Non c'è più il jazz di una volta

CHES SMITH: Non c’è più il jazz di una volta (e ‘sticazzi) #9

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Butta via il grammofono

Piantala col telegrafo

Con ‘sto swing ora basta

Voglio solo roba molesta

É questo il jazz che ho in testa

“Topo Gigio sei veramente fortissimo! Potresti venire a distruggere un concerto jazz?” “Sì, certo. AAA” SDRSH.

Era il 15 maggio 2010 e in un locale della mia città si apprestava ad approdare uno dei progetti che più mi fanno bagnare in assoluto: i Secret Chiefs 3. Passai la giornata a sudare freddo, in quel posto io ci lavoravo e stavo per incontrare uno dei miei miti, quel Trey Spruance la cui mente (in combutta con mani e corde) aveva fatto naufragare la mia tramite i Mr. Bungle. Il grado d’eccitazione salì vertiginosamente quando scoprii che dietro le pelli della batteria avrei trovato nientemeno che Ches Smith, altro eroe del malanno in musica. Il suo set era del tutto normale, eccezion fatta per alcuni piatti montati estremamente in alto, “ma Ches è uno spilungone, ci arriverà senza problemi”, pensai, e fu proprio così. Con quelle braccia arrivava ovunque, picchiando duro come l’inferno, inanellando una serie di poliritmie bestiali come se si stesse semplicemente allacciando le scarpe.

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Che link forzato, penserete, ma d’altronde sono io che scrivo, e a voi tocca subire i miei capricci. Perché Smith non è annoverato tra i più influenti batteristi della musica moderna? Lo è, ma solo se si scava bene, solo che è un mutante, un outsider molto poco out, uno studioso del suo mezzo e un anomalo tra gli anomali. A tanti (anche ottimi) batteristi basta fare un video per Drummerworld, qualche clinic, un po’ di dischi come compitino e il gioco è fatto, ma c’è tutta una schiera di stronzi a cui non frega niente (o molto poco) di tutto questo, e preferiscono dimostrare i propri numeri studiando nel dettaglio il proprio strumento e tutte le possibilità che può donar loro. Ches è uno di questi. È un filosofo dello strumento, sarà perché da Sacramento (città in cui è cresciuto, nonostante i natali a San Diego) si è spostato nell’Oregon proprio per studiare Filosofia (nel mentre già masticava un po’ di jazz, influenzato da Thelonious Monk e, più nello specifico, da Max Roach ed Art Blakey), e non ci sarebbe nulla di strano se fosse rimasto impressionato dall’aforisma di Eraclito “Panta Rei”, perché nel suo far musica tutto scorre impietoso, senza mai essere uguale a sé stesso, forse simile nell’approccio, ma nella sostanza pronto a cambiare sembianze spesso e volentieri.
A metà anni ’90 decide di metter radici a San Francisco, ed è proprio a Frisco che comincerà a muovere i passi nel mondo della musica, suonicchiando qua e là e prendendo lezioni private da un signore chiamato Peter Magadini, maestro della poliritmia e batterista eccezionale al fianco di Don Menza, Al Jarreau, Diana Ross e George Duke (vi consiglio di dare un ascolto a “Polyrhythm” del 1975, giusto per farvi un’idea). La didattica di Magadini sembra entrare subito nel DNA ritmico di Smith, non pago di ciò si iscrive al Mills College di Oakland ed è qui che la sua natura anomala di compositore/batterista trova sbocco ideale grazie agli insegnamenti di William Winant (collaboratore, tra gli altri, di Thurston Moore, proprio i Secret Chiefs 3, John Zorn, Oingo Boingo e Danny Elfman), Fred Frith e il pioniere dell’avanguardia elettronica Alvin Curran. Ma è proprio sostituendo Winant nella sua attività di batterista live dei Mr. Bungle che il Nostro troverà la svolta ideale, buttato nel fuoco dei live di Patton e soci. Quest’esperienza lo legherà a doppio filo con Trevor Dunn e Trey Spruance che se lo porteranno in giro coi propri rispettivi progetti. Ma andiamo per gradi. Le prime esperienze “in gruppo” dimostrano la propensione all’estremo movimento del batterista di San Diego. Nel ’99 unisce le forze ad Alex Newport, distruttivo frontman dei leggendari Fudge Tunnel, metà del progetto Nailbomb (l’altra è mr. Max Cavalera) e produttore eccelso (tra gli altri degli At The Drive-In) e al bassista David Link dando vita ai Theory Of Ruin, e nel 2002 chiudendosi in studio e pubblicando l’album “Counter-Culture Nosebleed”, album mai abbastanza rinomato per essere uno dei capolavori noise-rock dell’epoca post Jesus Lizard, pregno di furia debilitante e classe allucinante com’è, con Ches a rendere cubici i pattern ritmici e dando una forma particolare al modo di intendere questo genere, batteristicamente parlando. Assieme a Devin Hoff (sodale di Xiu Xiu), invece, formerà il progetto super weird Good For Cows, capaci di un jazz assurdo, funambolico, grevemente influenzato da ritmiche rock, proprie di Smith e dall’allucinazione contrabbassistica di Hoff, vera e propria macchina da guerra dello strumento, passando da momenti di calma a legnate pesanti come macigni. I due, tra il 2001 e il 2010, firmeranno cinque lavori (di cui un live), tutti ottimi per sbattere la faccia al muro (godendone), nella fattispecie “Bebop Fantasy” del 2004 e l’ultimo “Audumla“, uscito per la Web Of Mimicry di Spruance. Proprio grazie all’esperienza con Hoff Smith entrerà a far parte della scuderia di Jamie Stewart, partecipando a pieno titolo al progetto Xiu Xiu, firmando alcuni tra i migliori dischi dell’assurdo ensemble noise-pop californiano, uno su tutti “Knife Play” del 2002, al quale partecipa anche Greg Saunier dei Deerhoof, e si sente, seguito dagli altrettanto splendidi “La Foret” e “Women As Lovers”, fino al tributo a Nina Simone “Nina” del 2013, e, azzardo l’idea, proprio grazie a questa esperienza il Nostro alimenterà ancor di più il suo amore per le percussioni non convenzionali, infatuazione che prende forma nel suo progetto all alone Congs For Brums (pezzi che ho giusto giusto sentito dal vivo nell’occasione che vi ho narrato nella superflua introduzione di cui sopra) e nel disco omonimo del 2006, mixato proprio dall’ex compare Newport e pregno di elettronica che gratta i denti, poliritmie a pioggia e un sapore pseudo-pop (mutuato da Stewart?) ben nascosto tra le pieghe del tutto, disco seguito sei anni dopo dall’assurdo “Psycho Prediction”, tre pezzi di puro disagio drum-noise da leccarsi i baffi, prodotto dal bassista dei SC3 Shahzad Ismaily e mixato/masterizzato dai sodali dei Sunn O))) Randall Dunn e Mell Dettmer, come chiedere di meglio?

Dalla California Smith ha ottenuto più di quel che si sarebbe aspettato ed arriva, dunque, il momento di spostarsi a New York, culla dell’avanguardia e del jazz. Qui, a detta dello stesso Smith, c’è più audience, e, aggiungo io, è la terra dei musicalmente obliqui, e difatti entra in contatto con Mary Halvorson e Marc Ribot, entrambi, ognuno a modo suo, sperimentatori della chitarra, e distruttori della linearità musicale. Il 2008 è quindi anno di grazia ed escono due album da leccarsi i baffi: “Dragon’s Head” con il Mary Halvorson Trio, lavoro in cui vede la luce tutto l’amore per Blakey, in una serie di storture hard-bop d’avanguardia con cui c’è ben poco da scherzare, e “Party Intellectuals” con i Marc Ribot’s Ceramic Dog, sul quale si torna a pestar duro, tra mine rock e debilitanti svisate avant-jazz. La seconda metà degli anni zero è per Ches un’infornata di progetti e dischi di livello micidiale, come “Hammered” dei suoi These Arches (coinvolta ancora la Halvorson), ensemble mai così vicino alla sua esperienza al fianco di Spruance, o ancora l’incredibile jazz notturno di “You’ve Been Watching Me” assieme ai Tim Berne’s Snakeoil, di cui è ormai membro stabile. Il disco esce per ECM e, come ogni buon jazzista maturo che si rispetti, arriva il momento anche per Ches Smith di far uscire un dischetto in trio per la storica etichetta tedesca.

CHES SMITH – THE BELL (ECM 2016)

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A coadiuvare il batterista californiano troviamo al piano Craig Taborn (già dalle parti di Wadada Leo Smith, Dave Douglas e David Torn) e alla viola Mat Maneri (che si è fatto le ossa al fianco di John Medeski e Paul Motian, tra gli altri) e il risultato è, neanche a dirlo, allucinato. “The Bell” è un disco notturno, oscuro e greve come pochi, melodicamente spettacolare e percussivamente delicato quanto incredibile. Viola e pianoforte serpeggiano tra le soluzioni ritmiche astratte di Smith e creano strati melodici e tonali di una certa importanza. Pezzi come “Barely Intervalic” e la title track sono una discesa gelida all’inferno, rintuzzati da percussioni metalliche e intarsiati da intervalli di puro amore. Taborn fa un lavoro di textures eccelso nella dilatata e straziante “Isn’t It Over?” con Smith a deliziarci con i suoi tocchi di vibrafono. Cosa avessero in testa i tre quando hanno deciso di chiamare un brano “Wacken Open Air”, uno dei più famosi festival metal europei, non è dato sapersi, intanto il brano, pur essendo suonato in punta di piedi, ha la sua dose di aggressività, che sia la loro visione di un certo tipo di metallo? Non mi stupirebbe. E nemmeno mi stupisce che “The Bell” sia un’opera adulta e raffinata, nel suo essere assurda ed astratta.

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