CLUB TO CLUB FESTIVAL 2016 – Torino, 3-4-5 settembre 2016

djshadowhome

Grazie ai pass gentilmente fornitici dallo staff organizzativo, abbiamo avuto modo di presenziare al Club To Club Festival di Torino, in alcuni dei suoi momenti salienti. Purtroppo, mancandoci il dono dell’ubiquità, ed essendo separati dai luoghi della manifestazione da più di un’ora d’auto, molte cose ce le siamo perse. Quelle che seguono comunque, sono alcune nostre impressioni a caldo su quanto abbiamo avuto modo di vedere e sentire.

3 Novembre

La nostra avventura inizia attorno alle ore 20.00 di un giovedì sera freddino e trafficato. Essendo la situazione parcheggi, nella zona dell’albergo adibito al ritiro dei pass, piuttosto critica, non ci resta che ripiegare su di uno a pagamento. Nella hall, stipata per l’occasione di signorine di bella presenza, ci mettiamo in fila attendendo il nostro turno. Prima doccia fredda: nella prenotazione, qualcosa deve essere andato storto e non risulta ci spetti quello che abilita a fotografare. Ma sfoggiando una capacità dialettica che il Conte Mascetti ci invidierebbe, riusciamo a venire a capo dell’equivoco. Ci rechiamo quindi alla cassa del parcheggio che, con disappunto, scopriamo essere proprietà di una nota catena di ristoranti. D’accordo Oscar, noi questo euro e cinquanta per un quarto d’ora di sosta te lo elargiamo. La prossima volta però, non fare il furbo con la cartella delle tasse. Rassicurati e rinfrancati, ci dirigiamo alla volta del Conservatorio Giuseppe Verdi, ansiosi di poterci godere della Musica con la M maiuscola, ad opera di Arto Lindsay e del degno compare Paal Nilssen-Love [batterista dei The Thing di Mats Gustafsson, per intenderci. Ndr.] . Seconda doccia fredda: all’evento si può assistere solo su invito. La cosa ci era stata chiaramente specificata ma, in un misto di entusiasmo e distrazione, non ce ne siamo avveduti. Peccato, abbiamo più di un motivo per credere ne sarebbe decisamente valsa la pena.

Forest Swords

Non ci rimane che farci una passeggiata in centro e dopo una tappa mangereccia, avviarci verso Lingotto Fiere, fulcro dell’intera manifestazione. E lì finalmente, complice l’ottimo showcase imbastito da Forest Swords, si inizia a entrare nel vivo del festival. Accompagnata da un visual in bianco e nero molto bello, giocato sull’alternanza tra antico e moderno, nonché occidentale e orientale, l’atmosfera trasognata e uggiosa delle composizioni del producer inglese, si fa apprezzare ancora di più. Elegante senza trascurare il ritmo, giocata tra la commistione di campioni frammentati e filtrati e sintetizzatori brillanti ma mai invadenti. Le corpose linee di basso, suonato live, e le inaspettate quanto gradite iniezioni di groove, impediscono al pubblico di annoiarsi. E a dispetto di qualche bizza dell’impianto, cui viene posto prontamente rimedio, il buon Matthew e il suo socio bassista, escono di scena tra i meritatissimi applausi.

È con un misto di curiosità e reverenza quindi, che ci apprestiamo ad assistere alla performance di Tim Hecker. Solo che all’ambient carica di trasporto emotivo cui ci avevano abituato i suoi dischi, in questa sede non se ne sente nemmeno un accenno. E nemmeno si vede traccia del musicista canadese: per quello che ne sappiamo, dietro la (fastidiosissima) cortina di fumo che avvolge interamente il palco per tutta la durata dell’esibizione, potrebbe esserci mio cugino. Non ci è dato sapere se per problemi tecnici o proprio per una scelta mirata dell’artista, ma il sound generale risulta parecchio impastato e confuso. Inizialmente si potrebbe pensare a un’introduzione a base di frequenze criminali, per testare la resistenza e il coraggio del pubblico, ripagandolo in seguito. Ma con il passare dei minuti, diviene chiaro che sì, l’esibizione è proprio tutta lì. In quel mix di luci colorate nella nebbia (chiaramente ispirati all’artwork dell’ultimo album in studio di Hecker “Love Streams”, ciònondimeno fastidiose) e suoni mandati un po’ così come capita. Delusione totale.

Data la combo fatale di stanchezza e strada da percorrere, rincasiamo prima del dj set di Arca. Del quale comunque ci è stato detto un gran bene. Ma essendo la fonte di tale informazione un hipster, nel cui sguardo vitreo abbiamo potuto leggere a chiare lettere ‘Droghe io vi amo!’, è consigliabile sentire un’altra campana. 

4 Novembre

La nostra seconda serata di Club To Club, parte direttamente dal main stage del Lingotto. L’inizio delle esibizioni è previsto per le 20.00 ma alle 20.15 sembra ancora tutto in forse. Vai a capire perché… Comunque bando alle polemiche: ci mettiamo in prima fila per potere scrivere e fotografare al meglio.

Anna Von Hausswolff

L’arrivo di Anna Von Hausswolff è subito accolto dall’entusiasmo del pubblico. E l’attacco molto deciso del suo ensemble, che per l’occasione si avvale anche di Christoph Hahn degli Swans, spazza immediatamente via qualunque dubbio sulle motivazioni. In tenuta rigorosamente nera, che ne fa risaltare ancora di più la bellezza tipicamente teutonica, l’artista esibisce immediatamente le sue eccezionali qualità vocali. Non sono assolutamente relegati a un ruolo secondario i musicisti che l’accompagnano: gli ascoltatori in grado di non farsi intimorire da un violento muro di distorsioni, possono udire aldilà di esso un’intricata tessitura di trame chitarristiche e suoni elettronici ben calibrati. Sul palco succedono veramente un sacco di cose e lei, frontwoman capace e generosa, ben sa quando lasciare i giusti spazi ai suoi compagni e quando essere protagonista assoluta. Barcamenandosi tra voce, chitarra, tastiere ed effetti, risulta incantevole quando armonizza e granitica quando è ora di picchiare duro. Verso il finale lo show raggiunge l’apice: una drum di chiaro stampo industriale detta il ritmo e Anna, sciogliendosi in una danza aggraziatissima, lascia finalmente libera di fluire la propria sensualità, tenuta fino a quel momento tra le righe. Meravigliosa. Non sappiamo se la durata molto contenuta, intorno alla mezz’ora, della sua esibizione, sia da imputare al ritardo sulla tabella di marcia. Certo è che ne avremmo decisamente voluto sentire di più.

Cambio palco e arrivano gli Swans, pronti a fare la parte dei leoni. L’intenzione è chiaramente quella di partire subito col botto, ma non vengono in questo aiutati dal settaggio dell’impianto. I tecnici sono fortunatamente pronti e scattanti nel rimediare, così che tutti i presenti possano finalmente godere di un live da manuale del bravo musicista. E meno male perché, senza nulla togliere ai momenti più distesi ed evocativi, è proprio quando spingono sull’acceleratore che i nostri eroi, danno impareggiabili lezioni di stile. L’esperienza pluridecennale e un mix di classe e grinta innati, fanno inevitabilmente la differenza. Alternando composizioni recenti e cavalli di battaglia ben collaudati e accolti con gioia dai presenti, la band newyorkese capitanata da un instancabile Michael Gira tiene banco per due ore abbondanti. Senza un calo, senza una sbavatura. Come i loro estimatori sanno già perfettamente, stando ad ascoltarli è facile perdere la cognizione del tempo. L’arte della ripetizione intelligente e mai fine a sé stessa portata ai massimi livelli. Tutti sono sul pezzo, l’affiatamento e l’entusiasmo totali e lo spettacolo non può che essere un susseguirsi di alti e altissimi. Ma bastano anche solo i primi venti minuti per rendersi conto che no, i non più giovani ex alfieri della no wave, in pensione non ci devono ancora andare. Ognuno fa il suo egregiamente, ma risulta difficile non constatare come il carisma e la presenza scenica di Gira, appartengano veramente ad un altro pianeta. Standing ovation e tanti saluti ai bimbi.

Swans

A questo punto alzare l’asticella del livello sarebbe oggettivamente difficile per chiunque. E infatti, i restanti artisti in scaletta non ci provano nemmeno. L’arrivo di Powell è preceduto da un sostanziale cambio di utenza oltre che di genere. Fuori gli austeri alt-rocker, dentro quelli con la voglia di dance all night. Il Lingotto diventa Milano Marittima e, probabilmente, non senza l’aiuto di una scimmia alcolica e chimica niente male, ci si scatena e rumoreggia su di un sottofondo che metterebbe finalmente d’accordo i fan di Gabry Ponte con quelli dei Datura. I pochi minuti che passiamo in sala, sono sufficienti per convincerci non sia roba per noi. Tanto più che il producer inglese, coglie al volo l’occasione per farci sentire quanto è bravo a fare entrare i break di batteria fuori tempo. Declinando cotanta offerta, ne approfittiamo per ristorarci con la nostra cena al sacco, che, francamente, di aprire un mutuo per cenare in loco, non ci sembrava proprio il caso.

Rientriamo e la consolle è passata in mano a Nick Muprhy (al secolo Chet Faker). Per lui ci sono solo tre parole: non ci siamo. Non contento di propinare a oltranza lo stesso mix di cassa dritta e suoni plasticosi, il ragazzo appare anche piuttosto indeciso sul da farsi. Smanetta col pitch e gli altri effetti a sua disposizione finché le manopole gli danno gioco, ma i tempi tra una cosa e l’altra sono lunghi in maniera sospetta. Proviamo a ripiegare sulla sala gialla ma la coda parecchio consistente ci fa desistere.

Dovendo essere qui l’indomani e farci lo sbattimento di cui si è già detto, a malincuore decidiamo di rientrare e rinunciare alla performance degli Autechre e di Andy Stott. Spiace dirlo ma le nostre orecchie e la nostra pazienza, non sono allenate a reggere quattro ore di cassa dritta e baldi giovani in evidente stato di alterazione. Ci sia inoltre concesso aggiungere che a nostro avviso, porli ad un’ora così tarda (dalle 4.00 in poi!) è stato un clamoroso epic fail organizzativo. Dopo esserci giustamente beccati degli scemi pagliacci dal nostro amico Massimino di Quarto, entriamo in autostrada per scoprire che un tratto che dobbiamo per forza percorrere è stato chiuso. Grazie ANAS, voi sì che sapete come aggiungere la beffa al danno.

5 Novembre

Pronti per il gran finale, ci addentriamo per le vie del capoluogo piemontese. E niente oh, anche dopo aver percorso la stessa strada per tre sere di fila, non ce la ricordiamo proprio. Eh sì che abbiamo scelto l’astinenza da qualunque cosa per potere fare un lavoro migliore! Non che a noi cambi qualcosa, ma l’ingresso presidiato da finanzieri con tanto di cani anti droga al seguito, fa veramente brutto.

Ghali

Comunque sia, entriamo nella sala del palco principale. L’atmosfera è alquanto tiepidina e per essere la serata finale, era lecito aspettarsi un’affluenza più copiosa. In compenso ci sono molti giovanissimi, attirati probabilmente da uno dei loro beniamini: il rapper italo-tunisino Ghali. A onor del vero, il ragazzo ha dalla sua una disinvoltura nel calcare il palco e intrattenere il pubblico davvero notevoli. Peccato che la sua bravura finisca lì: pesantemente a corto di fiato, manca la chiusura di più di una barra. Cerca di compensare con l’aiuto del pubblico ma non è che siano proprio tutti dell’idea di andargli appresso. Come se non bastasse, l’addetto a fargli i raddoppi sta con la testa da un’altra parte e infatti si becca più di un’occhiata di disappunto dal titolare dello show. Anche il suo senso del tempo appare alquanto approssimativo e, quando si avventura nei cantati, nemmeno il microfono opportunamente munito di autotune riesce a celare il fatto che in quanto a voce, stia da qualche parte tra Kekko dei Modà e gli Zero Assoluto. La cosa non sembra turbare minimamente i suoi fan, che se la cantano e ballano tutto il tempo. D’altro canto lo dice lui stesso: “…la mia ignoranza interessa più della tua cultura”. Vi dico solo che dopo mezz’ora di “Minchia frate come sto!”, “Non ho mai letto un libro ma ci ho fatto un filtro” e uscite similari, inizio a dimenticare come si coniughino i congiuntivi (non è una battuta, mi stava veramente uscendo un “se dovrebbe”).

Finalmente interessati a quello che sta per succedere, assistiamo all’arrivo di Jonny Greenwood (“Jonny chi?!” chiede una fan di Ghali alla sua vicina, anch’essa parrecchio confusa), Shye Ben Tzur e l’orchestra indiana Rajasthan Express. Agghindati in abiti tipici delle loro zone e turbante turchese, i nove musicisti asiatici dimostrano di non sbagliarne mezza manco a pagarli. La sincronia tra le tre parti in causa è totale. Immaginate i migliori percussionisti del mondo. Uniteli a una sezione di ottoni il cui trombettista, farebbe la felicità di Miles Davis. Corposo nei fraseggi, pulito, con un suono pieno e grondante personalità. In più, come il celebre jazzista predicava, non suona quello che c’è già: suona quello che non c’è. Oltre all’ottima prova di Ben Tzur, che con naturalezza estrema passa dalla modalità flautista a quella voce/chitarra, si può godere delle doti di due cantanti incredibili nell’alternarsi e nel creare una sorta di terza voce quando performano all’unisono. Molti sono gli strumenti originari dell’India coinvolti e chiedo umilmente venia, ma ignoro completamente quali possano essere i loro nomi. Dal canto suo Greenwood si fa notare poco, strimpella basso e chitarra, si occupa di synth e basi ma non si allarga più di tanto. Tranne in un uno dei momenti più felici, in cui l’oriente misterioso sembra trovare il dialogo con “Kid A”. La radice sacrale della musica indiana, non impedisce a questi bravissimi musicisti di farla dialogare con i linguaggi più moderni e geograficamente distanti da essa. Jazz, musica balcanica, rock, fanno evidentemente parte del bagaglio culturale di tutto l’ensemble. A un certo punto, quasi si ricordassero improvvisamente di essere al Club To Club, regalano ad un ormai estasiato pubblico, una loro versione della musica da dancefloor. Impareggiabili.

johnny

“Yo, yo, mic check one two… Good evening Torino. My name is DJ Shadow Il buon Joshua si presenta con un armamentario di tutto rispetto: laptop, svariati controller a pad, una batteria elettronica (non una drum machine), rack di effetti e naturalmente, giradischi e mixer. Signori, qui stiamo parlando di un Artista con la A maiuscola. Tutto, dai visual fantascientifici alla scaletta, è curato nei minimi dettagli. Il nostro eroe non sta fermo un secondo, utilizzando con precisione chirurgica ogni strumento a sua disposizione. Ad una summa di brani provenienti dai suoi album, risuonati live e proposti ogni volta in versione leggermente differente da quella finita su disco, alterna riuscitissimi montaggi di accappella su sue produzioni. Una delle quali, apparentemente inedita, appartiene nientemeno che a Thom Yorke. Coglie l’occasione per ricordarci che dal suo studio, tra gli altri sono passati anche Zack de la Rocha e Q-Tip. Sfoggia doti da batterista davvero niente male. E poi va beh, riesce a scratchare pure sui controtempi con la stessa nonchalance con cui manda giù un sorso d’acqua mentre un pezzo volge al termine. Fa ballare. Fa ballare di brutto. Giovani e attempati, coppie e solitari, fan e capitati per caso, tutti sembrano ben felici di lasciarsi andare al ritmo. L’iperattivo one man band californiano, non può che giungere ai titoli di coda (realmente proiettati sullo schermo) in un’ovazione generale. Estremamente soddisfatti, recuperiamo la macchina e ce ne andiamo cantando “Rotta per casa di Dio” degli 883.

Forest Sword

Conclusioni

Non vorremmo che le righe che seguono, venissero interpretate come una critica distruttiva. Né, tantomeno, una stroncatura tout court. Abbiamo già avuto modo di visionare responsi entusiastici, che elogiano il festival e lo dipingono come competitivo a livello europeo. La nostra opinione è che ciò sia vero solo fino a un certo punto. Tacciateci pure di esterofilia, ma l’esperienza personale con eventi simili a poche ore di volo da qui (su tutti: Primavera Sound e Hip Hop Kemp), ci ha fornito alcuni elementi su cui riflettere. Innanzitutto: il rispetto degli orari. Lungi da noi la ricerca di un colpevole da mettere alla gogna, ma sta di fatto che altrove, quando l’inizio dell’evento è segnato per le ore 20.00, è assai difficile giungere in loco alle 20.01 e non trovare gli artisti già on stage. Così come, trovare gli accessi per il pubblico ancora chiusi. Comprendiamo benissimo l’enorme carico di stress, nonché le oggettive difficoltà logistiche e organizzative, cui sono sottoposte le persone che lavorano ad un evento di tale portata. Ma siamo dell’idea che prendere visione di altri modelli, nonché fare qualche passo in più in direzione del rigore (quest’ultima sarebbe una lezione utile da imparare anche per il pubblico), non potrebbero che migliorare il risultato finale. In secondo luogo: la gestione degli spazi. Sia ben chiaro che la proposta di un potpourri di generi anche molto distanti tra loro, sia per chi scrive molto allettante poiché la suddivisione della musica in compartimenti stagni, è un costume retrogrado che non fa bene né agli artisti né al pubblico. Ma a questo punto, non sarebbe il caso di rendere chiaro ai media, che è tempo di abbandonare l’ingombrante etichetta di “festival di musica elettronica”? E soprattutto: non si potrebbero scindere le band e i performer dai dj set in maniera più netta? In conclusione, augurandoci nessuno ci serbi rancore per l’onestà, il consiglio è quello di non adagiarsi sugli allori ma cercare di capire come e dove, il tutto sia perfettibile.

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