KULA SHAKER – Anfiteatro delle Cascine, Firenze, 14 luglio 2016

Kula-Shaker

Una fresca sera d’estate è quella che accoglie i Kula Shaker a Firenze, all’Anfiteatro delle Cascine, scenario  non comune all’interno della notevole programmazione promossa dalla società fiorentina “Le Nozze di Figaro” (Cat Power, Massive Attack, Duran Duran, Blonde Redhead, Suzanne Vega…). Ad aprire il concerto ci sono Hacienda e Vickers, questi ultimi più efficaci dei primi a riscaldare la platea. I Kula Shaker hanno richiamato un pubblico particolare, coacervo di tardo freak appassionati, studenti neutrali, musicofili curiosi e tanti stranieri nel mucchio, e non è un caso perché la band inglese unisce l’immediatezza della sonorità anni Novanta con un palese citazionismo di tutto ciò che è il meglio del classic rock dei Settanta, unito a una riverenza assoluta per tutto ciò che viene dall’India del misticismo e dei suonatori di tabla. Un britpop psichedelico, per unire due generi antitetici eppure coesistenti entro i cinque dischi della band capitanata dall’intramontabile Crispian Mills, apparso in forma smagliante.

I Kula Shaker ci mettono un po’ ad ingranare del tutto i devastanti approdi che toccheranno nel finale, anche se i primi tre pezzi fanno parte della scaletta dei sogni con Sound of drums, la cover degli Hawkwind Hurry on sundown, Grateful when you’re dead. Ci sono pronti-via i suoni e l’impatto sul palco, mentre il pathos si alimenta nella ripetizione del loro rock schietto e acido, e nella riproposizione del loro album d’esordio e apice assoluto K con Jerry was there e Temple of everlasting light. Ed è così che anche il nuovo singolo Infinite sun, ottimo ma non al passo dei vecchi cavalli di battaglia, deflagra come una preghiera al sole calda e viscerale seguita da Demons, Mountain Lifter (la migliore del trittico) e Oh Mary dall’ultimo disco K 2.0. Ma è ancora col primo K e 303 che saltano le ultime riserve e, estasiate, le prime file del pubblico, che poi vengono cullate dall’ipnotica Ophelia e scosse nuovamente da Mystical Machine Gun (impareggiabile rispetto alla scialba versione del disco). E’ il momento giusto per piazzare i classici più sporchi della loro discografia da K e dai Deep Purple, con Smart dogs, Tattva e la cover Hush prima del prevedibile bis, con la ballata folk 33 crows, il ritorno a K con Hey Dude e il traghetto ancestrale teso tra Great Hosannah e  il loro pezzo più celebre, riuscito e mistico, quella  Govinda cantate nella lingua dei santoni indù a cui si ispira la loro musica con cui si chiude il concerto.

E con quel mantra che resta negli orecchi degli astanti, che come un rito lo ripetono sottovoce mentre escono dall’Anfiteatro, con un sorriso intensamente partecipato dallo spirito a chiarire che i Kula Shaker sono ancora capaci di trasmettere l’India con un battito di ciglia durato quasi due ore di concerto.

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