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Deftones – Gore

2016 - Reprise Records
metal / post

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Tracklist

    1. Prayers/Triangles
    2. Acid Hologram
    3. Doomed User
    4. Geometric Headdress
    5. Hearts/Wires
    6. Pittura Infamante
    7. Xenon
    8. (L)MIRL
    9. Gore
    10. Phantom Bride
    11. Rubicon

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Il più grande pregio dei Deftones è sempre stato quello di fare quel cazzo che volevano, sempre e comunque a discapito di successo (comunque ampiamente raggiunto), critica e fan. Non si sono adagiati sul proprio culo e sono andati avanti piazzando in ogni disco tracce di ciò che passava loro per la testa e per lo stereo, scontentando spesso larga parte del proprio pubblico. É capitato con “White Pony” e accade ora (a sedici anni di distanza) con “Gore” che chiamerò, con simpatia, il “disco che non piacerà né ai vecchi fan né a quelli nuovi e sprovveduti”. Tutti gli altri comincino pure ad abbassare i pantaloni che c’è aria d’orgasmo.

Le undici tracce uscite dal cappello dei cinque di Sacramento sono un’evidente summa di influenze interne (Crosses, Palms) ed esterne (inevitabilmente Isis, Talking Heads, Radiohead, Meshuggah) senza pari, forse al massimo storico nella loro discografia. E così ciò che ne scaturisce è un coacervo distruttivo di melodia, storture, alienazioni del suono e malinconia a mazzi; se l’opener “Prayers/Triangles” è foriera di tramonti californiani e deftonianesimo allo stato puro (con quel tocco vocale di primi (PRIMA DELLO SCHIFO) 30 Second To Mars che non tende a nascondersi), “Acid Hologram” è un mostro multiforme, che passa da carezzevoli tappeti elettrici a tempi assurdi e voci infernali. “Doomed User” è dimostrazione dell’amore di Stephen Carpenter per i Meshuggah e il thrash core ’80, e l’anima hc di Chino Moreno torna in superficie in tutto il suo splendore così come sull’astratto toolismo di “Geometric Headdress”. Beninteso, questo non è un disco perfetto, e il fianco lo mostrano “Pittura Infamante” con le sue digressioni heavy metal se non scontate quantomeno brutte, e l’electro-rock ruffiano di “Xenon”. A riportare la luce arriva la parte classy del lavoro con lo spettacolare (post)synth-pop abissale di “Heart/Wires”, zenit della finezza batteristica di Abe Cunningham (non che ci fosse bisogno di ulteriori dimostrazioni), oltre alle raffinatezze shoegaze di “(L)Mirl” intarsiate da uno splendore bassistico che lascia spiazzati. “Gore” è un labirinto di suoni tra infezioni di ritmi dubstep/electro ed enormi stomp metallici, “Phantom Bride” saluta la presenza dell’amico Jerry Cantrell che fa ciò che gli riesce meglio, ossia non suonare in un disco degli AIC, e “Rubicon” chiude i giochi a suon di power-pop ultrapesante e disperato.

Nella mia testa “Gore” chiude in bellezza un trittico imponente, che porta i Deftones definitivamente fuori dai giochi dell’ovvio verso un universo post persino rispetto a se stessi. Vien da chiedersi cosa accadrà al prossimo giro di boa. Io, nel dubbio, tengo i calzoni calati.

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