Non c'è più il jazz di una volta

NELS CLINE: il rumore dell’amore

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Butta via il grammofono
Piantala col telegrafo
Con ‘sto swing ora basta
Voglio solo roba molesta
É questo il jazz che ho in testa

“Topo Gigio sei veramente fortissimo! Potresti venire a distruggere un concerto jazz?” “Sì, certo. AAA” SDRSH.

La prima (e purtroppo unica) volta in cui vidi Nels Cline esibirsi dal vivo fu assieme ai Wilco. L’impressione che quest’uomo dinoccolato, nervoso e dall’espressione furiosa incastonata in un viso affilato a lama era quella che fosse un outsider tra gli outsiders. Mentre Jeff Tweedy e soci viaggiavano su un binario tranquillo e calmo, Nels sferzava la sua Jazzmaster senza pietà, sventolandola a destra e a manca. Dalla sua cassa usciva oro convertito in rasoi scintillanti. Cline la sapeva lunga, da ben prima di entrare a far parte dei re dell’alt-country di Chicago.

Nels Cline

Classe 1956, Nels Cline vede la luce del giorno la prima volta a Los Angeles al fianco del gemello Alex. Le orecchie di Nels si riempiono di Byrds, Jeff Beck e Jimi Hendrix. Ed è proprio Jimi che convincerà il giovane losangelino (all’età di 12 anni) a voler imbracciare per la prima volta una sei corde. L’idea di inseparabilità dei gemelli si manifesta attraverso la musica quando Nels e Alex (che nel frattempo ha selezionato la batteria come strumento espressivo) decidono di metter su la loro prima band chiamata Homogenized Goo.

A vent’anni il giovin virgulto della chitarra è già fortemente inserito nella scena jazz-improv di L.A., folgorato sulla “strada di Damasco” dai lavori di John Coltrane e Archie Shepp (ma non per questo ravveduto sul versante rock della propria esperienza musicale, anzi), e nel 1978 entra in studio di registrazione (sempre affiancato dal fratello) assieme al compositore e polistrumentista Vinny Golia (sodale di grandi del jazz “altro” come Zorn, Berne, Chadbourne e Braxton, nonché foriero dell’unione mistica tra jazz classico e world music) per il disco “Openhearted”.

Meno di tre anni dopo la chitarra di Cline incontrerà il contrabbasso di Eric Von Essen dando vita al gioiello intitolato “Elegies”, concentrato di melodia romantica ed acustica, tra delicatezze spagnoleggianti e immense melodie bassistiche, il tutto battezzato da Golia, tanto per gradire. La strada con Essen è appena iniziata, così i fratelli Cline, il contrabbassista e il violinista Jeff Gauthier danno i natali ai Quartet Music, ensemble dedito alla direzione musicale intrapresa assieme al solo Essen. Così, nel giro di 8 anni, la “band” pubblicherà quattro album di indiscusso valore jazzistico (e il mio consiglio è quello di ascoltare l’ultimo “Summer Night” del 1989, con un Alex Cline in forma strabiliante).

Gli anni ’80 lasciano dietro di sé “Angelica”, primo disco a sola firma di Nels, ma suonato assieme all’immancabile fratello, Von Essen e, al sassofono, nientemeno che Tim Berne, oltre alla collaborazione di Nels con il sassofonista Julius Hemphill (che con il suo World Saxophone Quartet ha dato man forte a Bill Frisell e a Bjork) e la sua The JAH Band.

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Non ci si può aspettare che un matto come Cline non incroci la strada con altri pazzi della stessa risma. Gli anni ’90 iniziano con la nascita del suo Nels Cline Trio fuori con l’allucinante jazz noir del disco “Silencer”. Assieme a lui il bassista Mark London Simms dei jazz/funkettari Dark (e sostituito già sul successivo “Ground” da Bob Mair) e dal batterista Michael Preussner. Il trio lascia alla storia quattro album di pura diamantina improv, per concludere la propria esistenza con l’immenso “Sad”. La musica di Cline è meditativa, le influenze si fanno sentire, ma il nervosismo con il quale scudiscia la chitarra è solo suo, e comincia un’ascesa incredibile tra le tortuose strade dell’avanguardia.

Il 1997 è un anno di unioni storiche per Nels. Un giovane californiano, cresciuto negli anni in cui l’hardcore è diventato bandiera di una generazione incazzata e marcescente, non può non essere venuto a contatto con i Minutemen o i fIREHOSE, infatti assieme a Mike Watt, entra in studio per dar forma al primo solista del cantante/bassista intitolato “Contemplating The Engine Room”, chiude la formazione il batterista Stephen Hodges, già alla corte di Tom Waits (su “Swordfishtrombone”, “Rain Dogs” e “Mule Variations”, insomma i tre capolavori di zio Tom) e ciò che ne scaturisce non può che essere folle ed ottimo: un vespaio di punk “cantautorale”, infestato dallo storytelling waitsiano ed intarsiato dalle melodie pungenti della chitarra di Nels, un vero cazzo di capolavoro, in parole povere.

Non paghi di quanto ottenuto su questo disco Watt e Cline si spostano in un altro studio unendosi al batterista dei Jane’s Addiction Stephen Perkins formando una delle band meno ricordate ma più eccitanti mi sia capitato di ascoltare negli anni, ossia i Banyan. I tre, completati alla tastiera da Money Mark (compagno di merende dei Beastie Boys e di Omar Rodriguez-Lopez), licenziano per CyberOctave un disco micidiale, fatto di fusion distruttiva, funk ultra gonfio e allucinazioni assortite. La band, sul secondo “Anytime At All”, conterà tra le sue fila anche Buckethead, John Frusciante, Flea e il rapper Bad Azz, per non farsi mancare nulla.

Il ’97 non è ancora giunto al termine e Cline fa comunella con Thurston Moore dei Sonic Youth nel disco “Pillow Wand” (il “solito” bagaglio di noise mortali ben congegnati) oltre ad entrare nei The Geraldine Fibbers, band alt-country di Carla Bozulich, in seguito prima moglie di Cline. Il disco è “Butch”, ed è una prima strizzata d’occhio del chitarrista verso le sonorità che diverranno sue assieme ai Wilco, nulla di epocale, anzi, ma un passo verso una certa maturità in quell’ambito. Assieme alla Bozulich Cline creerà il duo Scarnella, esperimento leggiadro e molto interessante, cupo ed assorto tra melodie “pop”, noise intenso e rock ruvido all’estremo. L’unico LP di questa strana coppia è un piccolo gioiello, ma, se vi capita di avanzare del tempo, date un ascolto anche allo split uscito per la Phonometak Series (a cura di Xabier Iriondo degli Afterhours) in compagnia dei Fluorescent Pigs di Andrea Belfi.

Arrivano gli anni zero ed è ora, per Nels Cline, di crearsi un nuovo spazio nel mondo del jazz “altro” con i suoi Singers: al basso Devin Hoff (che voi, cari lettori di questa pallosa rubrica, avete già incontrato il mese scorso al fianco di Ches Smith) e Scott Amendola (batterista, tra gli altri, del fenomenale Charlie Hunter). La band tira fuori dal cappello la bellezza di cinque dischi, di cui almeno tre spettacolari: parlo di “Draw Breath”, “Initiate” e l’ultimo “Macroscope”, che vede un cambio di line up nella figura di Trevor Dunn al posto di Hoff.

In tutto ciò, ma lo saprete già alla perfezione, il Nostro entra nelle fila dei Wilco. Negli anni ’90 Jeff Tweedy vuole i The Geraldine Fibbers ad aprire i concerti di un suo side project dell’epoca chiamato Golden Smog ed è qui che scatta l’amore. Pochi anni più tardi Nels e la Bozulich apriranno un concerto dei Wilco a Chicago e il gioco sembra fatto. La band lega alla perfezione con Cline e Tweedy gli confessa di voler inserire all’interno della loro musica qualcosa di “less familiar” e, da “Sky Blue Sky” in poi, è storia ben nota.

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Fin qui ci siamo arrivati ma, tranquilli, la storia giunge quasi al termine (siete stanchi? Figuratevi io! Mi sto annoiando da solo). A metà anni duemila il chitarrista di Los Angeles anzitutto si sposa con Yuka Honda dei Cibo Matto, in secondo luogo ci forma una band, tanto per cambiare, chiamata Floored By Four.

Della partita fanno parte anche il solito noto Mike Watt e Dougie Browne dell’Arto Lindsay Trio. Il primo (ed unico) disco omonimo è suddiviso in quattro capitoli, ognuno dedicato ad uno dei membri della band e pregno degli elementi cari ai singoli elementi: noise, punk, pop psicopatico, improv furiosa e chi più ne ha più ne metta. Una toccata e fuga, nel 2014, per “Woodstock Session N.2” assieme al trio Medeski Martin & Wood ed eccoci giunti al 2016. Il disco che Cline ha orchestrato per quasi trent’anni (a sua detta almeno come pensiero e, a giudicare dalla mole di musica in esso contenuta non possiamo che credergli) vede finalmente la luce del giorno. Ed è un disco d’amore.

NELS CLINE – LOVERS (Blue Note, 2016)
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In un’intervista Nels Cline dice che la sua scrittura “crepuscolare” ha ceduto il passo a momenti più luminosi. Sarà l’età, sarà la condizione di vita migliore, fatto sta che il nuovo corso musicale del chitarrista trova terreno ideale nell’idea degli “amanti”. Ci assicura che non si sta parlando in senso strettamente romantico, e noi ci fidiamo. L’opener “Introduction / Diaphanous” non lascia molti dubbi sul nuovo linguaggio clineiano, morbida e leggiadra, tenera ed evanescente. Stessa cosa accade nella successiva “Glad To Be Unhappy”, pezzo tradizionale ripreso a molte voci (da Billie Holiday a Frank Sinatra).

Il contenuto del disco è decisamente figlio di un ascolto indefesso del Maestro Henry Mancini, e infatti ecco comparire “The Search For Cat”, dritta dritta da una scena del film “Colazione da Tiffany”. Un momento di pura “assurdità” arriva con “Snare, Girl” che porta la firma dei Sonic Youth, rivisitata in maniera eccellente, quasi fosse un brano di classica contemporanea, spogliata dallo sporco dell’originale.

Il lavoro di arrangiamento di Cline e Michael Leonhart è quasi eccelso, fin troppo, verrebbe da dire, e anche lo zampino della moglie Yuka Honda è evidente. Momenti del vecchio Nels riaffiorano su “It Only Has To Happen Once” di Arto Lindsay e Peter Scheher, spaventosa ed irritante al punto giusto, come a voler dire “l’amore è bello, ma le cazzate arrivan quando meno te l’aspetti”, ma è un attimo solo poiché i brani originali composti dal chitarrista losangelino mostrano un ventre molle, e non sempre è buona cosa.

Un disco lungo e difficile da assimilare, anche nelle sue (tante) parti eteree, suonato da gente dal calibro altissimo (tra i tanti Zeena Parkins, il fratello Alex, Steven Bernstein, Julian Lage) ma che in un mare zuccheroso tende a volerti portare giù. Non il migliore tra i dischi del Nostro ma, sicuramente, un’istantanea notevole di ciò che è diventato negli anni.

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