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Crystal Castles – Amnesty (I)

2016 - Fiction Records
elettronica / synthpunk

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Tracklist

1. Femen
2. Fleece
3. Char
4. Enth
5. Sadist
6. Teach Her How to Hunt
7. Chloroform
8. Frail
9. Concrete
10. Ornament
11. Kept
12. Their Kindness Is Charade

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La consistenza di un progetto può esser data da un insieme di fattori che ne decretano il successo o il suo fallimento. Se parliamo dei Crystal Castles, la figura di Alice Glass ha contribuito in maniera decisiva a dare corpo ad un’impalcatura sonora che sopravvive su un filo molto sottile di comprensibilità. La sperimentazione richiede un linguaggio comprensibile, altrimenti rimane fine a se stessa.

La dipartita della cantante, avvenuta in modo improvviso e in contrasto con Ethan Kath, ha chiuso l’esperienza dei primi Crystal Castles, dopo due album non all’altezza del folgorante debutto ormai lontano otto anni. L’addio della Glass non ha decretato la conclusione del progetto, ma la sua rinascita sotto nuove spoglie, con il producer canadese che ha sciolto i nodi di una vicenda poco chiara chiamando a sé Edith Frances, già collaboratrice nel singolo Deicide.

Gli otto anni dal debutto si fanno più lontani già dai primi secondi dell’opener Femen, un trap infarcito di voci bianche che si collega idealmente all’artwork. La strada intrapresa dal terzo disco si fa qui più morbida (Char) e qui più nervosa (Fleece), in un caleidoscopio oscuro dove la voce della Frances rimane sempre diluita in un’atmosfera che appartiene ad una dimensione lontana. In Frail l’architettura sonora si regge su una colonna portante house che si completa di corpose sirene ambient, in cui gli squillanti vocalizzi della cantante aprono le nebbie del disco. Chloroform riprende parzialmente l’insegnamento trap, e rappresenta la faccia più intima del duo canadese, in cui finalmente la voce si avvicina ad un’empatia che si fa più umana e meno artificiale. La burrasca sonora del singolo Concrete colpisce per incisività, fra pesanti rullanti, poltiglia atmosferica e incedere da club, che avvicina alla conclusione del disco che inaspettatamente apre il suono ad atmosfere ricche di speranza, lontane dalle tenebre del micro-mondo Crystal Castles.

La maturità artistica di uno dei progetti elettronici più innovativi del nuovo millennio lascia l’amaro in bocca. A non convincere è la scelta di relegare la voce ad un ruolo subalterno all’immenso lavoro di produzione, che da diversi anni ha intrapreso una strada battuta da altri in modo più convincente. Alice Glass completava con la sua timbrica delle scelte troppo derivative nell’ultimo periodo, che – se prese da sole – non riuscirebbero a convincere anche i puristi del genere. Il grande lavoro di arrangiamento è sotto gli occhi di tutti e per lo zoccolo duro di un certo tipo di elettronica è sufficiente a promuovere facilmente il nuovo disco dei Crystal Castles. Non basta il perfetto lavoro in studio o l’iconografia misteriosa a colmare le lacune di un lavoro che difficilmente verrà ricordato a posteriori, se non per il motivo sbagliato: le ceneri dei vecchi Crystal Castles non ci hanno consegnato una fenice.

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