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Steven Tyler – We’re All Somebody From Somewhere

2016 - Dot Records
country / rock

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Tracklist

1. My Own Worst Enemy
2. We’re All Somebody From Somewhere
3. Hold On (Won’t Let Go)
4. It Ain’t Easy
5. Love Is Your Name
6. I Make My Own Sunshine
7. Gypsy Girl
8. Somebody New
9. Only Heaven
10. The Good, The Bad, The Ugly & Me
11. Red, White & You
12. Sweet Louisiana
13. What Am I Doin’ Right?
14. Janie’s Got A Gun
15. Piece Of My Heart (con The Loving Mary Band)

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Non c’è nulla da fare. Quando qualcuno si mette in testa di dover fare un disco solista non gli si può dir di no. Quando questo qualcuno è Steven Tyler men che meno. Il buon Steven è andato dagli amici fidati con i quali è solito chiudersi in sala di registrazione, gli Aerosmith, e ha confessato questo bisogno impellente di dover fare da solo. Di doversi togliere il bavaglino e prendere in mano il cucchiaino per mangiare la pappa da solo. Tutto da solo. Il buon vecchio Steven è stufo. Ha deciso di darci un taglio e di abbandonare l’ormai logoro pastrano da frontman di una delle più longeve band della storia dell’umanità. Nemmeno il pentapartito durò tanto quanto gli Aerosmith! Significa che l’alchimia tra i componenti era più potente del previsto e che, per fare tutto quello che questo gruppo ha fatto, bisognava davvero “trovarsi” in tutto. Come quelle coppie che durano tutta una vita, anche senza sposarsi, perché poi il matrimonio è l’ufficializzazione di qualcosa di labile, di qualcosa che può finire da un momento all’altro.

Gli Aerosmith, proprio come i Pooh, sono, invece, immortali. È una resistenza che va ben al di là del forte legame saldato da brani come “Monkey On My Back” o “Back In The Saddle”. È una resistenza che sfida anche le più rigide regole del music business. Quelle dei contratti post-reality che, o le rispetti e fai musica di merda da vendere in giro, o non le rispetti e te ne torni a casa con la faccia gonfia di lacrime. “We’re All Somebody From Somewhere” è un album enigmatico. Nel senso che non significa un cazzo. Non parla di nulla di concreto. È tutto e niente. Una serie di quindici brani buoni per far vedere alla gente che c’è stato un periodo, tra un tour con gli amici e le prove in studio, in cui Steven non aveva un cazzo da fare ed era anche stitico, quindi, bisognava tappare questi buchi in qualche modo.

Quel qualcosa è diventato un album country senza infamia né lode che ci fa apprezzare una volta di più le grandi qualità vocali di Tyler e la sua propensione per le tonalità country semplici, semplici. Il disco non nasce brutto, potenzialmente potrebbe anche risultare valido per qualche balzo in chart su suolo statunitense. Volendo essere un po’ puntigliosi potremmo appellarci al fatto che, col cavolo che Tyler ha fatto tutto da solo, dato che tra i nomi sui credits compare anche quello di un certo T-Bone Burnett. Però parliamo davvero di dettagli, visto che alla fine i brani possono piacere o meno, il lavoro può risultare ascoltabile per molti, meno appetibile per altri. Si nota anche una certa mancanza di idee nel mettere in piedi un disco così lungo, con i suoi riempitivi veramente messi lì quasi per errore, come nel caso di “The Good, The Bad, The Ugly & Me”, oppure in quello per la versione country-popolana di “Janie’s Got A Gun”. Insomma, è bello sapere che, nonostante l’età che corre velocissima verso l’epitaffio finale, il nostro Steven sia ancora così pieno di idee mediocri da mettere su disco.

Potrei andare di lungo con una serie di offese rivolte a lui ed alle sue piccolissime trovate da artista kitsch ed ormai noioso, ma non voglio. Io adoro gli Aerosmith e poche volte ho sentito una voce dura, potente e resistente come quella di Steven Tyler, che anche a 145 anni risulta più piacevole ed interessante rispetto a quella di tutti questi piccoli Chris Martin e Win Butler di oggi. “We’re All Somebody From Somewhere” è oggi un album ampiamente superato dai tempi e pronto per essere convogliato in un cono d’ombra completamente vuoto, attraverso il quale è impossibile far viaggiare alcun suono.

Caro Steven, la colpa, ovviamente, non è tua. È principalmente nostra, di tutti noi. L’unica cosa che puoi rimproverarti, oggi, è di non esserti sparato un colpo di fucile in bocca nel 1994. Farlo adesso non avrebbe senso. Lascia correre.

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