Non c'è più il jazz di una volta

FRED FRITH: Non c’è più il jazz di una volta (e ‘sticazzi) #7

jazz 2

Butta via il grammofono

Piantala col telegrafo

Con ‘sto swing ora basta

Voglio solo roba molesta

É questo il jazz che ho in testa

“Topo Gigio sei veramente fortissimo! Potresti venire a distruggere un concerto jazz?” “Sì, certo. AAA” SDRSH.

Storie di provincia pt.II Entrare, da ragazzino, in provincia e in anni in cui internet non aveva un decimo del potere/potenziale attuale (con connessioni a carbone), nella spirale “Mike Patton” era un danno più che un guadagno. Finché il tuo negozio di dischi di fiducia era in grado di venderti i dischi di Fantômas, Mr.Bungle e compagnia briscola andava tutto bene. Ma se la tua naturale curiosità di imberbe sfigatello ti porta a voler sapere chi gravita attorno a questo piccolo multiverso musicale, nella fattispecie questo fantomatico produttore del primo disco dei Bungle chiamato John Zorn, allora sì che sono cazzi. Cominci a girare come una fottuta trottola alla ricerca di questi nomi, di queste persone, di questi cazzo di musicisti. Chiedi a tutti, prendi treni per altre città, altri negozi, altri soldi che se ne vanno. Finché non ci azzecchi e peschi questo ciddì assurdo chiamato “”Naked City” e allora ti senti realizzato, torni a casa, lo scarti, lo metti su, ti scoppia il cervello e, mentre lo ascolti ti rendi conto di esserti messo ancor più nei guai, perché quello che prima era un “piccolo multiverso”, diventa un immenso cazzo di casino. Perché scopri che questo Zorn è un dissennato che suona solo con gente allucinante, e te ne rendi conto leggendo i crediti del disco di cui sopra. Allora riparte la tiritera e ti metti alla ricerca di ogni singolo svitato presente in studio al momento di registrare “la città nuda”: Frisell, Eye, Baron e, infine, Fred Frith. Nelle ricerche successive scopri che è lui quello che interessa di più la tua mente obliqua e bisognosa di musica malata, complessa e atta a farti dimenticare l’assenza di donne, nonché “orfana” di una pre-pubertà passata a divorare i dischi prog di tuo padre ma che, alla lunga, non son più bastati.

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Sì, perché Jeremy Webster Frith, per gli amici Fred, è proprio da quell’area lì che arriva. Nato a Heathfield, Inghilterra, nel 1949 è il classico bambino prodigio che si approccia in tenera età al violino ma che ben presto, scoprendo band come gli Shadows e i Beatles, passerà alla chitarra. Ma è il blues a far cambiare mentalità a Jeremy e a portarlo a suonare note blue a profusione e, tutt’altro che pago, si fa trasportare verso altri generi, tra cui una bella dose di ragtime, musica giapponese e balinese. Il passo è breve e all’università si “scontrerà” con le idee di John Cage e Frank Zappa ponendo le basi per ciò che accadrà di lì a poco. É infatti all’università di Cambridge che Fred incontrerà Tim Hodkingson, multistrumentista dedito anch’egli all’avanguardia tout court, e con il quale deciderà di mettere in piedi quella che diventerà una delle band “rock” più influenti di sempre, gli Henry Cow. L’anno è il 1968, i Pink Floyd sono al secondo album mentre i King Crimson stanno per arrivare e stravolgere tutto, intanto gli Henry Cow costruiscono le fondamenta di qualcosa di diverso, facendosi le ossa suonando in supporto proprio alla band di Syd Barrett, e mischiando i ruoli dei propri componenti fino a giungere, nel 1973, in studio per dare i natali al loro primo disco “Legend“, nomen omen, ridefinendo le “regole” del progressive rock, inserendovi una folle dose di avant-jazz, tempi insensati, articolazioni compositive allucinanti e chi più ne ha più ne metta. Sono gli anni in cui le major come la Virgin si buttano sulle band sperimentali ed è proprio l’etichetta inglese ad organizzare, nel 1974, un bel tour di promozione per l’album con i tedeschi Faust ed è proprio durante questo tour che prenderà forma “Unrest“, vera e propria pietra miliare del rock d’avanguardia. Nello stesso anno il buon Frith decide di spiegare al mondo la sua visione della chitarra pubblicando il disco “Guitar Solos“, un concentrato di improvvisazione folle, textures al limite dell’ambient e amenità varie che attirerà le attenzioni di Brian Eno, ponendo il Nostro tra i grandi innovatori della sei corde nel campo dell’avanguardia, assieme al connazionale Robert Fripp. Come tutti i bravi sperimentatori degni di questo appellativo gli Henry Cow in patria vengono malcagati e, conseguentemente, abbandonati a loro stessi. In un virtuale esilio la band inglese incrocerà la propria strada con la créme della musica altra europea, approdando nel 1975 in Italia, e il PCI darà loro la possibilità di suonare alla Festa dell’Unità assieme agli italiani Stormy Six. La grande innovazione artistica del gruppo diventa manifesto quando, nel 1978, Hodkingson e soci organizzano a Londra un evento senza pari, radunando a sé tutte le realtà più malate della musica europea, dando i natali al movimento Rock In Opposition.

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Nasce qualcosa e qualcos’altro finisce, così gli Henry Cow danno l’addio alle scene musicali nello stesso anno, e ognuno andrà per la propria strada. Quella di Frith porta dritta a New York, che diventerà la nuova base operativa del Nostro, portandolo ad amalgamarsi con la folle scena della Downtown. Proprio qui conoscerà un altro pioniere del suono, il bassista/produttore Bill Laswell, al tempo coinvolto nei Material (militanti nella band sono Michael Beinhorn e Martin Bisi, più che una band era una fucina di futuri produttori), con il quale formerà un trio bestiale chiamato Massacre, completato dapprima dal batterista Fred Maher, poi da Charles Hayward dei This Heat e con i quali licenzierà cinque bei dischetti tra il 1981 e il 2013, dediti ad un avant-rock improvvisativo dal chiaro sapore free-jazz,  quasi tutti usciti per la Tzadik dell’amico Zorn. Ma prima di approdare ai Naked City, Frith si ritroverà con Tom Cora a dare di matto con il progetto Skeleton Crew, che pare un’estensione naturale del discorso RIO, oltre ad una palestra musicale senza senso in cui Fred suonerà ogni genere di strumento. Il chitarrista inglese sembra vivere due o tre vite contemporaneamente tante sono le uscite a suo nome, e nel 1981 si chiude in studio per dar la luce a “Speechless“, altro disco in “solitaria”, virgolettato poiché il lato A viene suonato con la band francese Etron Fou Leloublan, mentre il B coi Massacre, ed esce nientepopodimeno che per la Ralph Records dei The Residents. Il contenuto è un agglomerato di jazz psicopatico e RIO da strapparsi la faccia. Arriva il 1990 e Jeremy Webster imbraccia il basso per i terroristi sonori grind jazz Naked City, dando forma a sette tra i migliori dischi mai concepiti in ambito jazzcore, movimento che nasce proprio dalla mente e dalle mani di questi cinque signori. La musica del Nostro diventa ben presto composizione vera e propria ad ornare spettacoli di ballo. Tra il 1988 e il 2015 compone (e suona) otto pieces per balletto contemporaneo, creando la serie “Music For Dance“. Ridendo e sperimentando arriviamo al 2010, anno della formazione di un altro progetto di pesante influenza jazz, i Cosa Brava, completati da Zeena Parkins, Carla Kihlstedt e Mathias Bossi dei mai troppo compianti Sleepytime Gorilla Museum, Shahzad Ismaily e The Nomad Conquest e licenzia due dischetti davvero notevoli (“Ragged Atlas” del 2010 e “The Letter” del 2012) all’interno dei quali il rock annega in fumi avant-jazz e improv d’alta gamma. impossibile stare dietro al corpus musicale di questo pazzo scatenato (e già così sono andato parecchio lungo) tra uscite di pura improvvisazione, opere immense, soundtrack al limite della perversione sonora. Arriva così (se non vi siete addormentati nel mentre) il 2016 ed è tempo per Frith di tornare nel campo di un jazz contemporaneo, unendo le forze al trombettista Darren Johnston.

FRED FRITH / DARREN JOHNSTON – EVERYBODY /S SOMEBODY /S NOBODY (Clean Feed 2016)

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Frith e Johnston ci donano undici tracce delicate e perfette per un trip notturno, allineati come due pianeti immensi e pronti a perdersi nelle immensità del cosmo. Prendono forma connessioni tra texture chitarristiche ambientali e lunghi afflati di tromba (“Barn Dance”), violente lotte free in forma di botta e risposta trucidi e allucinati (la malata “Scribble”, “Standard Candles”), cancrene industriali spezzate da melodie altrettanto spezzate fino a trasformarsi in un jazz da marching band aliena (la formidabile “Everybody’s Somebody’s Nobody”) e distruzioni del Verbo avant-jazz (“Morning And The Shadow” è un bagno nell’LSD). Ognuno al suo posto ma uniti nella distanza del linguaggio, i due musicisti riescono a tenere assieme un connubio di difficile amalgama per chiunque altro (o quasi). Arrivano a toccare la melodia (“Down Time” vede il solo Darren come funambolo dello strumento) per poi martoriarla senza pietà alcuna (“Scratch”) e il tutto con una semplicità spiazzante. Tutt’altro che un ascolto morbido, insomma, ma da gente così, altro non ci si può aspettare.

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