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Jan St. Werner, The Star Pillow, David Fiuczynski: Viaggio al termine della notte #22

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“La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte”

Questa è una delle frasi più celebri del romanzo Viaggio al termine della notte, scritto da Louis-Ferdinand Céline nel 1932.
A volte, non è solo la vita a perdersi in qualche frammento della notte, ma anche la musica. Con l’avanzamento dell’era tecnologica, la quantità di uscite musicali è aumentata notevolmente, portando tutti i vantaggi e svantaggi del caso. Uno dei principali svantaggi è proprio quello di perdere tante piccole perle musicali nella notte della rete. La rubrica è quindi una riscoperta di tutto quello che nei giorni o mesi passati, non ha trovato spazio tra le pagine di Impatto Sonoro e che vi viene proposto come il biglietto per un lungo viaggio musicale. In ogni uscita parleremo di cinque tappe che riscopriamo assieme a voi. Non vi resta che partire e ricordarvi che la cocaina non è che un passatempo per capistazione.

A cura di Fabio Marco Ferragatta.

Jan St. Werner – Felder
(Thrill Jockey 2016)

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Metà dei Mouse Of Mars, Jan St. Werner sa, coi suoi solisti, toccare corde appena pizzicate dal duo tedesco, ampliandone il sintomo d’ineluttabile follia espressiva. Accade la medesima cosa con il nuovo “Felder”. Forse il miglior album di genere uscito negli ultimi due anni (assieme a “The Republic” di Sam Prekop) che fa dell’elettronica solo un’impressione di una sperimentazione più ad ampio raggio, foriera di sintomi interiori più umani di tanta musica “suonata”. Più che un disco un’opera d’arte contemporanea ed atemporale che non trova appigli in nessun altro se non in sé stessa (tanto da spingere St. Werner a mettere a disposizione di una serie di artisti il proprio disco per “reworkarlo”, suonarlo a modo proprio, riprodurlo e quant’altro in situazioni di qualsiasi tipo). Felder significa terreno, ed è come se fosse un disco di field recordings di un altro pianeta, impossibili da ricondurre alla fonte. Un agglomerato urbano di incidenti sonori, avulsi al ritmo, suonati di proposito contemporaneamente, fino a dare l’impressione d’essersi perduti nel luogo più gelido di questo misero mondo. Lunghe composizioni assurde divise al loro interno in movimenti dal cambiamento impercettibile, con Jan a mò di dj ultraterreno pronto a cambiare un miliardo di dischi al secondo, sovrapponendo sensazioni a stasi rumoristiche (“Beardman”, “Kroque AF”), baluginii vitrei recanti informazioni krautiane del Popol Vuh (“Osho”), sontuose suite pianistiche a dare il LA a landscape post infiniti infettati da un virus jazz tanto postatomico quanto notturno (la splendida “The Somewhere That Is Moving”) e distruttivi afflati industrial/noise a carezzare angoli di smooth lontanissimi tra di loro (“Singoth”). Un disco da ascoltare sul tetto di un grattacielo, mentre si osserva una città congestionata dal metallo dell’avvenire, mentre qualcosa si muove lento dentro di sé.

The Star Pillow – Above
(Time Released Sound 2016)

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Dietro al monicker The Star Pillow si cela Paolo Monti, chitarrista drone-ambient al settimo album sulla lunga distanza. “Above” è un piccolo gioiello ambientale, sì, ma straripante melodia sotterranea, e foriero di scapes immaginifici tanto (sur)reali da mandare in orbita la mente, registrato live in un solo pomeriggio, a piegare le regole dello spazio-tempo. Nel corso dell’ascolto si può incappare nel più profondo abisso come nel più puro dei paesaggi, all’aria tersa del disagio in forma pura. L’apertura di “The Long Now” è un viaggio iperuranico in un deserto senza fine con cellule melodiche d’altri mondi adagiate su un tappeto ferale, “Celeste” è tensione Pärtiana figlia del silenzio dello spazio lungo la via dettata da Sun Ra in continui riverberi ascendenti privi di posa, “Sleeping Dust” è, invece, un rollare di onde in silenzio, teso tra il nulla e un assoluta pace interiore esattamente come la successiva “Siderale”, vero e proprio capolavoro drone. A chiudere la partita la feldmaniana “Here”. “Above” è una sorta di soundtrack per un film mai girato, che si muove tra le pieghe di anima e cervello, pronto a scolpire il cuore quando meno te l’aspetti. E, elemento da non sottovalutare, a differenza del 90% del drone che troverete in giro, non vi farà mai venir voglia di skippare traccia. Hai detto poco.

David Fiuczynski – Flam! Blam! (Pan-Asian Microjam!)
(RareNoise 2016)

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Non mi stancherò mai e poi mai di parlare e di ascoltare quel pazzo scatenato di David Fiuczynski, chitarrista alieno approdato sulla Terra non si sa come cazzo. I viaggi allucinanti del chitarrista di Newark sembrano portare ovunque e da nessuna parte, in assoluto. Il tutto con una classe compositiva ed esecutiva fuori da ogni schema logico, pur di logica intriso. Insomma, facile perdersi, ma altrettanto facile godere della dialettica chitarristica del jazzista americano. “Flam! Blam! (Pan-Asian Microjam!)” è un’opera di pura psicosi, un omaggio all’immenso produttore hip-hop J Dilla e al compositore francese Olivier Messiaen e, di conseguenza, un mix pazzo che lascia spiazzati. I flam-beats bestiali del primo, lo studio di colori e simmetria del secondo, richiami per uccelli, incursioni microtonali e folies al limite dell’umano. Accompagnato in questo viaggio dagli studenti del Microjam Institute Fuze ci porta spasso in scenari in continuo movimento. Durante “Flam”, se chiudete gli occhi, potrete vedere Dilla scratchare impazzito in una foresta di groove atomici post-jazz, stessa cosa, ma con un tocco di veemenza di chitarrismo rock marziano in più, accade nella spettacolare furia di “Oiseaux Jdillique”. “Loon-Y Tunes” e “Dance Of UiraPiru” sono psicosi free in un sottobosco scuro e denso, “Q&A Solitaire” è pregna di questo violino immenso a riempire gli spazi, mentre “Gagaku Chord Candy” è una spiazzante inflessione ambient da lasciare stesi a terra. “Uira Happy Jam” vede la presenza del sassofonista Rudresh Mahanthappa a rendere ancor più sontuoso questo passaggio matto nella jazz-fusion più allucinante. In parole povere un disco che è un capolavoro atonale e dissacrante, ma piacevole oltre ciò che ci si possa aspettare da un disco tutt’altro che easylistening.

 

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