UFOMAMMUT + Karl Marx was a broker + Green Oracle – Cycle, Firenze, 27 maggio 2016

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È all’insegna della psichedelia che si conclude la stagione musicale del Cycle, locale fiorentino che, ospitando alcune tra le più interessanti band del panorama musicale underground italiano e straniero, può a buon diritto essere definito una piccola perla toscana.

Ad aprire le porte di questo sorprendente live, tra chiaroscuri e ipnotiche luci cangianti, sono i Green Oracle, gruppo emergente che non si sottrae dal mettere in scena tutto il suo potenziale, tra evanescenti atmosfere ambient e più oscure cadenze doom. La scaletta prevede l’esecuzione di due soli brani (Enter the temple e Inside the temple) che, tuttavia, finiscono per occupare un tempo complessivo di oltre mezz’ora, essendo ispirati alle lunghe composizioni krautrock di sessantiano respiro. Di certo a giovare concorre il tocco femminile della cantante, Giulia, la cui voce alla Lisa Gerrard, accompagnata dagli esotici suoni della chitarra effettata, ha letteralmente trascinato il locale in una dimensione atemporale ed onirica.

A seguire, un inaspettato cambio di sonorità con i pistoiesi Karl Marx was a broker che, pur entrando in scena come duo, anziché come trio, riescono a dimostrare brillantemente tutta la loro abilità tecnica. A causa di problemi di salute, infatti, il chitarrista Stefano Tocci non ha potuto esibirsi; a sostituirlo, oltre alle tracce registrate in precedenza, una simpatica foto posta sul palco a guisa di mascotte. L’assenza di un componente non impedisce comunque al bassista Marco Filippi e al batterista Gianluca Ingrassia di conquistare il palco – e il pubblico – grazie ad una sapiente miscela di prog rock vecchio stampo e nuovissime sonorità math, rese attraverso gli otto brani dell’ultimo album, magistralmente eseguiti, al di là di qualche passaggio forse un po’ troppo ridondante. Del resto – e a suggerirlo è proprio il titolo del loro ultimo disco, Monoscope (2016) – è sulla ricerca di un equilibrio tra istanze volutamente “anacronistiche” ed altre quasi “futiriste” che si basa il lavoro della band, intenzionata a restituire, proprio come il monoscopio, «un’ immagine vintage ma, allo stesso tempo, modernissima», per usare le parole dello stesso Marco Filippi.

Ed ecco che, dopo il movimentato intermezzo dei KMWAB, un’improvvisa cascata di suoni lenti e ribassati inonda la sala: salgono sul palco i tanto attesi Ufomammut, portando in scena un concentrato di psichedelia in costante crescendo. Una Gibson SG e un Rickenbacker 4000 series, unitamente a interessanti pedaliere homemade, costituiscono la semplice quanto efficace strumentazione del gruppo, cui un’amplificazione Green dalla notevole potenza garantisce l’immancabile innalzamento di quel pachidermico muro sonoro così caro agli affezionati del genere. Il sipario si apre su distese sonore di altri tempi e sembra davvero che, suonando il primo pezzo del loro ultimo album, Ecate (2015), la band piemontese possa riuscire nell’impresa di trascinare tutti gli astanti in un diverso, lontanissimo universo interplanetario, con passi da elefante, si, ma diretti verso sconosciute mete siderali. Ed è proprio questa l’atmosfera che Poia (chitarre, effetti), Urlo (basso, voce, synth) e Vita (batteria) mantengono durante tutta la loro performance, intrisa di suoni aspri e distorti fino al limite più estremo. La scaletta resta fedele alla tracklist dell’ultimo disco firmato Neurot Recordings, ad eccezione del quinto brano, Revelation, escluso per evitare di contaminare con sfumature troppo ambient la resa di un live che si è voluto granitico, violento e tenebroso fino all’ultima nota. Dopo le mordaci vibrazioni di Plouton, con la sua corroborante linea vocale e i suoi riff lisergici, è la volta di Chaosecret, pezzo che, grazie alla lenta struttura in costante crescendo, riesce a creare una sensazione di inquieta suspense, destinata ad esplodere – ma solo dopo sei lunghi minuti – in scariche di acidissimi accordi ribassati, scanditi sul battere impetuoso della batteria. Venature drone ed effetti dal sapore esoterico hanno portato in visibilio i timpani del pubblico con le successive Temple e Daemons dove, a giocare un ruolo fondamentale, è stata anche l’aggressività di Vita che, al di là della meravigliosa presenza scenica, ha messo in campo tutta la sua destrezza, gettandosi a capofitto in ritmi lenti e, proprio per questo, assai difficili da gestire, martoriando le pelli con implacabile e lucida ferocia. Sembra quasi che il monolitico e criptico impasto fonico nasconda in sé un sacro potere liberatorio, o il segreto di chissà quale rituale di espiazione. Tutto sembra concludersi all’apice di questa invocazione all’occulto, ma ecco che, a sorpresa, il trio torna sul palco per regalarci ancora un assaggio del suo acre sound in bilico tra stoner, doom e pura psichedelia mediante l’esecuzione di altri tre brani: Hellcore (da Lucifer Songs, 2005), Oroborus (da Oro: Opus Alter, 2012) e, per finire in bellezza, God (da Snailking, 2004). Un tuffo nel passato che non ha di certo deluso le aspettative di tutti noi, amanti incondizionati del genere e di quella che si è nuovamente rivelata come una delle migliori band dello scenario underground italiano.

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