Interviste

Intervista ai NOVEMBRE

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Poche bands italiane, di un certo tipo ed ambito, hanno valicato i confini del Bel Paese guardando negli occhi i nomi prestigiosi, producendo lavori di spessore. Fra queste poche bands, in rari casi che si contano sulle dita di una mano, ve ne sono state alcune che hanno preceduto i tempi, creando una propria strada distinguibile. Fra queste ultime si collocano i Novembre, formazione italianissima che ha prodotto musica di altissima qualità.
Album dopo album i Novembre hanno tracciato un percorso, con stile e gusto cristallini, senza mai perdere un equilibrio di base nel creare; anzi spostando sempre un poco più avanti questo loro personalissimo creare. Il risultato è stato quello di suscitare enorme interesse, riscuotere un plauso pressoché unanime e, dopo una serie di album di livello impressionante, “sparire”.
Ebbene, dopo il loro ultimo “The Blue” per Peaceville (2007), etichetta che non ha bisogno di presentazioni, i Novembre sono “scomparsi”.
È seguito un lungo periodo (8 anni!) durante il quale si è parlato di scioglimento, di pausa e di riflessione; sino a qualche mese fa, quando inaspettatamente i Novembre hanno comunicato di essere in fase di registrazione del successore di “The Blue”.
Ovviamente, l’attesa nell’ambiente musicale e fra i fan è altissima: un ritorno da molti auspicato e sperato, che promette un rilancio in grande stile della band.
Il nuovo lavoro, intitolato “Ursa”, uscirà ad Aprile 2016 sempre per la leggendaria Peaceville.
In questo quadro, ho fatto quattro chiacchiere con Carmelo Orlando che insieme a Massimiliano Pagliuso rappresenta il nucleo compositivo del gruppo.

I Novembre hanno sempre avuto, sin dagli esordi, un qualcosa “altro”, che li distingueva e li distingue dalle band di genere e non. Ho sempre percepito uno slancio nei vostri lavori, come un voler trascendere i confini posti da questo o quel genere in cui inevitabilmente si viene collocati (molte volte per semplificare la faccenda); mi sbaglio?
Intanto grazie per il complimento. Noi proveniamo da una scena death metal molto avanguardistica, pionieristica, che è quella del ’91 fino al ’95. Come forse saprai quello era un periodo pieno di bands che veramente inventavano delle cose nuove. Non mi riferisco solo ai grandi (Paradise Lost, My Dying Bride, Anathema, Tiamat, Cathedral, primi At The Gates, primi Darkthrone) , ma ce n’erano tanti altri come Beyond Dawn, Crypt of Kerberos, Celestial Season, o i primissimi The Gathering, ovviamente Katatonia e Opeth e una marea di altri. In un ambito così creativo e concorrenziale era inevitabile volere confrontarsi. Ma era una cosa molto comune in quel periodo e non delimitata a un solo genere, penso ad esempio ai primi Sadist che pur venendo da un ramo diverso dal nostro, riascoltati oggi, suonano molto piu avanguardistici e melodici di quanto non venissero percepiti all’epoca. Era un bel brodo primordiale.

La vostra musica ha sempre avuto una tensione di fondo, una tensione sviluppata, mi pare, proprio a partire da un processo compositivo che si risolve in strutture, sovrastrutture ed aperture melodiche mai banali. In pratica i Novembre hanno sempre suonato come i Novembre: tracciando la loro riconoscibile via con originalità; il nuovo lavoro come si pone in relazione a quanto prodotto in passato?
Spero non differentemente. Chi l’ha ascoltato è rimasto molto colpito. Questo è il primo lavoro che ho scritto in home recording. Mentre prima componevo tutto a memoria, traccia per traccia, oggi riesco a trasferire su audio ciò che scrivo e poter fare uno screening in tempo reale di ciò che va bene e ciò che va aggiustato. Per molti sembrerà una cosa normale, ma io sono sempre stato nemico di cablaggi e softwares, e per me è stata una grande conquista. Ho potuto dar forma ai pezzi qui in casa, senza fretta. Mentre in passato dipendevo dagli altri e non avevo il controllo totale di ciò che poi andava a finire negli album. Questo ha giovato molto al risultato finale, non ci sono eccessi, è meno confuso, ed ha i suoi spazi, respira.

C’è molta attesa per il vostro ritorno, avete in programma un tour in supporto al nuovo album?
Certo, sul sito della band e dell’etichetta c’è l’elenco, di volta in volta aggiornato, delle date live. Cominceremo con un tour in Italia.

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Un aneddoto sulle registrazioni del nuovo materiale?
Incredibilmente è filato tutto liscio. Abbiamo registrato agli studi di Massimiliano e Fabio Fraschini (che ha anche suonato il basso) ed a parte un piccolo momento di panico dove un settore dell’hard drive che conteneva una traccia instrumental di nove minuti, non funzionava più, con infarto di Massimiliano annesso e connesso, non ci sono stati problemi. Caldo terrificante durante Luglio e Agosto, imprecazioni libere… per il resto solo tante risate.

Mai presa in considerazione una rivisitazione in chiave totalmente acustica di alcuni vostri brani?
In realtà abbiamo registrato Nostalgiaplatz e Flower in versione acustica per un EP digitale. Non so se faremo altro del genere a breve.

Ho sempre trovato le vostre parti di chitarra di una classe cristallina, immagino lavoriate molto sulla fase di armonizzazione tu e Massimiliano?
Come ripeto spesso, Massimiliano mi ha insegnato tantissimo. Io avevo una base autodidatta e musicalmente anarchica, alla “primissimi At The Gates”, dove due fraseggi di chitarra vanno ognuno per i fatti loro strafregandosene di ogni regola armonica. Mentre lui conosceva la musica perfettamente e mi ha portato a riuscire ad orientarmi nel territorio dell’armonia, che è una “bruttissima” bestia. Questo album l’ho scritto e arrangiato da solo, ma è come se lo avessimo scritto in due, questo per far capire quanto mi è servito imparare da lui. Invece per gli album passati abbiamo arrangiato insieme, indipendentemente da chi fosse stato scritto il pezzo. Ovviamente, poi, ci sono i solos che sono territorio esclusivo di Massimiliano e devo dire che si è davvero superato.

E per quanto riguarda le tue parti vocali? Hai sviluppato ulteriormente sia growling che clean vocals? – anche in relazione al totale controllo in fase di registrazione cui mi accennavi-
Si, anche in quest’album abbiamo entrambi i tipi di voce. Il maggior tempo a disposizione e il poterle modificare a piacimento ha portato certamente più equilibrio. C’è meno confusione, più spazio. Poi, devo dire che in tutta la nostra carriera non abbiamo mai avuto una produzione delle voci così grandiosa. Dan Swano le ha rese immense. Man mano che i pezzi ci venivano mandati, io e Massimiliano ci guardavamo a bocca aperta, botte di quarti d’ora senza fiatare, senza capire come fa quell’uomo a trattare l’audio come se fosse liquido.

C’è un tema di fondo che lega i vari pezzi del nuovo album, oppure sono indipendenti gli uni dagli altri?
La formula è sempre quella, ho scritto quello che mi passava per la testa in quel dato momento. Devo dire però che ho notato che è tutto un po’ meno trasognato del solito, piu amaro. Sono andato, più o meno consapevolmente, a cercarmi situazioni e persone degradate, moralmente sterili, “acìdiche” al limite del tumorale, per rimanere sempre ancorato al fondale, perchè è da lì che osservo meglio le cose. E’ profondo e freddo, ma sai che più giù di lì non si scende. E sai che laggiù le forme di vita sono meno contaminate e uniche. Le domande che mi pongo sono sempre quelle. Quelle che ci poniamo da millenni, ma stavolta azzardo a darmi qualche risposta, che ho trovato negli occhi degli animali, nella fisica, nell’archeologia e negli scritti di Jung, Krishnamurti o Orwell.

Il titolo “Ursa” a cosa si ispira?
URSA è la costellazione dell’Orsa, un’orsa che in copertina sta in braccio a una Venere di Botticelli incastonata nel ghiaccio. L’orsa è il simbolo della Russia, patria del freddo, del Socialismo – il primo tentativo in larga scala nella storia dell’uomo di eradicare il male – patria della bellezza arrugginita e abbandonata. E’ anche l’acronimo di “Union des Républiques Socialistes Animales” che fu il titolo inizialmente scelto per la traduzione francese del romanzo ‘La fattoria degli animali’ di George Orwell.

Bene, ti ringrazio per la disponibilità, e chiudo con un’ultima domanda: avete intenzione di sparire ancora? No eh!
Torniamo, tranquillo; se non ci “ammazzano” prima.

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