Il Diario Dell'Antigenesi

LLNN, Nulla+, Morrow: Diario dell’Antigenesi #29

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Questa rubrica vuole essere un diario, una raccolta di pensieri, emozioni e suggerimenti su ciò che ci colpisce dei gruppi emergenti. Demo, EP, first release, MP3, tracce singole, bandcamp, myspace, e-mail. Tutto fa brodo e armonia per riempire queste pagine con nomi di progetti sconosciuti o anomali. Ci piace semplificare il tutto e mettere in collegamento realtà, persone e pensieri. Un percorso anomalo e brutale che non tiene conto delle tradizioni e del giudizio conforme. Come un’abiura della genesi, vogliamo prendere strade evolutive e di pensiero anarchiche e indipendenti, per seguire la nostra ricerca di forme artistiche nuove, che muovono i primi passi nel caos della creatività.
Se volete segnalare il vostro materiale potete mandare una mail a: impattosonoro@gmail.com . Vi avvertiamo che tutto ciò che ci arriverà passerà esclusivamente per la scimmietta pesca voti. Siete avvertiti.

LLNN – Loss
(2016, Pelagic)

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È una colata di magma e negatività questo Loss, album di debutto dei danesi LLNN, che su Pelagic Records fanno il loro ingresso nel mondo complicato che ruota attorno allo sludge. Trenta minuti in cui il quartetto di Copenaghen sembra voler rifuggire i difetti più stagnanti del genere, cercando soluzioni più dinamiche per evitare di piantarsi fino alla gola nelle paludi più sporche e infestate di cloni. Funziona qui alla grande un mix di attitudine hardcore e coscienza metal, e i 6 brani che compongono Loss sono al tempo stesso evocativi, monolitici, violenti ed emotivi. Tra atmosfere sempre claustrofobiche ed estremamente corrosive, rese ancora più alienanti dall’uso azzeccatissimo di una voce tipicamente hardcore old school e da chitarre che si lanciano a volte in stranianti dialoghi in tonalità cristalline, sorprende positivamente l’uso di synth a bassissima fedeltà, come a voler placare di tanto in tanto lo scorrere urticare dei brani. O a regalare, senza troppa convinzione, qualche istante di luce in una vita orrenda. Spietati.

Nulla + – Stornelli Distopici
(2016, Simbol Of Domination, Metal Throne)

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Esordio folgorante quello del duo perugino Nulla + che, tramite l’etichetta russa Symbol Of Domination e la greca Metal Throne, consegna alle stampe questo Stornelli Distopici, undici schiaffi tra grind, black metal e crust tanto asciutti quanto distruttivi. Non c’è spazio per sperimentalismi, o per la ricerca di soluzioni impreviste nella musica dei Nulla +: i nostri scelgono altresì di rimanere strettamente fedeli alle tradizioni primordiali di un genere che forse più di tutti si è storicamente prestato all’impietoso racconto del sincero e comune disgusto per la vita. Produzione lo-fi, ma tagliente come poche, fatta di suoni grezzi e feroci, su cui si riversano come fiotti di vomito i testi, questi stornelli semplici e a tratti ingenui, così antipatici e perfetti per raccontare con amaro cinismo l’alienazione più totale di un’esistenza sotto i minimi termini. Neri come la morte, carichi d’odio e di rabbia, i Nulla + ci fanno un male dell’anima. Noi non vogliamo stare bene.

Morrow – Covenant Of Teeth
(2016, Alerta Antifascista, Chaos Rural Records, Halo Of Flies)

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Più che come una band i londinesi Morrow si possono catalogare piuttosto come un collettivo: ai 3 del nucleo fondamentale – David, Alex e Nicole – si aggiungono a rotazione svariati membri di realtà della scena crust/hardcore britannica come Monachus, Anopheli, Wildspeaker, Nepalese Temple Ball, Archivist, Masakari e via dicendo. In virtù dell’abbondanza di mani e menti di cui sopra, questo “Covenant Of Teeth” è giocoforza un disco complesso e stratificato: il background di fondo è quello dell’universo crust, ma nei 4 lunghi brani che lo compongono, tutti tra i 7 e i 12 minuti di durata, sono parecchie le sonorità e le atmosfere diverse a fare capolino, a volte in maniera davvero sorprendente. Il tratto sicuramente più caratteristico è dato dall’uso del violoncello, una sorta di spirito guida in grado sia di addolcire che di evidenziare le asperità, ma non sono da meno le parti recitate, in varie lingue, a conferire al lavoro un’aura di mitica e mistica ricerca in una memoria collettiva perduta. Tra crust, death e perfino emo, a più riprese il pathos è tale da sentirsi parte di un rituale perduto nel tempo, un viaggio fortemente evocativo alla riscoperta di quanto abbiamo sascrificato nel tempo in cambio di uno sviluppo sempre più degradante e deleterio. Un lavoro bellissimo, che non lascia trasparire significativi punti deboli, sia per quanto riguarda il versante più prettamente musicale, che quello concettuale.

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