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The Dillinger Escape Plan – Dissociation

2016 - Party Smasher Inc.
post-metal / hardcore

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Tracklist

1. Limerent Death
2. Symptom Of Terminal Illness
3. Wanting Not So Much To As To
4. Fugue
5. Low Feels Blvd
6. Surrogate
7. Honeysuckle
8. Manufacturing Discontent
9. Apologies Not Included
10. Nothing To Forget
11. Dissociation

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Altro che canto del cigno del cazzo. I The Dillinger Escape Plan prendono il suddetto per il collo e lo fanno roteare senza posa per tutti gli 11 brani che compongono l’ultimo, immenso, folle, disumanizzante, greve, psicotico, bipolare e assassino “Dissociation”.

Uno di noi è il killer? No, sono cinque e sono questi signori qua. Hanno preso il concetto di “metal” e “post” e li hanno messi al muro subissandoli di grida, lamate di chitarra senza fine, batterie da reparto psichiatrico, melodie dolci come una doccia di chiodi d’amore e ne hanno riso. Ancora e ancora. Da (quasi) vent’anni a questa parte hanno cambiato il volto della musica estrema. Ora, con il loro ULTIMO album, lo fanno ancora. Non c’è santo che tenga. La giostra gira a velocità folle, e noi non possiamo far altro che sentire il pugno nello stomaco.

Al primo giro “Limerent Death” ci porta indietro e con un seghetto fatto di tempi dispari si porta via timpani e tendini, Greg è ferocia allo stato brado, gli altri danno man forte e non si fermano se non arrivati al secondo “Sympton Of Terminal Illness”, con le carezze al viso, la melodia infinita, la lezione di Reznor imparata alla perfezione e rigurgitata senza linearità, senza fare il compitino MAI. Le montagne russe prendono a mulinare fino allo stremo delle forze alle porte della follia esagerata di “Wanting So Much To As To”, che rievoca gli spettri malati di “Irony Is A Dead Scene”, ma lo fa col senno di poi, un senno fatto di vetri spezzati negli occhi finché jungle, industrial e sintomi di terrore puro si fondono in “Fugue”. Siamo sulle rotaie, in altissimo, e la coppia “Low Feels Blv” – con i suoi momenti King Crimson sotto anfetamina – e la schizofrenia bulimica di “Surrogate” ci mostra come Greg Puciato sia in grado di mischiare disperazione black metal, attacchi di hardcore marziano e nenie melodiche in trasparenza contro un sole nero. “Honeysuckle” accartoccia jazz e anni ’90 (con tutto il suo metal a doppia velocità nelle vene) disossando tutto con denti affilati come i coltelli di ceramica di “Nausicaä della valle del vento” (per chi ha presente di cosa cazzo sto parlando), mentre la schizoide “Manufacturing Discontent”, detta legge marziale sulla pesantezza, scrive nuove leggi gridandole impietosamente in faccia a tutti senza lasciare scampo.

La sezione strumentale diretta (e divelta) da Ben Weinman è al massimo storico, perché quando un disco difficile, tecnico e ipercinetico come questo fila giù così liscio, vuol dire che il lavoro fatto rasenta la perfezione. E proprio i “sali e scendi” di chitarra ad opera di Weinman battezzano in un fuoco nero e destabilizzante l’esasperata “Apologies Not Included”, senza farci mancare quel tocco funky mutante che mancava da un po’ e la cui assenza ha segnato tutti noi. Poi l’elemento che non ti aspetti si palesa sulla parte finale dell’album. In “Nothing To Forget” i tempi si distendono, chitarre/basso/batteria diventano macigni neri, la voce un incudine coperta di velluto helmetiano e, all’arrivo degli archi, le lacrime scendono copiose, gli anni ’80 escono dai The Black Queen ed entrano da questa parte, regalandoci un momento unico, inatteso, BELLO. Arriva, come in tutte le cose, la fine, e a portarci fuori da questo luminoso incubo a occhi (ed orecchie) aperti è un’immensa title track: le orchestrazioni tornano a farci compagnia introducendo un virus industriale che prende sotto pelle, voci celestiali incontrano un cuore indurito dall’odio e lo lambiscono nell’idea dell’inevitabile chiusura di qualcosa sussurrando un “by the last time” che pesa più di tutte le chitarre del mondo, una pioggia incessante di splendore esce dalle casse, in orizzontale, scontrandosi con il petto e filtrando verso l’anima. Poi il silenzio.

La giostra si ferma, la gente scende, cambiata nel profondo. Diverso l’approccio alle cose, con un’attitudine rimasta invariata in tanti anni di palchi incendiati e studi di registrazione divelti dalla bravura (da qualsiasi lato la si guardi) e un’evoluzione che, in questi anni di grigiore assoluto, è toccata a pochi, pochissimi musicisti ed artisti. I The Dillinger Escape Plan sono tra questi. Un saluto lungo un disco, il migliore che ci sarebbe potuto capitare. Nessun rimpianto. Solo una camicia di forza ben stretta.

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