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clipping. – Splendor & Misery

2016 - Sub Pop
hip hop/sperimentale

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Tracklist

1. Long Way Away (Intro)
2. The Breach
3. All Black
4. Interlude 01 (Freestyle)
5. Wake Up
6. Long Way Away
7. Interlude 02 (Numbers)
8. True Believer
9. Long Way Away (Intrumental)
10. Air 'Em Out
11. Interlude 03 (Freestyle)
12. Break The Glass
13. Story 5
14. Baby Don't Sleep
15. A Better Place

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I clipping. si spingono nella Terra di Nessuno. “Splendor & Misery” spezza definitivamente le catene che legavano, in maniera già sufficientemente labile, il trio capitanato da Daveed Diggs alla materia puramente rap. Il precedente “CLPPNG” era una full immersion tra radici meccaniche ed industriali estreme e prive di un qualsiasi appiglio all’attuale produzione hip hop mondiale. Avulso e convulso, feroce e ferale, c’era tutto per gridare al miracolo, perché la povertà del genere, soprattutto in ambito mainstream, gridava ai quattro venti la propria “forza”. Con questo nuovo lavoro i tre di Los Angeles si assicurano un biglietto di sola andata lontano dai grandi canali di fruizione musicale. Purtroppo.

Anzitutto “Splendor & Misery” è un concept album, cosa già piuttosto rara in questo ambiente, e narra la storia di uno schiavo rimasto da solo su un’astronave cargo alla deriva nello spazio. Potrebbe essere la “trama” di un disco kraut degli anni ’70, e non siamo neppure distanti da quanto musicalmente si può sentire nel disco. Un enorme bordone industrial senza fine, ad opera dei due bimbi prodigio William Hutson e Jonathan Snipes, in quasi completa assenza di ritmo si staglia sullo sfondo dello storytelling magistrale di Diggs, il quale finisce per attestarsi come uno dei più completi e talentuosi MC (se non il migliore, ma me lo confermeranno i miei colleghi ben più esperti in materia di rhymin’) attualmente in circolazione. I testi sono criptici oltre il limite, l’incedere vocale passa da velocità folli (la spaventosa “The Breach”) a timing spezzati e fangosi. Il tasso d’ansia è altissimo e la storia procede come una scheggia impazzita tra mostri meccanici (“All Black” è il crescendo di un macchinario difettoso), situazioni ultra paranoiche (“Wake Up”), spiazzanti intromissioni soul/gospel (“Long Way Away” e “Story 5” sono il cuore caldo di un mostro di metallo che guarda ad un passato mai passato), assalti rap che riprendono a pieno titolo la furia a suon di beat assassini del primo disco (la violenta “Air ‘Em Out”, i trapani arrugginiti di “Baby Don’t Sleep”) e mastodonti ultra industrial dalle parti degli Sprung Aus Den Walken (“True Believer”)

Onestamente non vi so dire se questo disco sia un BEL disco. L’ho ascoltato più volte e la sentenza è una sola: QUESTI SONO AVANTI. Tanto basta per portarvi ad ascoltarlo e riporlo tra Dälek, Death Grips e (guardando indietro) Techno Animals.

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