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The 1975 – I Like It When You Sleep, for You Are So Beautiful Yet So Unaware of It

2016 - Interscope
indie-rock / synth-pop

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Tracklist

    1.The 1975
    2.Love Me
    3.UGH!
    4.A Change Of Heart
    5.She's American
    6.If I Believe You
    7.Please Be Naked
    8.Lostmyhead
    9.The Ballad Of Me And My Brain
    10.Somebody Else
    11.Loving Someone
    12.I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It
    13.The Sound
    14.This Must Be My Dream
    15.Paris
    16.Nana
    17.She Lays Down

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Farsi stare sui coglioni i 1975 è praticamente cosa ovvia e quasi automatica, vi sia sufficiente uno sguardo ai capelli di Matt Healy e il suo atteggiamento a metà tra Mick Hucknall e Alessio Bernabei (ebbene sì, l’ho scritto, Satana abbia pietà di me) che vi sentirete subito le mani diventare “fero”. Quindi, altrettanto automatico, sarebbe farsi stare sui coglioni la loro musica; e così coerentemente i primi momenti dell’orrendamente titolato I Like It When You Sleep, for You Are So Beautiful Yet So Unaware of It (ILIWYSFYASBYSUOI per gli amici) si chiamano Love me e UGH!. Dai, questi cari ragazzi vogliono un papagno in piena faccia, è palese.

Pure per il sottoscritto andare oltre questa patina non è stato facilissimo, dai uno dei loro singoli passati si chiama “Sex” cristo santo… ok ok la smetto. Andando oltre questo tragico strato, i nostri in realtà hanno intenzione di servirci un prelibato piattino a metà strada ideale tra Prince dei bei tempi e pop moderno con quel tocco anni ottanta che riesce a non essere banale poiché ha un sapore molto sensuale, a là INXS insomma.
E se dico andare oltre la patina lo intendo strictu sensu, perché i primi pezzi, anche dopo ripetuti ascolti, continuano a non dirmi nulla, rimbalzando qui e lì senza lasciare altro nel mio cervello che un mucchio di vocette che pregano di farsi amare e rompono allegramente i coglioni.
Arriviamo velocemente su A Change of Heart e le cose iniziano a cambiare gradualmente, anche se Matt infila un paio di liriche idiote tipo “was it your breasts from the start? They sure played a part”, ma l’intero mood del pezzo è risentito, amareggiato, di uno che avrebbe voluto ben altro dall’esistenza e invece si ritrova ad avere rimorsi su tutto, steso su un intricato tappeto di sintetizzatori e “OH” “AH” che Annie Lennox si mangia le manine.
Con She’s American, già dal titolo mi pare che si vogliano richiamare atmosfere a là Simple Minds dei bei tempi (oddio, diciamo dei meno peggio) se questi avessero mai voluto fare la boyband, esplodendo con una chitarra irresistibile e Matt e Adam che tirano insieme nelle strofe senza fermarsi mai. Vi rimane appiccicata subito in testa ed è sicuramente uno dei migliori pezzi dell’intero album. Ok non vi spaventate se ho scritto boyband, perché se è vero che il feeling è questo i The 1975 non sono mai così superficiali.
E la cosa diventa subito evidente con If I Believe You, carichissima e portato avanti con ricercate atmosfere soul e gospel, roba che un qualsiasi gruppetto pop mai si sognerebbe di fare. L’organetto accompagna Matt che ci racconta di solitudine, anche qui infilando dei deliri notevoli (I’ve got a god shaped hole – I’m a lesbian kiss, I’m an evangelist) che risultano spesso difficili da prendere sul serio, ma pazienza, la musica è più che sufficiente a farcelo perdonare. Please be naked arriva a spezzare questa stupenda sequenza e, nonostante il titolo potrebbe far pensare a un’altra patetica minchiata, è in realtà una strumentale delicata e tremendamente carica di emozioni, con un riff di pianoforte appena accennato che sembra stia sempre lì lì per cedere e sparire. Una piccola gemma.
Matt strilla mezz’anima su The Ballad of me and my brain, se mai qualcuno avesse avuto dubbi che voleva farsi l’intero album sussurrando, lamentandosi dei vari casini in cui si caccia.
Intervalliamo con Somebody Else, uno dei pezzi più delicatamente complessi dell’intero album, soprattutto dal punto di vista lirico, Matt lamenta il fatto che dopo aver lasciato una persona rimane il dolore di vederla condividere tutto con un’altra persona, “I don’t want your body but I don’t want to think about your body with somebody else”, una sorta di possessione a distanza. Il pezzo intanto rimbalza in maniera discretamente allegra, alternando un synth talmente morbido da sembrare uscito da qualche ballata di Bryan Ferry. Un’altra piccola gemma, c’era da dubitarne?

Insomma, lungi da me fermarmi ad analizzare ogni singolo momento di ILYWbleah, ma avrete ben capito che metà dell’album è talmente densa e ricca che da sola sarebbe bastata a comporre il miglior lavoro pop degli ultimi dieci anni e non lo dico a cuor leggero. Considerando che da lì in poi vi sono altri sei pezzi, è naturale che il livello tendi un po’ ad abbassarsi. Loving Someone fila via discretamente, mancando però di un ritornello che vada al di là del ripetere ossessivamente il titolo, finendo con lo spezzare troppo il ritmo.
L’altro singolo The Sound pure non mi entusiasma particolarmente, troppo confezionato e fintamente allegrotto, palesemente pensato per far saltare tutti al concerto, decisamente la media di quel che mi sarei aspettato da un gruppo inutile, cosa che i nostri non sono. O, perlomeno, è quel che spero.

Forse il problema maggiore di ILIWYSFYAmammeta è che c’è davvero troppa carne al fuoco, sono diciassette pezzi con così tanti umori, sperimentazioni, tentativi più o meno riusciti che assorbirlo tutto richiede tempo. Eppure, vi assicuro, è tempo ben speso, una delle più belle sorprese dell’anno.

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