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PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project

2016 - Island / Vagrant
rock / alternative

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Tracklist

    1. The Community Of Hope
    2. The Ministry Of Defence
    3. A Line In The Sand
    4. Chain Of Keys
    5. River Anacostia
    6. Near The Memorials To Vietnam And Lincoln
    7. The Orange Monkey
    8. Medicinals
    9. The Ministry Of Social Affairs
    10. The Wheel
    11. Dollar, Dollar

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Penso che sia doveroso, da parte mia, partire da una premessa molto chiara, tranchant: il disco spacca. C’è tutto quello che dovrebbe esserci e muovere anche una sola croma puntata equivarrebbe a tentare di correggere il tratto vorticoso di un Van Gogh. Cori imponenti riecheggiano, tribali e sacri, fra le macerie polverose di un edificio distrutto dai bombardamenti e lasciato all’incuria degli elementi (“The Ministry Of Defence”). Sassofoni dal fiato acido, deliranti come uccelli in gabbia che si disperano per uscire ed essere finalmente free, sfiatando e stridendo in un climax ossessivo per poi rassegnarsi gradualmente a vivere rinchiusi fra le trame dell’armonia (“The Ministry Of Social Affairs”). Sessofoni (sic) notturni al sapore di whisky e sigari in una notte new yorkese passata al Village Vanguard (“Dollar, Dollar”). Marce dall’incedere epico, scandite dalla irruenza pornografica dei pennacchi lisergici del Moog che si ergono prepotenti (“Near The Memorials To Vietnam and Lincoln”). Comunioni sinestetiche fra musica, parole e ricordi di montagne polverose in aride terre straniere fra le quali risuonano gorgheggi esoterici (“The Orange Monkey”).

Un insieme eclettico, legato da una pasta sonora omogenea e coerente e sostenuto da un solido denominatore comune. Oltre a PJ Harvey, altri tredici musicisti – fra i quali due italiani, Enrico Gabrielli dei Calibro 35 e Alessandro Stefana dei Guano Padano – hanno dato il loro contributo alla composizione e alla registrazione delle tracce, svoltasi durante una performance-barra-installazione-artistica aperta al pubblico presso la Somerset House di Londra. Al tempo in cui questa recensione viene scritta non è reperibile in rete una versione integrale dell’esibizione, ma a giudicare da ciò che passa in cuffia è facile immaginare che debba essere stata piuttosto suggestiva – di quelle capaci di generare un brivido sottile che dalla base della schiena arriva sino al centro del cranio – e sono convinto che i pochi fortunati che hanno potuto assistervi potranno confermare questa impressione. Le tematiche affrontate spaziano dal problema della riqualificazione delle zone popolari degradate di Washington D.C. alla devastazione che la guerra ha lasciato dietro di sé in paesi come il Kosovo e l’Afghanistan, posti in cui P.J.H. si è recata insieme al regista Seamus Murphy durante il periodo di concepimento delle canzoni.

Questo disco, con la sua anima di protesta sociale e umanitaria, oltre a mettere sotto i riflettori alcuni dei gravi problemi del nostro tempo, da un lato mette in luce il lato divulgativo, educativo, informativo dell’arte e del ruolo che l’artista può ricoprire mentre dall’altro ci consente di riflettere sul ruolo che dovremmo avere noi ascoltatori. Nel momento in cui l’arte diventa strumento volto a scuotere le coscienze e stimolare l’intelletto, il suo scopo può dirsi raggiunto solo quando anche il pubblico assolve ai corrispettivi compiti di ascolto, assimilazione ed elaborazione. Lo spettatore, l’ascoltatore e più in generale il destinatario del messaggio è onerato di un compito interpretativo che deve tener conto non solo del tenore letterale dell’opera, ma anche del dato sistematico (contesto storico e spazio-temporale in cui l’artista opera), del dato autentico (eventuali interpretazioni dell’opera fornite dall’autore) e del dato finalistico (l’intenzione dell’autore).

Con quest’opera, PJ Harvey offre al suo pubblico la possibilità di andare oltre il semplice ascolto delle tracce. Cogliere o meno questa opportunità è una scelta che spetta solo a noi, nel frattempo possiamo goderci un disco che può essere definito senza timore di esagerare un’opera d’arte, che come tale può stare in bella mostra su uno scaffale, ma può anche essere portata dentro di noi come un valore aggiunto alla nostra esperienza di vita.

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