Non c'è più il jazz di una volta

TREVOR DUNN: Non c’è più il jazz di una volta (e ‘sticazzi) #6

jazz 2

Butta via il grammofono

Piantala col telegrafo

Con ‘sto swing ora basta

Voglio solo roba molesta

É questo il jazz che ho in testa

“Topo Gigio sei veramente fortissimo! Potresti venire a distruggere un concerto jazz?” “Sì, certo. AAA” SDRSH.

Quando sei un ragazzino di provincia e cominci a suonare di stronzate ne senti a iosa, e ne pensi altrettante. Se poi scegli di non suonare la chitarra, o la batteria eventualmente, e ti butti sul basso non solo senti stronzate, ma di norma vieni ignorato. Tutto questo chiaramente è successo a me ben più di quindici anni fa. E di vaccate come “chi è il musicista migliore in quel che fa” ne ho sentite così tante che potrei scriverne un libro. O anche no, che c’è già troppa gente che rovina l’ambiente. A maggior ragione, comunque, sentivo boiate sui bassisti. Chi fosse il migliore, il più veloce (e perché mai?), il più bravo a slappare e via dicendo. I nomi erano molti: Flea (che poi è davvero bravo, peccato per i Red Hot), Fieldy (e da ragazzino ero convinto pure io fosse uno dei migliori, povero me), Matt Freeman (per tutti era solo “il bassista dei Rancid”), Billy Sheehan (“oh, è velocissimo”), Cliff Burton (questa non l’ho mai capita) e via dicendo. Poi i ragazzini crescono e a molti della musica non fotte più un cazzo, altri rimangono convinti che Cliff fosse un genio, altri ancora si spingono oltre e scoprono Les Claypool e Trevor Dunn. Quest’ultimo, nella fattispecie, ha “rovinato” la mia concezione bassistica di quindicenne, più lo ascoltavo meno comprendevo come si potessero suonare giri simili. Poi ho capito e ho smesso di suonare il basso.

DUNN

Dunn nasce nel 1968 in California tra hippies e rednecks, non proprio l’ambiente ideale, a otto anni se la prende col pianoforte dei vicini, suona a caso triadi e modulazioni della melodia con la chitarra e scrivendo testi di “canzoni che non esistono” il tutto ispirato dai dischi dei Kiss che il fratello maggiore ascoltava a casa. Un buon inizio. Perché non continuare studiando il clarinetto? Presto fatto, solo che se sei un clarinettista le ragazze non ti daranno la minima, dunque nel 1981 si passa al basso (questo è in antitesi con quanto enunciavo nell’introduzione del pezzo, ma siamo in Italia, orsù). Incalzato dal suo insegnante comincia a comporre musica assieme ad un chitarrista e un batterista, e a questo punto l’ispirazione arriva da Cheap Trick, Blondie e The Beach Boys. L’anomalia prende forma, ma non è tutto. A formare ciò che sarà ci sono Pastorius, Mingus, Davis, gli Slayer, Stravinskij, The Art Ensemble Of Chicago e Tim Berne (entrambi visti dal vivo), DRI e Swans. I presupposti sono da leccarsi le dita dei piedi. Nel 1985, alla high school, incontra due signori dal bagaglio pesante tanto quanto il suo già al tempo, ne sono certo: Mike Patton e Trey Spruance. Cosa potrà mai accadere dall’incontro di tre wannabes del delirio come questi? Che si formi una band tutti assieme appassionatamente dando così i natali ai Mr.Bungle. Nel mentre gli studi lo portano a cimentarsi al contrabbasso alla Humboldt State University e ad approcciarsi a compositori del calibro di Harry Partsch, Mahler, Bach e Iannis Xenakis ed è ovvio che la natura stramboide delle sue composizioni ne sia influenzata. Ed è giusto che tutto questo marasma si riversi nel suo lavoro nei Mr.Bungle, di cui già saprete morte e miracoli, o forse no, giacché nessuno ne parla con dovizia, tantomeno i componenti. Il primo disco della band è prodotto da John Zorn e racchiude un lavoro strumentale senza senso, e ancora difficilmente eguagliato da epigoni o altro, ed è proprio con Zorn che il Nostro intratterrà composizioni e deliri degni di nota. Non ancora giunti al termine della circo del signor Bungle Mike Patton assolda Trevor per dar luce ai Fantômas, altro combo capace di influenzare enormi schiere di pazzi, sfogando un sintomatico bisogno di furia e disgrazia. Le anomalie di Dunn non sono solo assoggettate a progetti “altrui” e dunque nasce il Trevor Dunn’s Trio Convulsant dapprima al fianco del batterista Kenny Wollesen (già con Zorn, Frisell e Waits, per dire) e il chitarrista Adam Levy (sei corde di Norah Jones e Ani DiFranco) riuniti per il primo “Debutantes & Centipedes” del 1998, disastroso connubio di hard-bop a là Scofield e macigni elettrici, poi con due jazzisti di pari anomalia come Ches Smith (mostruoso batterista jazz del nuovo millennio, che passa da gruppi di rara violenza al fianco di Alex Newport a percussioni caraibiche alle mostruosità indie di Xiu Xiu)  e Mary Halvorson, fulminante chitarrista di stanza a Brooklyn (Trevor vi si è trasferito nel 2000), con i quali, nel 2004, da la luce a quel piccolo capolavoro che è “Sister Phantom Owl Fish”, che unisce il disastro fantomasiano ad alieni pruriti avant-jazz, con tutto l’amore per i polirtimi mortali di Smith. Nel 2006 fa capolino nei Melvins con i quali suona la mastodontica versione live di “Houdini” e lo stesso anno Zorn lo recluta per il suo progetto Moonchild, e di nuovo Dunn si ritrova a lavorare con Patton oltre a Joey Baron, micidiale macchina ritmica del compositore newyorkese, e con i quali registrerà diversi dischi, non tutti imprescindibili, c’è da dirlo.

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All’alba del 2009 è il momento di dare adito alla sua voglia di pop e dunque Trevor crea il progetto Madlove (alla batteria il “solito” Ches Smith”), in cui canta, compone, suona il basso e ci dona un disco di rara bellezza (“White With Foam”) che mischia sapientemente la cattiveria propria del Nostro con una classe innata nella composizione ma che, purtroppo, non vedrà un successore. Il bello di Trevor Dunn sta nella dicotomia tra costanza compositiva e collaborativa (tanti gli “eterni ritorni”) e nell’imprevedibilità performativa, ogni suo disco (o disco in cui compare) mostra un lato nuovo e assurdo, nell’approccio allo strumento, nella scrittura. tutto. Giusto il tempo di entrare nei ranghi dei Tomahawk per il disco “Oddfellows” e giunge il momento di tornare alla collaborazione jazzistica d’avanguardia, ed è così che quest’anno mr.Dunn unisce le forze con il polistrumentista Jamie Saft (altro affiliato della Zorn inc.), Roswell Rudd (trombonista al fianco di Archie Shepp) e il batterista Balàzs Pandi, compagno di scorribande di Venetian Snares e Merzbow. I quattro danno alla luce un disco di notevole classe.

ROSWELL RUDD, TREVOR DUNN, JAMIE SAFT, BALÀZS PANDI – STRENGTH & POWER (RareNoise 2016)

DUNNPANDIROS

Cosa aspettarsi da quattro golem di questa risma? Un bel cazzo di niente, è meglio. Perché se uno non si aspetta alcunché, godrà del contenuto. Contro ogni aspettativa (vaffanculo, lo ammetto, mi aspettavo qualcosa di un certo tipo) ciò che ci si appresta a sentire è un disco di puro jazz. Avant, se volete, ma jazz. Storto, diabolico, anomalo come dovrebbe essere. Un disco di classe, morbido nei suoni, affilato nella composizione, devastante nell’esecuzione. Non so se si tratti di improv tout court, ma è il caso di dirlo, quello che sentite in questi brani è un signor interplay. Devastano gli scambi tra gli strumenti della lunga title-track, con Saft a divellere il piano e Rudd a declamare con voce stentorea, fino ad implodere in una free form atonale che levati, spiazzano le storture ubriache di “Cobalt Is Divine”, swingaccio marcio da malfamato jazz club di New Orleans con Dunn a tirare la gola al contrabbasso, si gode sul fantasma di Art Blakey con le mazzate di Pandi su “The Bedroom” a coprire tutto di violenza groovy, come se si stesse ascoltando un disco di jazzgrind acustico, e si alzano le mani al cielo sullo strabordante lavoro bassistico di Dunn su “Dunn’s Falls”, pezzo stortissimo in cui il pianoforte viene aperto e suonato “nell’intimo” per poi lottare ferocemente con le tredicimila note suonate da Trevor. Un piccolo capolavoro di jazz moderno, insomma, che se passa inosservato come penso, m’incazzo seriamente.

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