ENSLAVED – Traffic, Roma, 27 ottobre 2016

Il triste anno 2016 sarà ricordato ai posteri per quello davvero povero per la scena concertistica, se la tendenza che vedo in atto è questo, a meno di trasferte continue ogni mese, il numero di potenziali live a cui assistere calerà drasticamente.  Fortunatamente ogni tanto, grazie soprattutto al Traffic che ancora lotta insieme a noi, riusciamo a vedere qualche gruppo storico pure a Roma.
E dopo circa diciannove anni di assenza, tornano i norvegesi Enslaved, all’epoca suonarono addirittura al Frontiera (chi se lo ricorda? Io certamente no, ero ben minorenne).

Di supporto si portano ben due compagni di etichetta Century Media, in primis gli Oceans of Slumber, piazzati in apertura. Il sestetto texano, guidato dall’intrigante Cammie Gilbert alla voce, ci ha regalato una buona dose del loro progressive metal, risultando molto piacevoli da ascoltare e preparati anche sui passaggi più tecnici. Non so quanto li ascolterei a casa, ma come apertura erano di quelle da salvare, senza dubbio.

A seguire gli attesissimi Ne Obliviscaris, già passati a Roma oltretutto, anche loro in sei ma stavolta dall’Australia. Tim Charles a violino e vocalizzi puliti faceva un po’ da gigione del gruppo, buttando giù battute e spingendo al pubblico agli immancabili cori metal, mentre Xenoyr svolgeva la sua funzione di putto incazzatino non parlando quasi mai e buttando giù growl. Avevo pensato che nell’ora di esibizione mi sarei stancato, invece alla fine è scivolata via piuttosto piacevolmente, avrei magari tolto un pezzo dalla scaletta ma c’era davvero poco di cui lamentarsi. Grande energia da spendere, voglia di suonare e divertire e pure un buon senso dell’umorismo.

Puntualmente alle 22.40 arrivano i cinque norvegesoni per celebrare i loro venticinque anni di carriera con questo tour la cui scaletta, ovviamente, tenta di pescare in maniera più o meno equa da tutte le varie esperienze dei nostri.  Maggior spazio è dato, giustamente aggiungerei io, a Vertebrae e a In Times, rispetto ad altri album da cui invece viene pescato un singolo pezzo o altri proprio dimenticati. Si parte zoppicando, con un mix alquanto pessimo e dopo un minuto le chitarre che spariscono nel nulla; fortuna si recupera piuttosto in fretta. Uno potrebbe pensare che i nostri abbiano perso un po’ di smalto nel suonare qualche pezzone nero come la pece, quelli di inizio anni novanta per intenderci, invece affrontano il compito con una tale verve e gusto che sembrano davvero una band di giovanotti. Giusto il tempo di una pausa al termine di Ground ed ecco un’esibizione alla batteria di Cato Bekkevold, con anche una piccola parte di “blind drumming”, la goliardia non manca mai così come la grappa. Si conclude, ovviamente, col pezzo più violento della serata, quella All-Father Odin che i nostri scrissero nel lontano 1992 e che, finalmente, va scattare in un breve mosh pit un pubblico davvero educato.

Un’ora e quaranta non basta nemmeno per celebrare metà dello splendido metal che gli Enslaved hanno donato al mondo ma tocca accontentarsi, ce ne andiamo soddisfatti e pienamente appagati da ‘sti cari vecchi eterni ragazzi.

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