzone politica. Quando Rino arriva al Folkstudio, questo il nome del locale dove a inizio anni ’60 era quasi passato inosservato un ragazzo di Duluth di nome Bob Dylan, viene puntualmente effigiato con il soprannome di ‘cazzaro’, come senza troppi giri di parole ricorda il giornalista musicale Ernesto Bassignano, all’epoca anima pulsante dello ‘studio’, un luogo che vanta un folto gruppo di giovani cantautori in rampa di lancio: De Gregori, l’immancabile Venditti, ma anche Mimmo Locasciulli e Sergio Caputo. La colpa della quale si macchia Rino è l’essere sempre gioviale, mai completamente serio; criptico fra i suoi scherzi e soprattutto, per essere figlio di una famiglia proletaria, non avere il desiderio di cantare le lodi degli oppressi dalla sorte. Non importa, perché il ragazzo ha idee, talento e faccia tosta e di certo si farà anche se le sue spalle sono strette come quelle della ‘Leva calcistica della classe ’68’.
“Oh pa’ facciamo così: un anno, uno solo, e poi va bene… se non ce la dovessi fare ok, vado a lavorare in banca!!!”
non crediamo siano queste le parole esatte, ma presumibilmente potrebbero essere queste quelle proninciate da Rino a inizio dei ’70 con le quali cercò di persuadere la famiglia a non insistere per mandarlo troppo velocemente a lavorare in banca, concedendogli invece un altro anno per cercare di coronare un sogno che pareva non riuscire a concretizzarsi nonostante il gran daffare che si stava dando. Ecco poi, sotto forma di un passaggio in auto datogli da un altro cantante di ‘discreto’ successo nazionale che si concretizza l’idea di presentarsi alla corte di Vincenzo Micocci, proprietario della casa discografica IT, con la quale il giovane Gaetano riesce finalmente a coronare il proprio sogno, ovvero il tentativo, perché ancora si parla di semplice tentativo, di incidere un 45 giri contenente due tracce: Jacqueline e La ballata di Renzo. Il primo è un pezzo in perfetto stile jazz, che mutua lo stile di Fred Buscaglione del quale Rino è un grande appassionato, un pezzo ritmato, con un tappeto musicale di tastiere e l’immancabile non-sense, che lo accompagnerà per tutta la carriera e grazie al quale potrà esprimersi in una sorta di rima baciata priva di logica … o quasi. La seconda traccia è invece la storia di un ragazzo rifiutato dagli ospedali dopo che era rimasto vittima di un incidente stradale ….

continua

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