I CANI + CALCUTTA – Atlantico, Roma, 24 febbraio 2016

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I Cani + Calcutta, sembra già un mantra. Una formula sacra che promette di risollevare le sorti dell’indie italiano tracciando una strada maestra e facendosi carico di creare quel ponte immaginario tra mainstream e underground. Niccolò Contessa e Edoardo D’erme hanno scelto di farlo lavorando a stretto contatto, il primo collaborando alla produzione di Mainstream e il secondo regalando un po’ della sua carica da treno in corsa sul palcoscenico.

Nella serata romana i due trovano ad accoglierli un Atlantico sold out, un’iniezione di fiducia incredibile.
Impossibile rimanere indifferenti davanti a un seguito così importante e il cambio di rotta di Niccolò Contessa sul palco ne è la riprova: dalle buste in testa si è passati al minimalismo di un cappellino di lana. I reiterati tentativi di sentirsi più a proprio agio sul palcoscenico si infrangono continuamente contro una, ormai, immotivata ansia da palcoscenico. Passi il fastidio di un volume vocale decisamente eccessivo che ha portato a fallire brani storici come Hipsteria o Come Vera Nabokov, i migliori momenti Contessa li regala quando è assorto sul piano a raccontare, forte dello studio di Tobias Jesso Jr., non più il disagio personale o la devastante bruttezza della normalità ma l’amore nel suo mutare.
In Aurora invece non ci sono più hashtag e facili allusioni ma molto di più. Dopo l’ottima transizione di Glamour, questo è il vero album della prima maturità: si parla senz’altro di amore ma anche di morte, di metafisica e di progresso. Tuttavia c’è qualcosa che non va tra I Cani e il pubblico, un muro forse generazionale di incomprensione reciproca, timore da palcoscenico e vuoti comunicativi da un lato e paura del tradimento da un altro.

I Cani del sorprendente album d’esordio sono, deo gratias, un rumoroso ricordo per retromaniaci ma non per una buona fetta di avventori che invece sembra essere accorsa solo per i cori da stadio e il pogo insensato. Poca alchimia, poca chimica.
Resta l’emozione di Calabi-Yau e Aurora, il bell’arrangiamento di Sfortuna, la profonda Sparire.

La vera sorpresa è Calcutta, da poco tempo avvezzo ai grandi palchi e ai grandi numeri, dimostra di avere una personalità forte e nessuna paura.  Non certo un “cantante da cameretta” come è stato definito sbrigativamente da Giuseppe Marino su Il Giornale ma l’esatto opposto: un esordiente consumato , passatemi l’ossimoro.

In definitiva Contessa conferma di aver paura “soprattutto dei Cani”, ma anche che il suo progetto è mutevole e tremendamente aperto. Aurora segnerà la fine o una svolta? Noi restiamo a guardare, ancora non convinti del tutto.

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