THE NATIONAL + FATHER JOHN MISTY – Pistoia Blues, 12 luglio 2016

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Nato nel 1980, il Pistoia Blues anno dopo anno insiste nel portare a Pistoia i capostipiti di altre tradizioni musicali rispetto a quella in epigrafe. Motivo per cui non c’è da sorprendersi se gli headliner della serata del 12 luglio – i National – col blues non hanno niente a che spartire ed anzi sono figli di altri suoni. Discorso diverso che per Father John Misty – all’anagrafe J. Tillman, già nome autoriale di suoi svariati EP negli anni e soprattutto batterista (e qua e là voce) di una delle migliori band folk del nuovo secolo, i Fleet Foxes – che nel suo ultimo album solista I Love You, Honeybear aveva rinnovato la tradizione del cantautorato americano con un disco spiazzante, ironico e delicatissimo con testi di pregio letterario, che è meritamente entrato di diritto nel novero provvisorio dei migliori dischi indipendenti degli anni Dieci.

Il suo concerto inizia puntuale alle 20, orario infausto per il trambusto della calca distratta atta in gran parte a prender posto per il concerto successivo, che Father John Misty ha felicemente schernito. La partenza imbolsita dei primi tre pezzi (Hollywood forever cemetery sings, When you’re smiling and astride me, Only son of the ladiesman) inverte il segno a partire da Nothing good ever happens at the goddamn thirsty crow, preludio della seconda parte – che prosegue con Chateau Lobby #4 (in C for two virgins), una Bored in the USA da brividi, Holy shit, True affection, I’m writing a novel, I love you, Honeybear, Ideal husband – di un concerto troppo breve (40 minuti appena) e dall’acustica rivedibile in cui J. Tillman muta dinamicamente da istrione, teatrante, crooner e buffone seguito fedelmente da una band che strappa accelerazioni in serie, implode come un crollo nervoso dopo una lunga e bizzosa preghiera solipsista e rimbalza dolcissima, nella tenerezza abissale dei testi non comuni delle canzoni, che spaziano dalla misoginia più irriverente all’amore ancestrale per quella stessa donna al centro di tante sue canzoni e della propria insicurezza, dalla critica beffarda di un uomo comune alla nuova società occidentale ai rimandi altisonanti alla grande letteratura americana.
L’esito della perfomance è lo sconcerto emotivo dato dall’enorme libertà autoriale di Father John Misty, che non concede sconti della propria poetica bizzarra e bizzosa alla piazza, amante dei National e di esecuzioni altrettanto intense ma più prevedibili, che non ha trovato un loro imbonitore ad aprine il concerto, ma una radicale alternativa di stilemi (entro una continuità di temi) che esce tra gli applausi.

I National sono invece la band di culto di tanti dei presenti. Lo senti dai cori cantati a piene voci, dai testi recitati a memoria anche a grande distanza dal palco, dall’accaloramento diffuso dei presenti per ogni smorfia di un Matt Berninger storicamente su di giri e ogni affondo della band che invece ierisera è parsa in una stato di forma non ordinario per chi aveva già altre esperienze di loro concerti. La loro performance è qualitativamente ed emotivamente indiscutibile, spaziando entro tutta una discografia di classici minori e proponendo pezzi inediti con fervore e pathos. Ciò che sorprende è l’approccio della band, che spinge sovente sull’acceleratore con arrangiamenti new wave , cupi intrecci di chitarre e percussioni a spingere bordate di neo-decadenze che, per amore della paura, cantano la perdita del contatto tra l’Io e il mondo. E si spingono oltre, invocandone il ritorno. E’ questa l’essenza della musica dei National, che sono entrati sul palco con le note degli Smiths e dell’introversione di Morrissey e ne escono con Berninger che fa impazzire i tecnici e la sicurezza declamando Terrible love. Nel mezzo risaltano cover dei Grateful Dead come Peggy-o, inediti e futuribilissimi singoli killer come The lights e Find a way, memorabili versioni di Pink rabbits, The day I die, I’m afraid of everyone, England, Fake Empire. E poi Don’t swallow the cap, I should live in salt, Sea of love, Bloodbuzz ohio, Sometimes I don’t think, Hard to find, Squalor Victoria, I need my girl, This is the last time, Find a way, Slow show, Graceless, About today, I’m gonna keep you, Mr November. E infine Vanderlyle crybaby geeks cantata col pubblico, nella versione più vicina al cuore possibile. E il cuore risponde presente a questa doppietta straordinaria di musica, parole, paure cantate come amore.

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