Il Collezionista Di Ossa

J.C.THIRWELL (Foetus, Steroid Maximus, Wiseblood): Il Collezionista Di Ossa #27

collezionistadossa

Camminando nei meandri oscuri dei magazzini di Impatto Sonoro ci siamo imbattuti in molti cadaveri, interessanti resti umani che il tempo ha dimenticato e che abbiamo deciso di riportare alla luce per non lasciare alla polvere. Afflitti dalle nostre turbe ci sentiamo un misto tra The Bone Collector e Karl Denke. Presentarvi direttamente il corpo non sarebbe abbastanza frizzante, pertanto ci siamo imposti che ogni numero di questa rubrica sarà composta da tante piccole falangi tagliate che vi doneremo come pillole. Starà a voi seguire le tracce al suon di musica e arrivare goduriosamente al corpo del reato.
Recensioni di dischi finiti nel dimenticatoio, ristampe di glorie del passato, bootleg, archivi musicali e nuove uscite in formato musicassetta.
Dalla minimal wave all’industrial, passando per gruppi underground est europei, giapponesi e catacombe innominabili.

A cura di Fabio Marco Ferragatta.

Foetus – Gash
(Big Cat Records 1995)
a2182330219_10

J.G.Thirlwell ha sempre denigrato l’etichetta industrial, o meglio, non l’ha mai usata, chiamandosi fuori da ogni sorta di imposizione di genere possibile. Ma, volente o nolente, fa parte di un triumvirato (che probabilmente esiste solo nella mia testa) di cui fanno parte Genesis P. Orridge e Blixa Bargeld, un triumvirato volto a cambiare l’aspetto (esatto, l’aspetto) della (non)musica per sempre. E se questi due giganti non hanno fatto nulla per evitare di esporsi, Thirlwell, invece, si è “nascosto” dietro una miriade indescrivibile di nomi. L’incarnazione più importante porta il nome di Foetus. “Gash” è il sesto disco di questa furibonda creatura, ma il primo ad aprire le porte a collaborazioni esterne. Arrivano dunque Marc Ribot, Vinnie Signorelli (attualmente dietro le pelli degli Unsane), Steven Bernstein, Tod Ashley (che tutti voi conoscerete come Cop Shoot Cop) e Marcellus Hall, illustratore del “The New Yorker” qui all’armonica. Ciò che ne scaturisce è un disastro di dimensioni apocalittiche a dir poco, i testi sono ironici e intrisi di odio e sarcasmo, il disco pullula di epiche iniezioni punk, ubriache storture da marching band meccanica, malate dissertazioni etniche che si trasformano in trapani metal, ostiche soluzioni da big band infernale tra Tom Waits e Throbbing Gristle, psicosi metropolitane cugine dei Ministry e una miriade di suoni pregni di fastidio e usciti da chissà quale cazzo di archivio. Tenete a mente che è il 1995, e che il digitale è ben lontano dall’essere il pane quotidiano dei wannabe-haters industriali di lì a venire, con il loro inutile mischione di cultura dark e chitarroni inutili. L’odio di “Gash” è tutto vero. E fa male.

Steroid Maximus – Ectopia
(Ipecac 2002)
steroidmaximus

Se il jazz non va da Thirlwell allora Thirlwell va dal jazz e così nasce il progetto collaterale Steroid Maximus, contenitore dei forti, fortissimi pruriti jazzistici che Foetus ha sempre covato come germi qui in esplosione virale in tutto il corpus dell’opera. Così, dopo due dischi bestiali arriva, nel 2002, “Ectopia” ,’album conclusivo (oppure no? come sempre è un mistero) di questa epopea nel mondo delle big band, licenziato sotto l’egida della Ipecac dell’amico Mike Patton, un amore neanche troppo celato ma coperto troppo spesso dal clangore di trapani, lastre, chitarre e grida. Tutto strumentale e quasi del tutto da solo, eccezion fatta per le comparsate di Steven Bernstein, Christian Gibbs (già con Foetus e Modern English), Jim Coleman (altro volto degli Cop Shoot Cop) e Brian Emrich, questo lavoro è un tripudio strumentale di disagio jazz post-apocalittico, venato di folies noir, suit di jazz nocturno e fumoso, fughe poliziottesche, anomalie electro spastiche che potrebbero essere suonate da signori baffutissimi provenienti dagli anni ’70, reminiscenze tra Sun Ra, Count Basie ed Henri Mancini tutti in trip da acido lisergico e riti orgiastici a base di percussioni più vicine ai Les Tambours Du Bronx di quanto possa sembrare. La classe di J.G. è al massimo possibile, e se l’anno non fosse stampato sul retro del disco non sarebbe così intuitivo ubicarlo oltre il 1975, per stile, e prima del 2016, per competenze e composizione. Altro gioiello ad ornare le dita del mostro.

Wiseblood – Dirtdish
(K.422/Some Bizarre Records, 1987)
Wiseblood_-_Dirtdish

Le congiunzioni astrali tra new wave, infezioni dark, elettronicismi spinti e cantautorato anomalo sono agli albori e il padre putativo di questo mischione è nientemeno che Nick Cave e non è un segreto. Tutti coloro che sono stati toccati dal Re Inchiostro hanno subito indelebili trasformazioni, e James George è uno di questi. Nel 1983 si formano per sciogliersi tre giorni dopo i The Immaculate Consumptive, ensemble di “terrorismo” sonico in puro stile no wave formato da Cave, Lydia Lunch, Marc Almond e Clint Ruin, altra maschera di Foetus, ancora una volta in fuga da sé stesso. Cosa c’entra tutto questo con il progetto Wiseblood? É presto detto. Questa è la trasformazione di cui sopra, dopo il tocco del Re Mida infernale. Ruin prende con sé un’altra leggenda industriale come Roli Mosimann (prima dietro le pelli degli Swans, poi famoso friendzonato da Marilyn Manson per la sua produzione “troppo pulita” del primo disco del futuro Reverendo) e da vita a “Dirtdish”. I fortunati di voi stringono tra le mani (gli altri ascoltano via digitale) un mutante che trasuda caveismo lercio da tutti i pori, con canzoni fottute come “Stumbo” che chiama in causa anche Waits, e ancora violenze in piena cancrena idiosincrasica e nuovamente pregne di stramaledetto cinismo come “Someone Drowned” (qui c’è anche qualcosa che ruberà Patton di lì a poco), bastarde colate industriali impietose e virulente come la schizofrenica “O-O (Where Evil Dwells)” (se il titolo vi dice qualcosa è perché la trovate sulla versione digipack del 1999 di “Oblsolete” dei Fear Factory) e i rigurgiti Devo di “Motorslug” e un sacco d’altra merda di tutto rispetto. Un piatto sporco che darà la morte al progetto prima ancora di evolversi, in pieno stile thirlwelliano.

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati

www.impattosonoro.it utilizza i cookies per offrirti un´esperienza di navigazione migliore. Usando il nostro servizio accetti l´impiego di cookie in accordo con la nostra cookie policy. Scoprine di più | Chiudi