Recensioni

Egle Sommacal – L’Atlante Della Polvere

2016 - Sangue Dischi
folk / strumentale

Ascolta

Acquista

Tracklist

1.Inno a qualcosa che non ricordo
2.La città dei coltelli
3.Fantasmi
4.Il poeta Rheiner dipinto dal pittore Felixmuller
5.Seravella nella neve
6.Fine di un anno
7.Un pezzo di carta attraversa la strada sospinto dal vento, si ferma pochi istanti su un cespuglio e poi sparisce dietro un angolo
8.Natura
9.Fiori per il tuo compleanno

Web

Sito Ufficiale
Facebook

Il quarto lavoro solista di Egle Sommacal (ex chitarrista dei Massimo Volume nonché attuale membro del Wu Ming Contigent dopo l’abbandono da parte di Wu Ming 5) esce a due anni di distanza da “Il cielo si sta oscurando”, mantenendone le sonorità e l’attitudine minimalista.

“L’atlante della polvere” è un album fotografico, oltre che musicale, composto da istantanee scattate in un passato ormai lontano, che ora giacciono coperte da uno spesso strato di polvere sulla scrivania di una stanza rimasta chiusa per molto tempo, forse troppo. Ascoltare il disco significa aprire quella porta ed entrare in un passato che sembrava dimenticato, per ascoltare l’eco di ricordi perduti. “Inno a qualcosa che non ricordo” è un fermo immagine in bianco e nero. Un fugace frammento di memoria che balena sospeso come pulviscolo fra i raggi arancioni del sole che penetrano dalle veneziane socchiuse, destinato a tornare invisibile non appena il buio sarà calato. “La città dei coltelli” conduce l’ascoltatore nell’atmosfera inquieta di una giungla di cemento deserta, immersa nella luce neutra che filtra attraverso una sottile cortina di nuvole che scorrono alte e veloci nel cielo. “Fantasmi”, “Il poeta Rheiner…”, “Seravella nella neve”, “Fine di un anno”, ogni traccia dell’album evoca un racconto e un ricordo diverso, sorretti da polifonie minimaliste e a tratti ossessive, con venature classiche. Non c’è nostalgia in questi ricordi, ma un vago senso di pericolo, come se un fantasma del passato si nascondesse in quelle immagini rese fosche dalla polvere del tempo. La settima traccia, “Un pezzo di carta attraversa la strada sospinto dal vento, si ferma pochi istanti su un cespuglio e poi sparisce dietro un angolo”, nonostante la lunghezza del titolo, è un breve filmato che ricorda la scena del sacchetto di plastica reso vivo dai mulinelli del vento nel film “American Beauty” (USA, 1999).
Il vento ancora una volta diventa alito di vita in grado di donare una parvenza di anima persino a un semplice pezzo di carta svolazzante. Spesso accade che sfogliando il libro dei ricordi tornino a galla questioni irrisolte relegate nel passato, che una volta riportate alla luce colpiscono con rinnovato vigore. Quello che all’inizio era solo un vago presentimento di pericolo emerge nell’ottava traccia del disco, “Natura”, la quale segna un solco netto e inaspettato nell’omogeneità di fondo che lega tutte le tracce dell’album, con le sue forti connotazioni drone e il suo minimalismo osseo che evocano le immagini apocalittiche della natura fredda e vendicativa di M. Night Shyamalan.

Passata l’inquietudine, “Fiori per il mio compleanno” chiude in dolcezza e serenità l’album, mentre con il pensiero abbandoniamo ciò che era e che, purtroppo e/o per fortuna, non sarà più, per tornare all’inafferrabile presente.

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Altre Recensioni

www.impattosonoro.it utilizza i cookies per offrirti un´esperienza di navigazione migliore. Usando il nostro servizio accetti l´impiego di cookie in accordo con la nostra cookie policy. Scoprine di più | Chiudi