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Cobalt – Slow Forever

2016 - Profound Lore
black metal

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Tracklist

    Disc One:
    1.Hunt The Buffalo
    2.Animal Law
    3.Ruiner
    4.Beast Whip
    5.King Rust
    6.Breath
    7.Cold Breaker

    Disc Two:
    1.Elephant Graveyard
    2.Final Will
    3.Iconoclast
    4.Slow Forever

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Erik Wunder nell’ombra ci sta bene. Niente riflettori, niente copertine, nessuna new wave of black metal salcazzo. Niente. Solo un’infornata di dischi spaventosi, enormi, e passati per lo più inosservati con il nome di Cobalt, condiviso con l’amico d’infanzia Phil McSoerly. Dopo due dischi belli, seppur non imprescindibili (ma se amate il burst beat questa roba fa per voi, cazzo se fa per voi, altrimenti passate oltre), nel 2009 i due si presentano al mondo con “Gin” e allora qualcuno alza la testa e dice “cazzo, questa roba fa male”, complice anche la presenza di madame Jarboe a dar manforte. Tutto lascia supporre l’esplosione e invece i due tornano nelle tenebre. Poi McSoerly leva le tende ed Erik sceglie una nuova ugola per dare forma al suo progetto, e chiama a sé Charlie Fell, in uscita dai Lord Mantis e il gioco è fatto. Profound Lore licenzia così “Slow Forever”, e le gengive cominciano a sanguinare.

Doppio disco, doppio dolore. Niente da eccepire. Quando parliamo di black metal sappiamo che i cambiamenti o sono radicali o si insinuano sotto pelle. Qui lo schiaffo è forte. L’esperienza di Wunder col suo progetto “folk” Man’s Gin si fonde alla perfezione con la sua vena nera e da vita ad un disco monumentale, feroce e rovente come un incendio in un bosco. Se vi parrà di sentire i Gov’t Mule intrisi di nero metallo non siete pazzi, la misura Americana e roots riempie le vene e si erge monumentale verso un cielo plumbeo fatto di grida feroci e dall’animo core (“Hunt The Buffalo” sono otto minuti di cavalcata psicotica), impurità ferine e disperate fanno capolino e inchiodano in progressioni chitarristiche micidiali (la lunga e assassina “Ruiner”, dal cantato che guarda alle origini black come non mai), mostruosi rallentamenti ammantati di lerciume country (“Beast Whip”, “Animal Law”), sintomi acustici che fanno comunella con percussioni in odor di guerra infettati da malate eco crust (l’immensa e convergiana “King Rust”). I suoni di questo monumento alla distorsione sono precisi e pesanti, slabbrano quando devono e si fanno asciutti alla bisogna, ed è Dave Otero a donare questa veste perfetta, e chi di voi ama il metal estremo degli ultimi dieci anni sa chi è questo signore. Ma non è solo nel suono il bello di questo duo imbastardito, il lavoro di Fell sulla voce è quanto di meglio si stia sentendo in giro di questi tempi, capace di cambi di tonalità insensati, prima figli dei Nausea (“Cold Breaker” è un macigno crust punk in piena regola) poi esplosivi come un fottuto ordigno black (“Final Will”). Allucinazioni motorheadiane prendono forma sul cammino (ascoltate “Elephant Graveyard” e poi ditemi se non ho ragione) e fanno coppia con una voglia di violenza inusitata persino per loro stessi.

“Slow Forever” è stato diviso in due dischi per pura comodità, perché potrebbe essere un’unica lunghissima traccia, che porta i Cobalt a capostipite di una ondata fantasma di black metal che non ha corrispettivi temporali ma che lascia le giuste cicatrici. Che vi piaccia stare sotto una pioggia di pallottole o in una foresta innevata, il sangue ha sempre lo stesso colore. E non è rosso.

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