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16.11.1986: Licensed to Ill, 30 anni fa la rivoluzione dell’hip hop

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La mia personalissima storia d’amore coi Beastie Boys inizia nel 2000 (o era il 1999? Chi se lo ricorda), insomma tra i 14 e i 15 anni. La musica in TV si suddivideva tra MTV e Viva, e, se ci penso ora, non è che ci fosse tutta ‘sta gran roba, anche se al tempo, per quel piccolo me imbottito a prog/hard rock da mio padre, era tutto oro ciò che luccicava.

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Senza scadere nella nostalgia canaglia (e del cazzo, perché negli anni ho fatto mio lo spirito critico) tra un merdoso video di qualche stucchevole cazzata italiana tipo Lunapop, futile nu-metal superjumpadafuckup e pruriginose starlette alle prime armi (pensate un po’ che situazione variopinta, ma molti di voi sapranno ciò di cui sto parlando, eh miei cari non-giovani?) sbucavano fuori cose pregiatissime (vorrei parlarvi di Korn, Radiohead e Limp Bizkit, ma non c’è tempo per questo, non qui almeno, magari telefonatemi) come il video di “Body Movin’”.

Folgorazione immediata e corsa a perdifiato al negozio di dischi a sbraitare, ansimando, chiedendo di un disco di quei tre scoppiati dalla rima facile comparsi sul mio teleschermo. Il rivenditore di fiducia caccia fuori l’unico pezzo che hanno in casa, ossia “The Sound Of Science”, antologia dei Beastie Boys uscita poco prima del mio arrivo lì. Ma non dilunghiamoci, “Body Movin’” (ovviamente nel remix di sir Fatboy Slim) non sta sul disco di cui devo parlarvi, ossia “Licensed To Ill”, che oggi compie la bellezza di trent’anni. La mia età, insomma. Altra ondata di nostalgia cacciata giù a pedate sui denti e partiamo dritti filati.

Per noi pischelli capelloni e cazzoni i Beastie Boys sono stati l’anello di congiunzione perduto nelle spire dell’impietoso tempo dettato a suon di musica tra hardcorer insani, metallari stantii e ciò che tutti noi non osavamo ancora sperimentare di primo pelo, ossia il rap. O l’hip hop. Quel cazzo che volete. La stessa cosa è accaduta nei 6 anni che hanno diviso la nascita di questo anomalo trio (anche se in origine 4 furono i BB) fino all’uscita di questa pietra miliare battezzata con la barba del produttore Rick Rubin.

Cosa porta dei ragazzini che han usato le iniziali BB per dare un nome alla propria creatura prendendo spunto dai Bad Brains a diventare tre dei migliori MCs in circolazione in quasi trent’anni di carriera? Jerry Williams, il loro produttore del tempo, assicura che i Beastie Boys sono nati come “gruppo scherzo”, che “non avevano l’abilità per riprodurre ciò che ascoltavano”, quindi decisero di “divertirsi con l’hardcore”. Com’è come non è, basta, anche se per gioco, infilare una piccola e misera hit dal vago sapore hip hop (“Cooky Puss”, per dovere di cronaca) che la magia si forma da sé. E il passo è breve.

Solo nell’84 c’è già fuori un EP intitolato “Rock Hard” e la situazione si fa molto calda. I nostri aprono per i Public Image LTD. ma, soprattutto, per il The Virgin Tour di Madonna. Ebbene sì. L’improbabile si fa materia tangibile e i BB rischiano l’arresto in Virginia per aver detto “motherfucker” sul palco (pensate a cosa dice oggi Trump in pubblico e fate i vostri calcoli). Mike D ebbe a dire dell’esperienza: “Di norma era un cazzo di casino dopo i concerti perché o il pubblico voleva farci fuori oppure dovevamo scappare a gambe levate perché le ragazze ci assalivano”.

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Nell’86 c’è una strana urgenza di passare oltre le mode e i modi di fare, l’hc sbanda di già, il metal apre le sue porte al thrash una volta per tutte, le commistioni si fanno vive e se manchi all’appello finisci tritato. AD-Rock, Mike D ed MCA lo sanno bene, anzi benissimo, e allora si cavalca l’onda. Genio e furbizia vanno di pari passo e chi lo nega o è cieco o, semplicemente, fesso. Gli elementi in studio, a lavorare sui pezzi che andranno a formare “Licensed To Ill”, sono quattro. Rubin completa il cerchio magico e scrive testi e musica assieme ai tre: “Tutti e quattro scrivevamo i testi, mettevamo assieme un sacco di idee e poi uscivamo. Potevamo andare al Danceteria [famoso nightclub newyorkese che ha chiuso i battenti proprio nel 1986, ndr] praticamente tutte le sere, cazzeggiavamo e poi tornavamo in studio a scrivere strofe che ci facevano ridere”.

Se le idee erano tante, i mezzi, sostanzialmente, eran molti meno. Il disco è un coacervo micidiale di samples presi da qualsiasi parte e l’opener “Rhymin’ & Stealin’” è un esempio perfetto della congiunzione astrale tra rap e rock, visto che tira in ballo Clash, Led Zeppelin e Black Sabbath. Ma di samples veri e propri non si tratta: “Su “Licensed To Ill” non avevamo alcun sampler. – ammette Adam Yauch – Così la roba che sentite l’abbiamo ottenuta tramite dei loop su cassetta. Abbiamo registrato il loop di “When The Leeve Breaks” dei Led Zeppelin su un nastro da un quarto di pollice. […] Per ottenere ciò che volevamo, dovevamo sincronizzare il tutto fisicamente”. Il testo è un’accozzaglia psicotica di riferimenti alla vita in mare nei secoli passati ai pirati (di tutti i tempi, oserei dire): dall’ammutinamento del HMS Bounty, al Long John Silver di Stevenson, da Melville ai Sex Pistols.

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Il primo vero manifesto della propria presenza in campo musicale arriva con “The New Style”, come a dire “eccoci, siamo qui e stiamo per cambiare le carte in tavola ma, soprattutto, NE SIAMO CONSCI”. Divertimento ed esercizi di stile in rima, nessuna posa e vera attitudine al triviale. E altri samples, ovviamente, uno su tutti “Peter Piper” dei Run-DMC.

Indovinate un po’ chi sta dietro al banco mix di “Raising Hell” della crew composta da Joseph “Run” Simmons, Darryl “D.M.C.” McDaniels e Jason “Jam Master Jay” Mizell? Proprio il nostro Rick Rubin ma i BB hanno già incrociato la strada dei tre del Queens sia in studio che in tour ed è lo stesso Adam Yauch a parlarne: “Quando i Run-DMC stavano registrano il loro album “King Of Rock” abbiamo avuto la fortuna di essere nei paraggi siccome condividevamo lo stesso manager. […] Ad ogni modo, una volta finito di registrare il disco hanno deciso di lasciar fuori uno dei nostri pezzi preferiti ossia “Slow And Low”. Mi ricordo che un giorno mi sono recato alla scrivania di Russell Simmons [produttore dell’album, ndr], mentre lui era fuori, di aver trovato una copia della cassetta del pezzo e di averla copiata di nascosto. Mentre stavamo registrando “Licensed To Ill”, abbiam chiesto loro di poterne fare una cover. Abbiamo mantenuto la musica ma cambiato gran parte delle parole”.

Con questo pezzo i Beasties si guadagnano un rispetto che finora ai bianchi era stato, per svariati ed ovvi motivi, negato.

Il meglio deve ancora arrivare e si palesa sul vero e proprio inno generazionale di tutti i nerd riuniti sotto il variopinto ombrello del trio, ossia “Fight For Your Right”. La canzone è una bomba a mano e fa scalare ai BB le vette più alte delle charts del 1987, anno di uscita dello spassosissimo video ad accompagnare il brano. Il solito Yauch, nel ’99, parla così del singolo che li ha resi celebri: “Abbiamo deciso di includere questo brano nel disco perché faceva schifo. Sto scherzando. Se non lo avessimo fatto la storia della band avrebbe perso significato. Perché, abbastanza stranamente, penso che sia il lavoro per cui siamo più conosciuti. Dico stranamente perché mi sembra uno scherzo andato troppo in là. […] Quando ci hanno chiesto di realizzare un video, abbiamo pensato sarebbe stato divertente. Presumo che nessuno, sia quelli dell’etichetta che chiunque altro, sospettasse nemmeno lontanamente che sarebbe diventata questo tipo di hit”.

Mike D rincara la dose: “Era l’estate del 1986. Abbiamo scritto il pezzo in cinque minuti. Eravamo al Palladium [altro night-club di NY, ndr] con Rick Rubin a bere vodka e succo di frutta, ed abbiamo scritto “Fight For Your Right” nella sala dedicata a Michael Todd [produttore e regista cinematografico, ndr] su dei tovaglioli appoggiati su dei merdosi tavoli.”

Il ponte tra Rubin e svariati dei suoi protetti prende forma sull’ennesima hit “No Sleep ‘Til Brooklyn”. Anzitutto il titolo è una presa per il culo del brano “No Sleep ‘Til Hammersmith” dei Motorhead, e già questo la rende uno spettacolo ai miei occhi. A renderla pregiatissima arriva anche la guest d’eccezione, ossia Kerry King degli Slayer, che stavano registrando, nello stesso momento e nello stesso studio, il loro seminale “Reign In Blood” assieme al produttore barbuto, ed è proprio lui a parlare del pezzo: “Il titolo è opera di Adam Yauch. Aveva una band punk-rock prima dei Beastie Boys, e questo è il titolo di una loro canzone. Ho pensato che potesse essere un ottimo nome per il loro pezzo. […] Ricordo che in questo brano ci sono un sacco di linee divertenti, ci sollazzava davvero. Di norma funzionava così: io facevo la musica per il pezzo poi i ragazzi venivano e mettevano giù le parole. Così ho suonato la chitarra da solo in sala di registrazione. Kerry King degli Slayer ha fatto l’assolo. Non credo proprio che gli piacesse. Credo pensasse che fosse solo bizzarra. È un vero e serissimo metalhead. Ama davvero il metal, e non credo che ascolti molta altra musica oltre a quella. Alla fine nemmeno ai Beastie Boys credo piacesse molto lui, d’altro canto”.

Negli anni King non ha affatto smentito la cosa, ma poco conta. Il pezzo vola, si becca un video in pieno stile metalhead del cazzo ed il gioco è fatto.

Da non dimenticare il protagonista assoluto dell’album, ossia la drum machine Roland TR-808 (diventata parte integrante del corpus di lavoro di tutto l’hip hop dell’epoca e resa celebre da Afrika Bambaataa, Marvin Gaye e Rick James, ma utilizzata anche da Ryuichi Sakamoto, tanto per intenderci) che spicca senza pietà sia in “Brass Monkey” che in “Paul Revere”: “Quella 808 in reverse? Se non ricordo male è una trovata di Joe, Run, dei Run-DMC.” rivela Mike D in un’intervista del ’95 “Ci fa ‘Hey, dovreste capovolgere il nastro, così che questa merda sarà in reverse’. Una volta fatto se ne uscito fuori con ‘Dovreste scriverci una bella storia in rime su questa merda’, così ha cominciato a scrivere questa merda con noi”. Più chiaro di così si muore.

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A chiudere, o aprire, che mi pare più appropriato, il pacchetto è la fantastica copertina ad opera di World B.Omès (aka David Gambale) con quel Boing-747 che si spiattella sul lato di una montagna e quella scritta “3MTA3” che, osservata allo specchio, rivela la sua vera natura (EATME, per chi non l’avesse capito). E pensare che il disco si sarebbe dovuto chiamare “Don’t Be A Faggot”, chissà se la storia sarebbe andata in modo diverso con questa accoppiata micidiale titolo/artwork.

Ma è andata così, con un milione di copie vendute nel solo primo anno di vita, in crescendo costante, incensato da tutti i più blasonati magazines musicali di tutto il mondo come uno degli album più influenti della storia della musica moderna, e con me qui a scrivere un lunghissimo papiro su quanto mi abbia fatto godere in questi ultimi miei 15 anni di vita, tanto da consumarne il vinile (prima o poi lo ricomprerò, giuro).

Ma lascio l’ultima parola sull’importanza di questo trentennale a AD-Rock: “Venticinque anni sarebbero dovuti essere un gran bell’affare, ma non me ne sono neanche accorto. Trenta è un anniversario blando. Forse il 50esimo”.

[Ci tengo a dedicare questo articolo alla memoria di MCA]

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