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Jambinai – A Hermitage

2016 - Bella Union
post-rock / experimental

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Tracklist

    01. Wardrobe
    02. Echo of Creation
    03. For Everything That You Lost
    04. Abyss
    05. Deus Benedicat Tibi
    06. The Mountain
    07. Naburak
    08. They Keep Silence

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Quando metti su un disco e non sai cosa cazzo scrivere. Lo posso usare come titolo di una recensione? Che io possa o meno è il risultato di quanto mi stia accadendo ascoltando il nuovo lavoro dei coreani Jambinai. E più gira e meno so cosa sto effettivamente ascoltando. “A Hermitage” è sicuramente un disco post-rock. Quindi, voi che leggete, se incuriositi, andrete a cercarvi qualcosa di questi tre figuri aspettandovi di sentir partire un bordone di chitarre eteree, un pad elettronico, una batteria che c’è e non c’è. E invece no. Qui il termine “post” va inteso proprio per quel che è. La musica del trio si estende oltre alla materia rock, e a tutte le sue varianti, con al suo interno una massiccia dose di tradizione coreana. Il risultato è sorprendente, perché tutto s’incastra a dovere e dà origine a qualcosa di diverso.

Protagonisti della storia sono Bomi Kim, armata di haegeum, sorta di versione coreana del violino, Ilwoo Lee, che divide il proprio lavoro tra chitarra e piri, un flauto fatto di bambù ed Eun Youg Sim a destreggiarsi con un geomungo, strumento della famiglia degli zither (io ne vidi uno solo nel negozio di musica di Xabier Iriondo eoni fa). Completati da basso e batteria partono per un viaggio allucinante a rotta di collo nella quarta dimensione della musica. Inutile evitare paragoni davanti all’evidenza, perché a chiamare a gran voce sono Meshuggah e Sleepytime Gorilla Museum (questi ultimi in particolari modo per l’utilizzo di strumenti inusuali all’interno di una musica prettamente occidentale) quando la materia si fa oscura ed incazzata, è questo il caso dell’opener “Wardrobe”, distruttiva e hardcore nella sua furia cosciente, lo stesso discorso vale per la successiva “Echo Of Creation”, meno furiosa per velocità e più votata all’allucinazione guidata dall’haegeum, tra silenzi e disperazione tout court. Se vogliamo parlare di post-rock in senso classico ci si avvicina con forza sulla splendida calma di “For Everything That You Lost”, impreziosita da sintomi jazz, complice la tromba che intarsia melodie lungo tutto il brano. “Abyss” è RIO al suo massimo esponenziale, grave e debilitante materia gloomy che osa addentrarsi nei meno oscuri lidi dell’hip hop, con la voce a sgranare prepotenti rime (ad oriente lo sguardo si muove verso i giapponesi Tha Blue Herb) mentre è di umore assolutamente malevolo “Deus Benedicat Tini”, monolite recante le vestigia violente dei migliori momenti della furia di Zorn, tra Cobra e Naked City, in un alieno impeto marziale. La carezzevole “The Mountain” è un sospiro di sollievo sotto le bombe, lambita da orpelli acustici e una fonte melodica purificatrice in un crescendo senza fine che ci porta “a tanto così” dal black metal per poi rientrare nel silenzio. Non vale lo stesso per l’assassina “Neburak”, forte di un incipit slayeriano e pesante come un “ten ton hammer” in tutti i suoi sette minuti e mezzo di malanno rumorista. A sentenziare la fine di questo trip debilitante è “They Keep Silence”, che non tiene fede al proprio titolo e colpisce duro in pieno volto con ritmi da tribù cannibale e grevi sintomi noise di contrappunto.

“A Hermitage” non è un disco facile, non fa al caso vostro se siete nel pieno possesso delle vostre facoltà mentali e richiede un’attenzione particolare data la sua natura mutante. Questo non lo rende, però, meno diretto di un manrovescio sui denti.

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