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Banks & Steelz – Anything But Words

2016 - Warner Bros.
hip hop / indie

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Tracklist

1. Giant
2. Ana Electronic
3. Sword In The Stone (feat. Kool Keith)
4. Speedway Sonora
5. Wild Season (feat. Florence Welch)
6. Anything But Words
7. Conceal
8. Love And War (feat. Ghostface Killah)
9. Can't Hardly Feel
10. One By One
11. Gonna Make It
12. Point Of View (feat. Method Man, Masta Killa)

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Cos’avranno mai in comune il leader maximo di una delle scalate al music business clamorosamente meglio riuscite nella storia dell’hip hop, e quello di una delle più stimate indie band degli ultimi 15 anni? A parte la provenienza geografica (anche se Banks, ricordiamolo, è nato in Inghilterra), direi proprio nulla. Eppure è innegabile che entrambi siano stati a loro modo degli innovatori, titolari di un album di esordio influentissimo nei rispettivi generi di appartenenza. Ciò nonostante, è davvero dura immaginare un ideale punto d’intersezione tra “Enter The Wu-Tang (36 Chambers)” e “Turn On The Bright Lights”. O per lo meno, lo è per qualunque essere umano sano di mente.

Eppure, pur esulando da un tentativo che sarebbe molto probabilmente suonato maldestro e forzato, “Anything But Words”, a tratti sembra volere percorrere questa impraticabile via. E pur non allontanandosi anni luce dal mettere in risalto le qualità per cui i due sono diventati famosi, cerca (e trova) a più riprese un approccio che va in tutt’altre direzioni. Il suono “Shaolin” della crew di Staten Island e le reminiscenze new wave degli Interpol fanno inevitabilmente capolino ma, invece di optare per le auto citazioni e la riproposizione di idee già ampiamente collaudate, Banks & Steelz scelgono saggiamente di dare loro una rinfrescata. Parte “Giant” ed è subito festa: su di una sezione ritmica assai corposa, si stagliano un collage di tastiere e un RZA che sembra avere finalmente ritrovato la sua migliore verve lirica. L’ingresso della chitarra e della voce di Paul fanno letteralmente decollare il pezzo. Solo che, anziché le melodie sommesse della sua band, vira decisamente più verso la musica da stadio. Colpaccio ritentato ma un po’ meno riuscito in “Speedway Sonora”. “Ana Electronic” riprende e rinnova le intuizioni del periodo Bobby Digital, strizzando però l’occhio più ai Depeche Mode che a Kurtis Mantronik, mentre su “Sword in the Stone”, la traccia più marcatamente hip hop del lotto, Kool Keith si porta a casa la palma per il miglior featuring dell’album. Tocca invece congedare con un tiepido “bene ma non benissimo” Ghostface Killah, reo su “Love and War” di non procurare un’erezione ogni due battute come suo solito. Peccato perché la strumentale è forse il miglior esempio di quell’(apparentemente) impossibile ibridazione tra Wu-Tang Clan e Interpol di cui si diceva in apertura. “Wild Season”, groovy e catchy al punto giusto, si fa apprezzare anche per la presenza di Florence Welch, la cui voce si sovrappone delicatamente a quella di Paul. Ma non pensate nemmeno per un momento sia “l’immancabile pezzo RnB che fa tanto anni ’90”.

Sebbene RZA si impegni per fare suonare tutte le batterie molto fresche e attuali, è forse nella title track che raggiunge i risultati migliori. E nonostante ciò, è qui che la malinconia assolutamente british dell’altro titolare del disco prende più decisamente il sopravvento. Discorso analogo per “Conceal” e “One By One”, sospese tra beat e melodia, senza che nessuna delle due componenti prevalga nettamente sull’altra. Convince meno delle altre invece, non perché brutta in senso stretto ma perché non aggiunge nulla a quanto espresso dall’album fino a quel punto, “Can’t Hardly Feel”. Molto interessante invece “Gonna Make It”, in cui i due cercano davvero di travalicare il concetto di genere infilandoci dentro di tutto un po’: synth, chitarre acustiche, sample e effetti vari. A dirla tutta, operare in questo modo per l’intero corso dell’album, ne avrebbe sicuramente accresciuto il valore in termini di coraggio anche se, va da sé, diminuito la fruibilità. Ma si sa: pure Bobby e Paul avranno le bollette da pagare. Finale un po’ sottotono con “Point Of View”, dove il segno + dell’addizione tra i gruppi degli autori, può essere tranquillamente sostituita da un vs. Ma mentre Method Man e Masta Killa rimangono fondamentalmente fedeli a sé stessi, The Abbot sembra farsi contagiare dall’umore uggioso del suo compagno di viaggio. Discorso in realtà estendibile a più tracce ma sentito particolarmente in quella in esame.

Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che un lavoro del genere non sa né di carne né di pesce. E per certi versi ci prenderebbe in pieno: non è una pietra miliare e non verrà ricordato come tale. Ma è certamente un valido e piacevole diversivo alle schiere di rapper e producer che danno l’impressione di dover timbrare il cartellino prima di entrare in studio. Da tenere in considerazione.

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