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Snarky Puppy – Culcha Vulcha

2016 - Decca Records
jazz / fusion

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Tracklist

    01. Tarova
    02. Semente
    03. Gemini
    04. Grown Folks
    05. Beep Box
    06. Gø
    07. The Simple Life
    08. Palermo
    09. Big Ugly
    10. Jefe

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“Questi tizi arrivano da un altro cazzo di pianeta”, ecco cos’ho pensato la prima volta che mi è stato mostrato un video live degli Snarky Puppy. Li vedi lì tutti assieme, perché sono davvero tanti, una stracazzo di big band del nuovo millennio, che suonano ad un livello senza senso ma pare stiano strimpellando due robe a caso, tanto sono disinvolti, e tanto non ti pesa l’ascolto di brani che eccedono spesso e volentieri i sette minuti di durata. Delle maledette macchine da musica (niente guerra qui). Guidato dal mostruoso bassista e compositore Michael League, l’ensemble non arriva da Urano bensì da Brooklyn e racchiude al suo interno la crema della musica moderna, gente che ha suonato ovunque e con chiunque, e sempre ad un livello stratosferico.

Con “Culcha Vulcha” gli Snarky Puppy arrivano al loro undicesimo album e non si tratta di un live, come ormai ci avevan abituati dal 2008, bensì di un vero e proprio disco da studio. La potenza di fuoco delle dieci composizioni è insensata, e c’è spazio per tutto, ma davvero tutto. Si può dire che sia un disco jazz? Ni. É più un modo di reinventare la concezione di world music (Zawinul docet e sarebbe fierissimo), nel senso di tutte le “musiche” premute in un solo punto, pronto ad esplodere. Gli allucinanti attacchi di groove disarmante che pregnano “Grown Folks”, pezzo tutt’altro che gentile con un’apertura maligna sui synth nel finale, faranno star male più di un bassista, assurde legnate progressive come “Tarova” danno alla testa mentre il latin-jazz di “Semente” vi tirerà scemi. “Beep Box” ci mostra aperture sintetiche spettacolari, ammantate di TangerineDreamismo bello e buono, che si presenta anche nelle prepotenti aperture di synth di “Big Ugly“. Ancora bassismo terminator sulla super funk “Gø”, con la sezione di fiati che si lancia in fraseggi brutalizzanti, mentre “Palermo” è un sontuosissimo tappeto tribale, con le percussioni ad intrecciare situazioni d’ogni genere, fino a farvi perdere nei meandri di questa foresta Amazzonica immaginifica. Non basterebbero dieci articoli per descrivere il contenuto di un album simile.

Come cazzo si fa a suonare, comporre e produrre a questo livello…

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