Il Diario Dell'Antigenesi

666, La Fin, Bea Sanjust, Plastic Animals: il Diario dell’Antigenesi #26

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Questa rubrica vuole essere un diario, una raccolta di pensieri, emozioni e suggerimenti su ciò che ci colpisce dei gruppi emergenti. Demo, EP, first release, MP3, tracce singole, bandcamp, myspace, e-mail. Tutto fa brodo e armonia per riempire queste pagine con nomi di progetti sconosciuti o anomali. Ci piace semplificare il tutto e mettere in collegamento realtà, persone e pensieri. Un percorso anomalo e brutale che non tiene conto delle tradizioni e del giudizio conforme. Come un’abiura della genesi, vogliamo prendere strade evolutive e di pensiero anarchiche e indipendenti, per seguire la nostra ricerca di forme artistiche nuove, che muovono i primi passi nel caos della creatività.
Se volete segnalare il vostro materiale potete mandare una mail a: impattosonoro@gmail.com . Vi avvertiamo che tutto ciò che ci arriverà passerà esclusivamente per la scimmietta pesca voti. Siete avvertiti.

666 – …Perchè In Fondo Lo Squallore Siamo Noi
(Hell Nation, Tuscia Clan, 2016)

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Non siamo soliti parlare di dischi di cover, tantomeno se si tratta di un altro esempio, a prima vista inevitabilmente ruffiano e paraculo, di riabilitare e rispolverare l’universo 883. Pero oh, chi se ne frega? L’impeccabile versione punk-Oi! e metallara di Pezzali e Repetto messa criminosamente in atto dai 666 in questo “… Perchè In Fondo Lo Squallore Siamo Noi” è una gran figata. Fancazzismo e ignoranza a palate da Colleferro, il disco è divertentissimo e fila via veloce nel tempo di una micidiale mitragliata di nostalgia che, una volta settato su OFF il nostro inevitabile spirito da criticoni incalliti, stende che è un piacere in tutti i suoi episodi. In fondo i 666 sono finalmente riusciti a fare quello che qualsiasi stronzo abbia mai avuto una band, sottoscritto compreso, non è mai riuscito a fare. Ci si becca nei centri sociali più stronzi del paese a sentirci ancora più deliziosamente sfigati.

Plastic Animals – Pictures From The Blackout
(Song By Toad Records, 2016)

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Sorprende e non poco lo shoegaze sporchissimo degli scozzesi Plastic Animals, all’esordio su Song By Toad con l’album “Pictures From The Blackout”. Nove brani percorsi da una malinconia crescente, da un senso di tensione e rassegnata sofferenza che, ascolto dopo ascolto, si impone inevitabilmente all’ascoltatore nel segno di una sincera ricerca di un’antitesi melodica che li distanzia il giusto dal solito revivalismo di genere. E così, nel grigio e copioso calderone che la stessa band definisce “atmospheric punk rock” troviamo monolitici assaggi di psichedelia (“Sigh-Fi”, “Holy Daze”), bellissime ascensioni kraut (“Demmin”), ballate acide tra il surf (“Burial Party”) o l’indie rock di matrice americana (“Portal”), e un paio di autentiche cavalcate dark-pop, tanto taglienti e stranianti da star male per secoli (“Ghosts”, “Yellow Craig”). Asettica, impenetrabile, eppure puntualmente letale, la voce di Mario Cruzado, una sorta di infinito reverbero di rassegnato dolore che dirige il viaggio e celebra impietoso lo scoccare di ognuno dei tanti colpi andati a segno.

Bea Sanjust – Larosa
(Goodfellas, 2016)

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Una gestazione lunga 8 anni, a cavallo tra Brighton e Roma, e un bagaglio di esperienze e storie da trasferire in musica. C’è tutto questo in “Larosa”, disco d’esordio dell’italianissima Bea Sanjust: undici brani di estrazione tipicamente folk e bandiera inglese, sia per sonorità che liriche. Chitarre classiche e giochi d’archi, testi che trattano con eleganza e leggerezza un universo pregno d’amore, Bea Sanjust conquista con una voce davvero splendida e con arrangiamenti variegati e sorprendenti. Funziona tutto bene, sia nei tanti momenti di più classica e pacata riflessione bucolica (“She Needs Me” e “Kings” su tutti), sia nei più rari ma piacevoli viaggetti quasi al confine con l’indie-rock (“Julia”). Semplice, raffinato e profondo, “Larosa” è un disco completo in tutte le sue intriganti e stimolanti dimensioni.

La Fin – Empire Of Nothing
(Autoproduzione, 2016)

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Viaggiamo sui binari del post-metal con Empire Of Nothing, ep d’esordio dei milanesi La Fin. Quattro pezzi inediti, in una sorta di mini-concept ispirato dalla celebre fotografia di Robert C.Wiles, che nel 1947 immortalò il cadavere di una donna adagiata con inquietante naturalezza sul tettuccio sfondato di un automobile dopo essersi lanciata dall’Empire State Building. È un tragitto breve ma intenso quello di Empire Of Nothing, durante il quale i La Fin mettono bene in mostra tutte le peculiari qualità di un progetto da coltivare, ma che promette ottime cose. Le tre chitarre, usate sempre con il giusto equilibrio, riescono il più delle volte a sfuggire agli inevitabili momenti derivativi del genere creando strutture articolate e complesse, ora più dilatate e tipicamente post-rock (“Time”), ora più claustrofobiche e nevrotiche, in stile Dillinger Escape Plan (“The End”). Menzione particolare per la voce di Marco Balzano, che dipinge interessanti melodie e funziona bene sia nel growl più aggressivo che, soprattutto, nel clean, troppo spesso punto debole di produzioni di questo tipo. Nel canovaccio di un genere che ha ormai perso ogni carica innovativa, i 25 minuti d’esordio dei La Fin convincono per concretezza e incisività, lasciando trasparire anche qualche spiraglio più sorprendente e personale da curare in futuro. Per ora va benissimo così.

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