Pietre miliari

01.10.1996: 20 anni di Ænima, un pugno infilato nel profondo dell’anima

Ænima - Tool

Il 1° ottobre 1996 (17 settembre in vinile) i Tool pubblicarono l’album che contribuì a definire la loro carriera musicale, Ænima, un’uscita tra le più importanti per l’alternative rock degli anni ’90.
Prima di Ænima i Tool erano conosciuti prevalentemente come una band hard rock – con Undertow ed il primo Opiate – indirizzata all’esplorazione di derive considerate post-grunge, esprimendo tutta la rabbia, l’odio e la frustrazione che potessero provenire dagli anfratti più oscuri.

Nonostante Undertow andò benissimo sul mercato – circa 3 milioni di copie vendute nei soli USA e 2 dischi di platino – è Ænima a segnare ufficialmente il percorso dei nuovi Tool: più riflessivi, psichedelici, immersi in un lungo viaggio in cui ogni pezzo diventa più lungo, denso ed elaborato.

Nonostante il cambio di traiettoria musicale, però, lo humor tipicamente “tooliano” resta intatto, ed anzi in Ænima raggiunge alcune tra le sue vette più alte, quasi come fosse una pièce teatrale satirica hard rock. L’attenzione alla satira da parte di Maynard James Keenan è cosa nota, così come la sua amicizia con Bill Hicks, al quale è dedicato l’intero disco. Ma ci arriviamo dopo.

Nelle varie epoche molti musicisti, in particolare nel rock, sono stati influenzati da libri ed autori letterari. I Led Zeppelin ad esempio hanno fatto lunghe riflessioni su Il Signore degli anelli,  i Metallica sulle opere di Lovecraft, chi sulla Bibbia, sulla mitologia scandinava, l’epoca sanguinaria della storia Europea.

I Tool per il loro secondo album si sono ispirati a Carl Jung, il più brillante discepolo di Freud, che incanalò  la sua carriera nello studio dell’individuo, dell’individuo all’interno della collettività umana e dei due inconsci (individuali e collettivi) che si esprimono attraverso gli archetipi. Tra i vari archetipi che Jung identifica troviamo l’Animus o Anima, rispettivamente la componente maschile delle donne e la componente femminile negli uomini. Ma, ovviamente, il titolo dell’album non è Anima.

La band decide di giocare con il dualismo, linguistico prima di tutto, che colleghi la meditazione sulla natura dell’inconscio alla merda: Enema significa, infatti, “clistere”. Un divertissement scatologico/spirituale che punta a percorrere strade espressive altissime all’interno dell’animo umano, con strade più basse all’interno della melma generata dai comportamenti di quegli stessi uomini.  In un’intervista del 1996 MJK disse a proposito del titolo:”riguarda il cambiamento, ripulirsi completamente, rinnovare, ridecorare e ricominciare da capo.”

L’idea del cambiamento non viene percepita immediatamente dall’ascoltatore se si confronta la traccia di apertura “Stinkfist” con il precedente Undertow. I Tool sembrano riprendere da dove avevano lasciato tre anni prima, con la violenza, la rabbia, uno schiaffo in faccia sin dal titolo. “Finger deep within the borderline” è probabilmente il verso che rappresenta meglio la metafora del narratore che attraverso un vero e proprio atto di fisting cerca di avvicinarsi a comprendere se stesso andando il più a fondo possibile all’interno di una donna. È qui che il narratore cerca di andare all’interno del proprio subconscio fino all’archetipo Junghiano dell’Anima, alla scoperta della propria parte femminile, ma lo fa passando per il culo. Danny Carey parlando del brano disse “se la osservi veramente, e ci osservi sul serio, considerando chi siamo, capirai che andiamo lievemente più a fondo di alcune canzoni fallite riguardo al fisting”.

La storia di Stinkfist è cosa nota tra i fan dei Tool: il video e la canzone riuscirono a raggiungere la heavy rotation su MTV, ma a quanto pare i dirigenti dell’emittente non avevano compreso la metafora e decisero di modificare il titolo del brano con un generico “Track #1” anziché il titolo originale, in quanto ritenuto troppo offensivo per il pubblico.

Ænima inizia a prendere la sua reale forma già dalla successiva e distorta “Eulogy” e con l’anima convulsa di “H” che screpita nelle orecchie dell’ascoltatore. In queste due suite si riescono a cogliere in pieno i tratti degli ampi respiri di meditazione sonora al quale i Tool vogliono sottoporci: una sorta di “thinking metal” – dal quale prenderanno spunto in futuro anche gli ISIS – che ci offre un ascolto sofisticato ed intenso, calmo e riflessivo, che sfocia in una lucida violenza. La dualità costante dell’animo umano e del narratore.
Senza andare troppo a fondo negli archetipi Junghiani – non è la sede e non ne siamo in grado – potremmo decidere di osservare Ænima attraverso una lente simbolica. Come Jung identifica il , la Persona, l’Ombra, oltre ai già citati Animus/Anima come simboli che vanno a tratteggiare il nostro DNA psichico, anche l’intero album risulta essere pieno zeppo di segni, simbologie e Easter eggs.

Enema (clistere) diventa il simbolo della penetrazione maschile, “Stinkfist” abbiamo già detto essere la metafora di uomo che cerca di comprendere la donna attraverso il suo opposto interiore, “Forty Six & 2” rappresenta l’evoluzione umana. Per non parlare della più esplicita (e violentissima) “Hooker with a penis” (Puttana con un pene).

Questo tipo di analisi potrebbe essere infinita o chiudersi in 10 minuti. Ogni parola, verso o strofa potrebbe essere dissezionata fino all’osso per scoprire verità più profonde; i fan più devoti l’hanno fatto e lo fanno tuttora cercando di trovare ogni sorta di significato che non è probabilmente neanche mai passato per la testa di MJK (risponderà anni dopo a quest’aura salvifica indotta con “Rosetta Stoned”).
Alcuni elementi però sono chiari: “Hooker with a Penis” riguarda esplicitamente lo svendersi ed il mercimonio artistico: una violenta invettiva contro un fan scontento che accusò i Tool di essersi venduti già con il precedente Undertow. Siamo tutti quanti quel “The Man” – afferma un rabbioso Maynard – che il ragazzino confuso identifica come il capitale al quale la band starebbe succhiando il cazzo, mentre sorseggia Coca-Cola ed indossa le sue Vans 501: figlio ipocrita di un sistema fallito. “I sold my soul to make a record, Dip shit. And you bought one. Fuck you, buddy.”

Livelli di messaggio meno chiari mescolati a testi più che espliciti – o passibili di fraintendimento – hanno generato tutta l’attenzione quasi mistica che si respirava attorno alla band tra la seconda parte degli anni ’90 e gli inizi dei 2000, a cavallo tra l’uscita di Ænima ed il successivo Lateralus, che definisce ancora di più il carattere spirituale e misterioso della band. I Tool lasciano messaggi e la comunità dell’internet pre-social network ci si avventa ed avvita intorno in maniera quasi ossessiva, tanto da generare – ad esempio – teorie assurde sull’ormai famigerato “Harry Manback” o sul cadavere di cui si parla in “Eulogy”. Basterebbe ascoltare però “Die Eier von Satan” (e leggerne la traduzione dal tedesco) per capire che i Tool, nei testi di Keenan, perlopiù trollano. Nello specifico: la traduzione letterale sarebbe “Le palle di Satana”, ma che non sono altro che una ricetta di cucina. La voce declamante di Marko Fox incita le folle – in un evidente richiamo nazista – a colpi tuonanti di “und KEINE EIER!” (“e niente uova!”).

L’abbiamo detto all’inizio: l’uso della satira è uno degli elementi fondamentali della produzione artistica dei Tool, in Ænima su tutti, e prendono l’insegnamento di Bill Hicks – “non prendere la vita troppo seriamente” – in maniera letterale.

Non è un caso che il disco sia dedicato alla figura di Bill Hicks, grande amico della band, con il quale hanno condiviso “concetti simili” nonché il palco nel 1993 durante il Lollapalooza Tour. Autore satirico tra i più talentuosi degli USA negli anni 80/90: irriverente, velenoso, totalmente unpolitically correct, lucido mattatore delle ipocrisie e le contraddizioni del moralismo e del sogno americano. Con un passato di abuso di sostanze di ogni tipo, prevalentemente psicotrope, sino a diventare tossicodipendente, si ripulisce verso la fine degli anni ’80 pur continuando ad elogiare l’uso di LSD e marijuana in favore dell’apertura della mente. Muore nel 1994 a causa di un cancro ed i Tool decidono di rendergli omaggio facendo conoscere quanto più possibile la sua opera.

Bill Hicks appare in una illustrazione commemorativa inserita nel libretto di copertina, insieme al suo nome e alla didascalia “ANOTHER DEAD HERO”. Ma principalmente compare attraverso la sua viva voce con uno spezzone dallo spettacolo Relentless inserita come intro alla track conclusiva, “Third Eye”, e parla – ovviamente – di droghe come volano per la creatività.

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“You see, I think drugs have done some good things for us. I really do. And if you don’t believe drugs have done good things for us, do me a favor. Go home tonight. Take all your albums, all your tapes and all your CDs and burn them. ‘Cause you know what, the musicians that made all that great music that’s enhanced your lives throughout the years were rrreal fucking high on drugs.”

“Third Eye” è la traccia di chiusura del disco: un viaggio lungo 14 minuti in cui vengono canalizzati tutti gli elementi portanti del disco fino a diventare probabilmente una delle opere più monumentali – e inattese – dell’intera produzione tooliana. Un’ecosistema musicale, satirico-meditativo tramite il quale Maynard e la band vogliono dirci in maniera esplicita che è necessario osservare il mondo attraverso il nostro terzo occhio, attraverso la nostra coscienza e consapevolezza. Attraverso la meditazione, ma anche attraverso le droghe – se vogliamo usare una facile scorciatoia – possiamo raggiungere realtà alternative e raggiungere un nuovo livello di consapevolezza.

L’influenza di Hicks però compare pesantemente anche nella quasi-title track Ænema – a rimarcare ancora di più la dicotomia anima/enema – in cui Maynard riprende pedissequamente laddove Hicks ci ha lasciato con il suo album – era anche un musicista – Arizona Bay. La Arizona Bay, come luogo geografico, ovviamente non esiste, ma Hicks nel brano “Goodbye you Lizard Scum” annuncia quanto sarebbe contento se nel prossimo terremoto l’intera Los Angeles sprofondasse nell’oceano, tutto venisse spazzato via e tutto ciò che ne rimanesse non fosse altro che la Arizona Bay.

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In questa illustrazione lenticolare (contenuta nella versione CD per il mercato nord americano) si può “vedere” cos’è la Arizona Bay. (nota: nell’edizione europea non c’è, al suo posto una sequela di falsi album dei Tool con titoli tipo “I smell urine” o “Bethlehem Abortion Clinic”)

Maynard riprende il concetto e lo estremizza in un’ennesima invettiva contro quel “hopeless fucking hole we call L.A.” e tutto il circo di pezzi di merda che la abitano. Il consiglio del cantante, dopo la speranza di un’apocalisse dietro l’angolo, è quello di imparare a nuotare. Impara a nuotare, se vuoi salvarti. “Learn to swim, see you down in Arizona Bay”. Non è forse quello che speriamo ciclicamente un po’ tutti noi? Che tutto lo schifo venga spazzato via all’improvviso e non resti altro che un buco nel mare?

Ænima segna anche l’introduzione del nuovo bassista Justin Chancellor, entrato nella band dopo l’abbandono di Paul D’Amour nel 1995. Chancellor è un bassista puro e talentuoso che in pochissimo tempo riesce ad influenzare pesantemente la produzione artistica della famiglia Tool. L’influenza più evidente la si può ascoltare in “Forty Six & 2”, brano nel quale la mano compositiva di Chancellor è più marcata, in cui introduce uno dei suoi riff ipnotici, che si mescolano perfettamente con le ossessioni di Adam Jones e le sperimentazioni ritmiche di Danny Carey, fino a diventare uno dei marchi di fabbrica dell’evoluzione musicale della band.

Anche su questo brano, tra i più apprezzati e discussi di sempre, si sono succedute le teorie più disparate. La più accreditata è quella legata alla teoria concepita da Drunvalo Melchizedek sull’evoluzione umana: il DNA umano contiene 44 autosomi e 2 cromosomi del sesso e, passando ancora una volta per Jung e per l’idea di un mutamento attraverso la propria Ombra, “Forty Six & 2” racconta del prossimo passo dell’evoluzione umana sino ad arrivare a 46 autosomi + i 2 cromosomi del sesso. L’Ombra, concetto principale dietro i testi del brano, rappresenta le varie parti di un’unica personalità che in primo luogo teme ed odia: la nostra ombra interna che condiziona il nostro inconscio sfociando in tratti sgradevoli, istintuali, che noi stessi per primi – o il nostro conscio – tendono a voler reprimere. “See my shadow changing, Stretching up and over me.”

In mezzo a vari interludi e alla traumatica “Jimmy” esce fuori un altro dei masterpiece della band: “Pushit”. 10 minuti in cui Adam Jones brilla dimostrando tutta la sua creatività e follia. La chitarra di Jones risuona attraverso un ipnotico e malato riff in 3/4 che distribuisce lungo tutto il brano alternando a feedback da mal di testa. Una creatura multiforme che proviene direttamente dalle visioni musicali e cinematografiche di Jones che si proietta in un gigantesco crescendo insieme alla voce di Maynard: “I must persuade you another way”.

Ancora oggi nessuna band è comparabile ai Tool. Ma nessun altro album dei Tool suona come Ænima.
I Tool hanno creato un album che invita esplicitamente all’analisi, anche attraverso quei brani e quegli intermezzi che non hanno bisogno di interpretazione. L’ascoltatore è chiamato a decidere per se stesso quali sono i significati che si trovano dietro il velo della nostra percezione e quando succede il disco acquista nuova prospettiva. Un disco che collabora con la nostra coscienza, forse è questa la prova più grande che raggiunge Ænima: brillante dall’inizio alla fine, che suona nuovo ad ogni pressione del tasto Play così come lo era nel 1996.

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