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Black Sabbath – The End

2016 - Self
heavy metal

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Tracklist

01.Season Of The Dead
02.Cry All Night
03.Take Me Home
04.Isolated Man
05.God Is Dead? (Live Sydney, Australia 4/27/13)
06.Under The Sun (Live Auckland, New Zealand 4/20/13)
07.End Of The Beginning (Live Hamilton, ON Canada 4/11/14)
08.Age Of Reason (Live Hamilton, ON Canada 4/11/14)

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Finalmente! È arrivato il momento di mettere la parola “fine” allo strazio dei Black Sabbath 2.0. L’ultimo baluardo dell’imbarazzo, la figura ormai “arlecchinesca” di Ozzy Osbourne che si muove su di un palco, trova il finale, ingiustamente, adeguato. Un disco celebrativo di alcuni dei più grandi talenti musicali che fanno da balia ad un tardone rimasto sotto un treno dai lontani anni ’70.

Le scene di Ozzy che si muove tra le convulsioni nel DVD “The Last Supper” sono state per me un travaglio. Una rilettura di un fenomeno mediatico e musicale, come pochi ne sono esistiti, che si spegneva tra il fumo e la cenere dopo un’abbondante pisciata sui contorni bruciacchiati della storia del fenomeno stesso. La storia della musica è piena di avventure emozionanti finite malissimo. Mi viene da pensare agli ultimi rantoli di Jim Morrison, crepato dentro una vasca piena di acqua stagnante nel suo ritiro mistico nella città di Parigi. Oppure alla dipartita di John Bonham, con la bocca piena di vomito e le cavità respiratorie ostruite fino a far collassare i polmoni, tra resti di pudding e chiazze amare di vodka. Ai quintali di acciaio che schiacciarono il corpo di Cliff Burton fracassandone il cranio e le costole, spaccando tutto quello che poteva essere spaccato. E tra queste orribili riminiscenze ecco spuntare fuori l’immagine di un rospo salterino che fa su e giù per un palco battendo fuori tempo le mani, con i capelli appiccicati sulle guance madide di sudore, cadenti e bianchicce, bocca aperta ed occhi piccolissimi. Quale mi sembra la scena più raccapricciante? Decisamente l’ultima. Perché qualcosa al di fuori della nostra comprensione da e toglie. Chiamatelo come volete: dio della musica, il “Leviatano”, il destino, che pesca tra il mazzo le carte migliori e le straccia, a brandelli, lasciando intonse quelle perdenti. Non nascondo l’amarezza per quei grandi musicisti che sono Tony Iommi, Geezer Butler e Bill Ward, soprattutto per quest”ultimo, messo alla porta in maniera indiscriminata dal Re Rospo. La fonte di ogni dispiacere.

Questo traguardo dovrebbe essere un premio per loro, per aver creato musica, ed invece, tutto si trasforma in una “fatwa” per Ozzy che è arrivato sulle riviste di settore prima e sui poster degli adolescenti poi, scavalcando la fila, mettendo i meritevoli dietro, coprendoli, insultandoli. “The End” completa quanto era stato pianificato con l’ultimo “13”, e al suo interno troviamo materiale risalente all’epoca (2013), con una equa divisione tra brani outtakes ed esecuzioni live di inediti. Una divisione “ideale” del lavoro in due trance: la prima con alla batteria Brad Wilk, e la seconda con Tommy Clufetos (Alice Cooper, Rob Zombie, Ted Nugent). Materiale che poi è finito tra le mani sapienti di Rick Rubin, che ne ha curato la produzione presso gli Shangri-La Studios di Los Angeles, accompagnato dalle conoscenze tecniche di Andrew Scheps e Greg Fidelman. Un prodotto di scarti di qualità, mi piace definirlo, dato che le prime due tracce, “Season Of The Dead” e “Cry All Night”, iniziano con il passo giusto, con il passo pesante della chitarra di Iommi, che cavalca agilmente dopo l’intro. Due brani piuttosto simili ma che sposano bene il concetto riguardante l’affascinante semplicità con la quale i Black Sabbath riescono a produrre materiale strumentale top, fluido, orecchiabile ma, soprattutto, incredibilmente pulito. Scelta azzeccata anche quella dei brani nella seconda parte del lavoro, quella “dal vivo”, per intenderci, con le ottime esecuzioni, tra le altre, di “God Is Dead?” ed “Under The Sun”. Quasi tutto davvero molto bello se, per tutta la durata di “The End”, mi riuscisse di non pensare, non ascoltare, non fare caso a quel gracidare privo di qualsiasi intonazione di Ozzy. “L’orrore!”. È la citazione giusta, dato che l’atona prova vocale del Re Rospo, che sfrutta i “magheggi” della tecnologia sulla prima parte del disco, risulta disarmante ed al limite del tracollo psico-fisico nella seconda parte.

Non c’è licenza poetica che tenga, qui mancano le basi e cominciano a diventare irritanti anche i segni del tempo, perse, ormai, le tracce di quella sfrontata giovinezza, che trasformava anche il peggior GG Allin in una rockstar. C’è tutta una storiografia parallela che andrebbe consultata e rivista, approfondita o dimenticata, ed ogni singolo evento giornaliero, legato alle attività extra-musicali dei Black Sabbath, ha a che fare con la distorta visione della quotidianità di Ozzy Osbourne. Un progetto nato con le migliori intenzioni si è trasformato nella rampa di lancio per uno zelante chierichetto che si diverte con la propria vita (ed inevitabilmente quella di tutti quelli che a lui si avvicinano) come fosse un pallone da calcio da sbattere contro un muro. Continuamente e con sempre maggiore forza. D’altronde l’unica fonte di ispirazione di Ozzy è sempre stata quella di condividere ed approvare ogni singolo punto di vista che i detrattori o i sostenitori avevano su di lui. Quando qualcuno diceva che era ridicolo lui lo diventava ancor di più, quando qualcun altro gli suggeriva di fare le cose che gli riescono meglio lui metteva in bocca un pipistrello e se lo mangiava. Come di solito accade allo stupido del gruppo, incitato a fare sempre di più e peggio dagli altri ragazzini. Alla lunga tutto questo ha smesso di essere edificante o divertente. Quando lo è mai stato, poi? “The End” non è un brutto prodotto, ma risente troppo di una innata, lugubre, mediocrità, legata all’aura negativa di un personaggio totalmente al di fuori rispetto all’intero contesto. Caro Ozzy, prenditi sta cazzo di pensione e togliti dalle balle!

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