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Porches – Pool

2016 - Domino
indie / synthpop

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Tracklist

1. Underwater
2. Braid
3. Be Apart
4. Mood
5. Hour
6. Even The Shadow
7. Pool
8. Glow
9. Car
10. Shaver
11. Shape
12. Security

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Distanza, smarrimento e disperata ricerca di serenità fisica e spirituale: sono queste alcune delle sensazioni che, inevitabilmente, sopraggiungono quando ci si trova innanzi a un profondo cambiamento, e che Aaron Maine cerca di comunicare in Pool, secondo album dell’artista statunitense sotto il monicker di Porches e primo uscito per l’etichetta britannica Domino.

E Maine, senza dubbio, ha affrontato cambiamenti sotto molteplici punti di vista; in primo luogo, il trasferimento dalla cittadina periferica di Pleasantville, di cui Maine è originario, alla metropoli di New York. Come affermato dall’artista stesso, lo spostamento in città lo ha portato ad esporsi verso una serie di nuovi stimoli che hanno fortemente mutato, oltre che la sua vita in generale, il suo modo di approcciarsi al comporre musica. Rispetto a Slow Dance In The Cosmos (2013), Maine è cresciuto e maturato sia musicalmente che liricamente.

Il folk inquieto di matrice DIY del primo lavoro ha infatti lasciato spazio ad un malinconico synthpop dalle spiccate tinte 80s, oscuro e a tratti ballabile, adatto per un viaggio in auto durante la notte, come quello che Maine compie nel video di “Hour”. Nelle canzoni che compongono il disco Maine esprime, in modo semplice ma raffinato, il limbo emotivo tormentato e spesso contraddittorio in cui si trova, tra il voler essere una parte del tutto, in armonia con ciò che la circorda, e l’essere inevitabilmente distante, come canta nell’ambivalente ritornello di “Be Apart”. Al senso di irrequietezza provocato dalla mancanza di una ideale stabilità evocato in “Security”, pezzo che chiude l’album e scritto, a detta di Maine, in uno dei momenti più bassi della sua vita, l’artista risponde con un disperato bisogno di evasione, manifestato attraverso fantasie sul lavare la propria macchina (“Car”) o immaginando il conforto di un’amante mentre, nel letto, ne fuma una in solitudine (la già citata “Hour”).

A livello musicale, Maine ha consapevolmente deciso di eliminare quasi del tutto l’elemento rock dalla formula. Il freddo autotune applicato alle melodrammatiche linee vocali, alle quali in più pezzi contribuisce Greta Kline, compagna di Maine e in arte Frankie Cosmos, conferisce un senso di lontananza e apatia emotiva, che abbinato al songwriting apparentemente semplicistico di Maine sembra voler suggerire un’infinità di altre emozioni inespresse e pensieri non esplicitati. Gli spunti musicali che emorgono dall’ascolto del disco sono molteplici: Maine si destreggia fra la cupa elettronica di scuola Depeche Mode, il pop più “dreamy” alla Beach House e soluzioni tipicamente funk che strizzano l’occhio a Blood Orange, non disdegnando neppure di inserire qua e là piccole chicche, come l’assolo di sassofono nel finale di “Shaver”.

Con l’eccezione forse del difetto di proporre una forma-canzone che, alla lunga, può risultare ripetitiva, Pool risulta un album organico, coerente con il persorso artistico del progetto Porches e con quello umano di Aaron Maine, che con questo lavoro tenta di dare voce alla parte più introspettiva di sè, quella che aspira a raggiungere una quiete quasi meditativa, capace di sopportare il caos intimamente solitario della città, le responsabilità dell’età adulta e le quotidiane difficoltà della vita, accontentandosi solamente di esistere, come osservando la superficie dal fondo di una piscina.

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