Il Diario Dell'Antigenesi

Throane, Paperoga, A Dead Forest Index: Diario dell’Antigenesi #28

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Questa rubrica vuole essere un diario, una raccolta di pensieri, emozioni e suggerimenti su ciò che ci colpisce dei gruppi emergenti. Demo, EP, first release, MP3, tracce singole, bandcamp, myspace, e-mail. Tutto fa brodo e armonia per riempire queste pagine con nomi di progetti sconosciuti o anomali. Ci piace semplificare il tutto e mettere in collegamento realtà, persone e pensieri. Un percorso anomalo e brutale che non tiene conto delle tradizioni e del giudizio conforme. Come un’abiura della genesi, vogliamo prendere strade evolutive e di pensiero anarchiche e indipendenti, per seguire la nostra ricerca di forme artistiche nuove, che muovono i primi passi nel caos della creatività.
Se volete segnalare il vostro materiale potete mandare una mail a: impattosonoro@gmail.com . Vi avvertiamo che tutto ciò che ci arriverà passerà esclusivamente per la scimmietta pesca voti. Siete avvertiti.

Throane – Derrière Nous, La Lumière
(Debemur Morti Productions, 2016)

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C’è tutta una nuova (e non) corrente black metal francese che non andrebbe affatto ignorata, pena il perdersi produzioni sontuose come il progetto Throane dietro il quale si cela il graphic designer Dehn Sora (al lavoro con Blut Aus Nord, Ulver ed Amenra), e già sulla scena con il progetto ambient Treha Sektori. A battezzarne la nascita e l’uscita di “Derrière Nous, La Lumière” è Debemur Morti, etichetta foriera delle prodezze di Xasthur, Rosetta, Blut Aus Nord, Urfaust e molte altre bestialità estreme per palati fini e avvelenati. Quello che confeziona Sora è un disco di pura disperazione, feroce come pochi altri, carico di ansia e classe annichilente, forse, assieme a Panopticon, una delle migliore realtà “one man” in cui mi sia capitato di imbattermi negli anni, e di disastro nelle orecchie me ne è capitato parecchio. Sensazioni neurosiane a colata lavica sulla title-track, post-core degenerato dalla furia black già cara ai connazionali Celeste nella coppia furiosa “Sortez voz lames, que nous perdions nos poings” e “Aussi féroces que nous repentons”, stomp bestiali inframmezzati da inumane tensioni anti-melodice in “Une instant dans une torch”, digressioni post-industriali che farebbero felici i Full Of Hell serpeggiano nella rituale “Contre terre”, “À cette chute” invece è figlia legittima dei Jesu. In tutto questo disastro spicca la voce marcescente di Dehn, in piena possessione brutale. L’effetto che provo mentre ascolto questo gioiello nero è la stessa che mi è toccata leggendo “Trilobiti” di Breece D’J’ Pancake, in cui splendido fastidio e pura ossessione vanno a braccetto verso un godimento oscuro ed unico.

Paperoga – Te Amo
(Autoproduzione, 2016)

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MA CHE CAZZO SUCCEDE? Ecco l’effetto che fa mettere su “Te Amo”, dei Paperoga. Non sai più come sei conciato, dove sei girato, se stavi cagando o mangiando, diventa tutto ininfluente. Se ti capita di confondere le due cose non farne poi tanto una tragedia, a volte la “merda” è davvero buona. Così le otto tracce del primo so called full lenght (prima solo un EP, altrettanto stronzo) ti si infilano nel cranio e il tutto diventa una storia di manate sui denti, che manco fuori dalle discoteche di periferia. Il tutto è frullato di hate-core, perché in altro modo non lo posso chiamare, tra le mitragliate di “KURTCOBAINING”, la secchiate di chiodi blackened di “BLACK METAL IS THE NEW BLACK”, il noise imperante che ti vomita in gola su “TE HARSHMO”, “HARSHFRO” e le sue africanate grind che si reiterano in “LARRY TI PRESENTO GUERRY”, chiude il tutto la psicosi a mò di sega circolare che hai voglia a mischiare Strapping Young Lad al grind più pezzodimmerda di “(ANAL) SEXX ON THE BEACH”. Ok, Bisio ci aveva avvertiti che Paperoga è un drogato, tutto storto e spiantato, ma non ci aveva detto che I Paperoga dovrebbero uscire per Three One G, dando la merda a tanti altri. Sto male.

A Dead Forest Index – In All That Drifts From Summit Down 
(Sargent House, 2016)

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Lunghe ombre si stagliano su Auckland partendo dalle figure di Adam Sherry e Sam Sherry, fratelli e accomunati dall’intento di creare musica abissale col loro progetto A Dead Forest Index. Il loro debutto “In All That Drifts From Summit Down” è battezzato dalla casamatta artistica armata di tutto punto che è Sargent House, dopo il tour in apertura ai concerti di Chelsea Wolfe, mai “posto” fu più meritato di questo. Non è solo la Wolfe ad aver drizzato le orecchie per il duo australiano ma anche le Savages, con le quali condividono un piccolo split nel 2014, e che vengono qui rappresentate dalla chitarrista Gemma Thompson, in veste di guest di peso. Il disco è una lunga, lunghissima discesa nel profondo dell’animo umano, fragile e pronto a disgregarsi al primo soffio di vento gelido, ma presente e ben visibile a chi presenta abbastanza animo per farlo. Un agglomerato micidiale di intenzioni shoegaze e post-rock (nella loro accezione più nineties), dream-pop permeato da sensazioni cosmiche e un tocco post-punk dolce e carezzevole, il disco si snoda in tredici tracce di bellezza incalcolabile. C’è lo spettro degli Swans più eterei e “dolci” (una su tutte la spettacolare “Homage Old”, la dilatata e dilaniante “Ringing Sidereal”), il digrignare i denti e delle chitarre in forza del post-punk di cui sopra (“Myth Retraced”, con la sei corde della Thompson a grattare la superficie), lo splendore vocale di Adam a volteggiare su sensazioni di ogni genere, impregnate di estrema semplicità pop (“No Paths”) ed epicità uniche (a dir poco bestiale la dilatata ed “acustica” “Sand Verse”). Un capolavoro, senza mezzi termini, che da dipendenza immediata.

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