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DIIV – Is The Is Are

2016 - Captured Tracks
alt-pop / post-punk

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Tracklist

    1. Out of Mind
    2. Under the Sun
    3. Bent (Roi's Song)
    4. Dopamine
    5. Blue Boredom (Sky's Song) (featuring Sky Ferreira)
    6. Valentine
    7. Yr Not Far
    8. Take Your Time
    9. Is the Is Are
    10. Mire (Grant's Song)
    11. Incarnate Devil
    12. (Fuck)
    13. Healthy Moon
    14. Loose Ends
    15. (Napa)
    16. Dust
    17. Waste of Breath

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I DIIV sono l’esemplificazione vivente della teoria del caos. Ovviamente dal punto di vista armonico e musicale. L’irregolarità della natura, la discontinuità e l’inconsistenza del materiale, hanno dato spazio ad un nuovo approccio verso la natura e le sue leggi. Il suono, e quindi più in generale la musica, ne sono altamente coinvolti. Nell’uso comune definiamo come caotico uno “stato di disordine”, apparente o voluto che sia. Di per se, è solo grazie ai cinque righi di un pentagramma che diamo ragione e sostanza alle sette note. Le ordiniamo. Molti generi musicali hanno cercato di eludere il tutto. Da Rachmaninov a Frank Zappa, molti artisti hanno sfilacciato e cucito corredi musicali e parole sensazionali. Basta un sintetizzatore e riusciamo a trasformare il caos in materia e sostanza. Ecco cosi che abbiamo creato il pane quotidiano dell’underground sotto casa. La psichedelia prima, l’elettroncia oggi, ma soprattutto la loro giustapposizione, ed un pizzico di rock, sta ricreando qualche cosa di magico e di non facile definizione. Ovviamente non si puo’ prescindere dalle critiche. E c’è ci grida allo scandolo; alla morte della musica; alla tecnologia che uccide l’analogico. Ed ancora: sono gruppi troppo omogeneizzati, troppo radical-chic, si copiano, già ascoltati, la solita musica, che noia! Ripetiamo: critice giuste e costruttive, ma oltre la siepe vi è dell’altro. Il lavoro di tali giovani musicisti (alcuni nomi: Iceage, King Gizzard and the Lizard Wizard, Viet Cong) è intenso e fortemente voluto. Il problema vero sta nella percezione esterna. Il lavoro, in questo caso musicale, non riscontra ancora una concreta presa di coscienza e la giusta valorizzazione. Oggi, per lo più, i giovani non piacciono. Essi, in realtà, hanno la possibilità intrinseca di cambiare la musica e tutto cio’ che la circonda, portandola dritta verso una nuova frontiera e, perchè no, verso una fresca rivoluzione sonora. In un tale marasma, la nuova spinta musicale ha una chiara e netta origine. E’ frutto dell’uso smisurato dei social networks e di influenze collettive. Piu forze verranno a canalizzarsi in un un unico moto sonoro, più la musica tenderà all’innovazione e a tornare nuovamente a forma espressiva (cosi anche per il conseguente utilizzo delle tecnologie).

Ed è qui che i DIIV entrano in gioco. Il loro secondo album in studio, Is The Is Are, fa ben sperare. C’è passione e voglia di esprimersi. Riconciliarsi con la creatività e la coerenza sonora. C’è dello sperimentale ma anche del già sentito. Poco importa. Si cerca, si disfa, si crea. Sulle riviste specializzate o sui numerosi siti web, le definizioni si sprecano: dream pop, showgaze, elettro-pop, indie-pop, alternative, psyco-alternative, chitarre rock suonate da giovani bianchi di un ceto borghese sempre piu alla ricerca di identità. Il tutto evidenzia un rock che sempre più è alla costante ricerca di un pop globale e comunitario che valichi facilmente le discontinuità percetive e i confini sonori. Ma tutto ha una chiara origine: la new wave, i Velvet Undergound, David Bowie, ma ancor più i Joy Division, senza trascurare gli immancabili e onnipotenti Beatles. Insomma la base è quella, ora sono le sfumature, create dal progesso e dall’uso della tecnologia, che devono portare a termine il lavoro. Ecco nati i DIIV, impersonati dal carismatico e giovane Zachary Cole Smith.

Dopo un buonissimo primo album, Oshin (2012), la rock band americana, targata Brooklyn, New York, ha intrapreso un ben preciso cammino artistico con l’uscita di quattro singoli interessanti e marcanti: Dopamine, Bent (Roi’s Song), Under the Sun, Is The Is Are. Vitalità e lucidità, questi gli aggettivi per definie il carattere del secondo LP dei DIIV. Il vantaggio di ascoltare Smith ed il suo gruppo è quello di non focalizzarsi unicamente sugli effetti sonori e lo smanettare di manopole e valvole, fuzz e vibrati. L’intento è quello di concentrarsi su voce e parole. Anche se va chiarito che queste non sono il punto forte dell’autore/compositore. Infatti, va dato merito al giovane Smith di metterci la faccia. Puo’ non piacere, ma poco importa. Maggior attenzione è stata data al proprio essere, ai sentimenti e la voglia di fare, piuttosto che al lavoro di produzione e postproduzione. Il lavoro del songwriter viene tenuto in modo stretto dall’artista. I DIIV evidenziano un carattere di nostalgia e di indifferenza verso il mondo della musica contemporanea. Se da un lato c’è apparente ignavia e non curanza nel far musica, al contempo sanno bene di essere un prodotto del mercato. Un inarrestabile processo che di artistico e culturale non definisce alcuna emozione e prospettiva. Le opportunità ovviamente ci sono, ma il musicale viene appositamente relegato in secondo piano. Perché ascoltare i DIIV? Perché in tutto questo caos, la musica rimane sempre un appiglio.

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