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Pet Shop Boys – Super

2016 - X2
pop

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Tracklist

1. Happiness
2. The Pop Kids
3. Twenty-something
4. Groovy
5. The dictator decides
6. Pazzo!
7. Inner sanctum
8. Undertow
9. Sad robot world
10. Say it to me
11. Burn
12. Into thin air

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“Quello che i tuoi genitori hanno risparmiato e costruito con parsimonia in una vita di lavoro, tu glielo puoi mangiare in un anno. Se ti impegni anche meno.”

(Maurizio Milani, Animale da fosso)

Sono un fan sfegatato degli anni ‘80. Tutto quello che usciva in quel periodo, anche lavori registrati cagando calcoli renali dentro una latta di impregnante vuota aggiungeva al mondo della musica rock quel tono di innovazione quasi aristocratica da “medaglia al valore”. Difficilmente, oggi, trova spazio qualcosa di “valido” uscito da protagonisti di quei giorni lì. Fanno eccezione in pochi: i Devo, Moroder, Brian Eno, i New Order, certi giorni gli U2 e un paio di riciclati che ai tempi erano considerati solo perché appetibili da un pubblico poco esigente.

Dimentico anche i Pet Shop Boys, che arrivano agli anni ‘10 con una grinta alla Mattarella, come fossero finiti in un barile di scorie nucleari che ne ha prolungato una cagionevole vita proto-tumorale. Super è un disco che potrebbe sollevare polemiche ed entusiasmi, d’altronde siamo diventati una comunità di “democratici” che devono sempre, onorevolmente guardare nel mezzo: non fa freddo ma non fa nemmeno troppo caldo; non sei bello ma nemmeno brutto; la pasta mi piace ma quando posso la evito. L’evoluzione, insomma, ci ha inculati ben bene.
Se io dicessi che Super fa cagare, tre dei quattro fans dei Pet Shop Boys se ne uscirebbero con una decina di motivi per contrastare la mia idea. Se facessi notare che Super è un gran bel disco, coloro che non trovano i Pet Shop Boys entusiasmanti potrebbero farsi rodere il culo per motivi che nemmeno loro comprendono. Quindi, Super è un album medio. Che male si accorda con la scelta del titolo del disco. Ormai siamo belli e navigati in questo senso. Riusciamo benissimo a comprendere il significato di un nuovo brano; sappiamo come e con quali accorgimenti viene registrato un album; diamo un parere più che “tecnico” su strumentazione e capacità compositiva di musicisti e gruppi. Siamo, insomma, all’apice di un periodo storico che tra qualche centinaio di migliaia di anni ribattezzeremo “perculoniano”. Roba da: “ti spiego tutto ma non ti spiego un cazzo”.

Siamo, dunque, all’ingresso in società di una nuova classe dirigente, un plotone di piccoli professionisti del suono che hanno la possibilità di esprimersi attraverso tutta una nuova serie di media messi a disposizione loro, paradossalmente, dalla vecchia classe dirigente, quella che cresceva i figli con la preghiera e le frustate. Non è che qualcuno di loro, della vecchia scuola, per intenderci, abbia abdicato, altrimenti i Pet Shop Boys sarebbero a far compagnia a Boy George per le strade di Londra, con ramazza in mano. Semplicemente tutti quanti stanno trovando il modo di riempire le panchine del parco, continuando a fare musica invece di nutrire piccioni. Da lontano, oltre le inferriate, i ragazzi corrono su e giù, magari senza produrre un cazzo, ma alzando un gran polverone che tutti, nessuno escluso, hanno il dovere di notare.
Le dodici messe in scena di Super ripercorrono qualcosa che sta a metà strada tra i “primi anni” e “la rinascita”, quel momento in cui, dopo aver pompato gas all’interno del serbatoio del tessuto della società capitalistica, ti rendi conto di non avere più un centesimo in tasca. Più o meno tra il 2006 ed il 2012, nel caso dei Pet Shop Boys. Adesso, non so quanto possa essere considerato “innovativo” riportare le lancette dell’orologio agli anni ‘90, all’anacronistica novità della club-house, ma non è consigliabile farlo accorpando sonorità così “imponenti” con i contenuti di un qualsiasi poeta marxista-ghandiano-lennoniano. “The Dictator Decides” sembra uscita da un webinar di Andrew Wakefield sui vaccini. Capisco che dobbiate nutrire la vostra ego da moderni Che Guevara, ma perlomeno fatelo per le strade di Aleppo, o di Bogotà. Lì si che trovereste feedback! Una verve moralistica che non si placa nemmeno davanti alle necessità “utilitaristiche” di “The Pop Kids”, il primo singolo del disco. Il racconto di quanto erano fighi i giorni della gioventù. Un bolide pesantissimo che sale di pochi metri dalla superficie della noia per poi piombare al suolo e scomparire, senza alcun boato, tra l’altro. Super è un “one day stand” piuttosto mortificante per i Pet Shop Boys. L’elettronica ha avuto maestri eccezionali nati dall’unicità di un periodo che ha trasformato completamente il mondo della musica, che lo ha portato fuori dalla genuinità contadina degli anni ‘70, per poi finire schiantato ed in stato comatoso verso la capricciosa ed inquietante mediocrità degli anni ‘90, con quelle pose, quelle luci e tutte quelle nottate in discoteca a non concludere un cazzo.

In un certo senso è salutare tornare ad ascoltare progetti come i Pet Shop Boys, magari partendo da lontano, senza buttare soldi per questo Super, per comprendere meglio l’altissimo valore della musica elettronica nata negli anni ‘80, conoscere meglio i protagonisti che ne hanno scritto la storia e metterli al paragone con gli emuli dei giorni nostri. Così, tanto per prendere coscienza del mondo di merda in cui viviamo.

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