Pietre miliari

15.10.1996: Life is Peachy, i Korn e la fine dell’innocenza perduta

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Il 15 ottobre del 1996 segna la data di uscita del secondo album dei Korn, Life is Peachy, per Immortal Records and Epic Records. E questi sono i fatti. Ricordare e parlare oggi di album come questo non significa farne un monumento o ascriverlo a forza nell’olimpo dei migliori dischi di quest’ultimo ventennio musicale. Anzi.

La cruda realtà è che Life is Peachy non lo è né a livello compositivo né a quello autoriale, ma credo lo sia a livello storico come artefice – inconsapevole – di aver tracciato una linea di demarcazione dopo il quale l’alternative rock è cambiato definitivamente: ha creato un mercato musicale laddove sembrava esserci stagnazione nel settore alternative. Probabilmente è proprio qui che il grunge, come fenomeno sociale, viene spazzato via completamente.

Se il self-titled Korn aveva introdotto tutti gli elementi che hanno in qualche modo salvato l’heavy metal dalla stagnazione commerciale seminando il terreno del nuovo metal – insieme ad Adrenaline dei Deftones Life is Peachy è il disco che farà crescere erba, piante e frutti. Di cui gran parte marci.

La consacrazione commerciale dei Korn nel 1996 è anche la consacrazione di quella creatura ibrida che fino a quel momento festival, cartelloni e giornalisti non sapevano come definire o dove inserire: nasce definitivamente il nu-metal. Un calcio pesante a tutto quello che era stato l’heavy metal fino a quel momento per reinventarlo semplificando tutte le strumentali al massimo, con l’abbandono quasi totale degli assoli e ponendo enfasi sulla sezione ritmica, la potenza dei riff e voci malate.

Korn Life is Peachy

Tutto questo nasce senza che i Korn ne avessero la minima coscienza, però. Nel periodo immediatamente successivo all’uscita di Korn (l’album) – diventato rapidamente disco d’oro – i cinque ragazzini di Bakersfield hanno iniziato a vivere una vita completamente dissoluta e quasi sempre completamente fatti: gli unici momenti in cui si dichiaravano sobri era durante le loro performance.

Tutto il resto del tempo si trattava di un percorso fatto di una rapida transizione dall’abuso di Speed all’alcolismo, pillole, erba e lunghe strisce di roba da sniffare.

Come dichiareranno più volte loro stessi nel periodo di conclusione del tour per il primo album – durato 18 mesi – e l’inizio dei lavori su Life is Peachy, i Korn ricordano soltanto vagamente cosa stesse succedendo attorno a loro e nelle loro vite. Sarebbero dovuti tornare velocemente in studio per cogliere il momento fortunato e tirare fuori un altro capolavoro, ma in uno stato di completa confusione.
“Non sapevamo cosa volevamo fare. Non avevamo nulla di scritto e non sapevo che cosa avrei cantato. Avevamo soltanto queste forti vibrazioni intorno e questo momento alle nostre spalle, così ci siamo semplicemente messi sotto a farlo” ha raccontato in un’intervista del 2011 Johnathan Davis.

Il titolo dell’album prende vita dai famosi Pee Chee Folders, delle cartelle portadocumenti molto famose nelle scuole superiori statunitensi, soprattutto per la moda di utilizzarle come tele sul quale ridisegnare le proprie passioni.

La band racconta che il bassista Fieldy aveva questa cartella Pee Chee in tutte le sessioni di prova sopra al quale aveva scritto reinventando “Life is Pee Chee, but sex is an all-season sport”. Da lì la band inizia a disegnare decine di immagini malate di sesso sulla copertina con la ferma convinzione di poterla utilizzare come cover del disco. L’azienda produttrice però negherà la possibilità declinando l’offerta di $20,000.

Korn - Life is Pee Chee

I riff micidiali – in questo caso più melodici – dei due chitarristi James “Munky” Shaffer e Brian “Head” Welch, le tipiche parti di basso slappato di Reginald “Fieldy” Arvizu e la batteria di David Silveria vengono mescolati in un flusso continuo di idee, di rimandi al precedente lavoro, di elementi nuovi che comprendessero l’hip-hop e tratti di new wave nelle nuove canzoni. In parte riprendendo in mano il discorso funk-metal iniziato con gli L.A.P.D. – profondamente ispirati dalle follie dei Mr. Bungle – in parte lasciandosi trasportare prevalentemente dal caso.

Poi ovviamente entra in scena la voce disperata di Davis che è de facto la reale protagonista di tutta l’opera musicale dei Korn. “Sick of the same old things / So I dig a hole / bury pain / I am so high always / Burying my life so slowly”

Ma è sicuramente il sesto Korn quello che influenza più di tutti il sound della band ed il sound del nascente nu-metal tutto: il produttore Ross Robinson. Robinson aveva già rivestito un ruolo di prim’ordine nella produzione del primo album e torna su Life is Peachy con un bagaglio di esperienza ancora maggiore. Il produttore si divide a metà tra il lavoro sul sound e quello di badante, cercando di far rimanere quanto più sobri i membri della band per concludere in tempi più brevi possibili il lavoro. La maggior parte delle volte invano, ma alla fine ci riesce.

Così come Korn, il nuovo album è abrasivo e confessionale, concede definitivo sfogo ai demoni che albergano nella testa di Davis che urla testi sull’abuso, il tradimento, il sesso e gli eccessi. La maggior parte delle volte sono testi autobiografici o su situazioni vissute direttamente dal cantante, come ad esempio nella canzone “A.D.I.D.A.S.” [che significa “all day I dream about sex“] Davis dice “Sono io che canto di mestesso. Sono un figlio di puttana arrapato”.


A.D.I.D.A.S.
diventa importante nel racconto di questo disco perché si tratta del pezzo – uno tra i peggiori – che riceverà un’ampia esposizione nella MTV Rotation. Si tratta dell’unico singolo dell’album oltre a “No Place To Hide”, ma soprattutto diventa importante perché diventa quasi un inno per un’intera generazione in cerca di nuovi punti di riferimento.

Nonostante la traduzione forzata dell’acronimo il riferimento alla marca di abbigliamento sportivo è quantomai esplicito in questo caso, in un’operazione commerciale creata a tavolino proprio per definire una nuova estetica di genere (e far guadagnare milioni a tutti, of course).

La band ha sempre utilizzato tute e scarpe Adidas nelle performance e negli scatti relativi al precedente album, ma qui tutto diventa sistema e si inizieranno a vedere tute Adidas ovunque: tra le band, tra i ragazzi che le indossano come simbolo di appartenenza, tra quelli che non ne sapevano un cazzo, ma iniziano ad indossare Adidas perché non se ne poteva veramente fare a meno.

Mentre parlavamo del disco uno dei redattori mi ha detto che su Rock Sound di molti anni fa c’era un’intervista/gioco a Brian Molko dei Placebo in cui avrebbe dovuto ascoltare dei dischi ed indovinarli, senza conoscerne l’autore. Arrivati ai Limp Bizkit lui se n’è uscito con un “lo sport metal mi fa schifo”.

Gli elementi dello sport-metal ed il definitivo passaggio a band commerciale a tutti gli effetti sarà con il successivo Follow the Leader, un disco che diventerà leggendario per loro e per tutto il movimento nu-metal.

Ma oltre ad MTV e lo sport-metal c’è in effetti molto di più in questo disco. Good God è ad esempio uno dei pezzi migliori del disco e probabilmente dell’intero genere, che racconta i traumi psicologici di una relazione disfunzionale “In the sea of life, you’re just a minnow / live your life insecure / Feel the pain of your needles as they s–t into my mind.”

Ma che esplode in un devastante “Why don’t you get the fuck out of my face! UUUUGGGHHH! NOW!” che per essere una band di MTV a tutti gli effetti sembra un vero e proprio cambio di prospettiva espressiva.

Ora c’è spazio anche per un folle che urla in faccia a qualcuno di togliersi dal cazzo. Le generazioni rimaste senza un Cobain a portarle per mano hanno ora la possibilità di empatizzare con questo ragazzino devastato dal dolore e gridare insieme a lui tutto quello che abbiamo subito nella nostra innocenza perduta.

Ma uno dei pezzi che racchiude un po’ tutto il discorso sulla “twisted evil of innocence” di cui parla spesso Davis è indubbiamente Mr. Rogers, tra i punti più alti e al tempo stesso disturbanti e raccapriccianti dell’intero disco. Un pezzo scritto dal cantante circa due anni prima dell’uscita di Korn e con una gestazione – ed un risultato – che riflettono in pieno il periodo da abuso di stupefacenti. Davis racconta di aver perso più di un mese dietro quella “fuckin’ song” in piena rota da speed.

Essere completamente assuefatti dallo speed mentre si guarda la serie TV “Mister Rogers’ Neighborhood” – già inquietante di per sé – non dev’essere stata una grande idea. O forse sì, visti i risultati artistici. Davis si rivolge direttamente a Fred McFeely Rogers mentre parla della sua infanzia perduta, trovando il tutto così disgustoso e perverso. Immaginatevi lo stato di Davis strafatto di speed, senza dormire, mentre si guarda “It’s a Beautiful Day in This Neighborhood”. e poi ditemi se non è una cosa fottutamente disturbante.

“I wish I would have never watched you / You really made my childhood a failure What a fucking neighbor”

L’album include anche una cover di Wicked, di Ice Cube, con Chino Moreno come ospite alla voce, in una piece rap-metal che sarà uno dei filoni dell’intero movimento per tanti anni successivi.

I demoni di Davis però escono fuori definitivamente con il pezzo di chiusura Kill You in cui il cantante usa la musica come forma di auto-terapia, come aveva già fatto con la precedente Daddy. Un pezzo di puro odio verso una matrigna accusata di aver fatto sprofondare lui stesso e suo padre dentro un inferno. Davis dirà in alcune interviste di non aver mai odiato nessuno nella sua vita così come ha odiato quella donna tanto da arrivare a dire “All I want to do is kill you / (You are not my real mother, I’ll beat and stab and fuck her) / Wish you were dead now”. Dopo aver buttato fuori tutti i demoni della propria infanzia Davis non avrà più niente da dire, rimanendo una macchietta di se stesso e degli elementi caratterizzanti dei Korn.

Life is Peachy entra nella classifica Billboard direttamente al posto n.3, diventa disco d’oro a gennaio 1997 soltanto tre mesi dopo il rilascio ufficiale. Undici mesi dopo l’album diviene disco di platino, doppiandolo qualche anno successivo ed è considerato uno dei migliori dischi della band.

“Sembrava veramente che non stessimo sbagliando nulla. Tutti erano coinvolti in quello che stavamo facendo e apprezzavano veramente tutti gli stili differenti che stavamo inserendo nella nostra musica. E’ stato veramente un grande momento, un cazzo di folle periodo , ma un grande momento”

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