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A Tribe Called Quest – We Got It From Here…Thank You 4 Your Service

2016 - Epic Records
hip-hop

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Tracklist

1. The Space Program
2. We The People…
3. Whateva Will Be ft. Consequence
4. Solid Wall of Sound ft. Busta Rhymes, Elton John, Jack White
5. Dis Generation ft. Busta Rhymes
6. Kids… ft. André 3000
7. Melatonin ft. Marsha Ambrosius, Abbey Smith
8. Enough!!
9. Mobius ft. Consequence, Busta Rhymes
10. Black Spasmodic ft. Consequence
11. The Killing Season ft. Kanye West, Talib Kweli, Consequence
12. Lost Somebody ft. Katia Cadet
13. Movin Backwards ft. Anderson .Paak
14. Conrad Tokyo ft. Kendrick Lamar
15. Ego ft. Jack White
16. The Donald ft. Busta Rhymes, Katia Cadet


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“Back in the days when I was a teenager, before I had status and before I had a pager, you could find the abstract, listenin’ to hip hop, my pops used to say it reminded him of bebop…”.

La mia lunga e ininterrotta storia d’amore con gli A Tribe Called Quest, iniziò proprio con questi versi. Posti in apertura del loro capolavoro del 1991, “The Low End Theory”, che mi procurai dopo averne letto su di una rivista (per chi se lo chiedesse: Superfly, tristemente sparita dalle edicole nel 2009). E che dire… Fu il classico colpo di fulmine. Procurarmi tutti gli altri loro lavori, nonché reperire qualunque informazione a riguardo, divenne presto imperativo categorico. Formatisi nel 1988 a New York e nello specifico nel Queens, dall’unione degli amici d’infanzia, nonché ottimi mc, Q-Tip (la cui Q nel nome, fa appunto riferimento al borough di provenienza) e Phife Dawg, con il dj e producer Ali Saheed Muhammad, fu chiaro fin dal loro esordio discografico datato 1990, che fossero destinati a non lasciare il panorama musicale come l’avevano trovato.

Inizialmente coadiuvati da un quarto membro, Jarobi White, più hype man che effettivo performer, i Tribe sganciarono quella bomba di vibrazioni positive e amore viscerale per la musica, dal chilometrico titolo: “People’s Instinctive Travels and the Paths of Rhythm”. Proseguendo sulla strada tracciata dai “cugini” De La Soul, nonché altri grandi nomi come Large Professor e Prince Paul, risalendo l’albero genealogico fino al pioniere Marley Marl, mostrarono come il rap potesse finalmente affrancarsi dall’etichetta di “musica ignorante e scarna”. Vale a dire: campionando porzioni di altri brani la cui durata, poteva variare dall’intero giro al singolo suono. Il materiale estrapolato, veniva opportunamente ricucito adattando le strutture del jazz e del funky al linguaggio dell’hip hop, ottenendo risultati che stupiscono ancora oggi per freschezza e brillantezza.

Ah dimenticavo: senza mai comunque disdegnare il dialogo con gli strumenti analogici. Tanto che su una traccia del disco citato in apertura, al basso troviamo nientemeno che Ron Carter. Non paghi di ciò, alzarono ancora di più la posta in gioco, portando l’arte del comporre e sciorinare versi in rima, a livelli rarissimamente uditi in precedenza. Col jazz sempre in primo piano come punto di riferimento, il gioco di call e response tra Tip e Phife è probabilmente ancora oggi, uno dei migliori per affiatamento e complementarità. Non solo: la cadenza delle parole sulla strumentale, veniva spesso articolata come il fraseggio di uno strumento a fiato. Se a questo aggiungiamo la ricercatezza del vocabolario, la forte predisposizione ai giochi di parole, uno sviluppatissimo senso dell’umorismo e un’enorme dose di intelligenza nell’uso delle punchline e delle onomatopee… Direi che diviene chiaro come, non si stia in questa sede parlando di un gruppo rap come tanti.

Scioltisi nel 1998 a causa d’insanabili conflitti d’ego tra i due rapper, dopo avere dato alle stampe cinque album fondamentali per il genere. E non sto a citarli tutti non per pigrizia, ma perché si tratta di una di quelle discografie in cui pescando a caso dal mazzo, si coglie sempre comunque nel segno. A partire dal 2006, ricominciarono a comparire sporadicamente insieme sui palchi di alcuni prestigiosi festival e noti programmi televisivi americani. Galeotta fu la partecipazione al Tonight Show di Jimmy Fallon nel 2015. Pare il calore del pubblico sia stato tale da convincere i quattro (ossia Jarobi compreso) a rientrare in studio per la lavorazione di un nuovo album. Nel frattempo, la crew e il mondo dell’hip hop tutto, sono stati scossi dalla scomparsa di Phife Dawg lo scorso Marzo, a causa del diabete da cui era affetto da parecchi anni.

E’ stato quindi naturale avvicinarsi a “We Got It From Here… Thank You 4 Your Service”, con un misto di commozione ed affetto. Pienamente legittimati fin dai primi istanti di “The Space Program”. Risentire suonare all’unisono quelle due voci tanto familiari, cui si affianca quasi subito quella di un Jarobi decisamente in forma… Non so, mi ha fatto un po’ l’effetto che potrebbe fare a un bambino ritrovarsi al cenone di Natale con i genitori riappacificati, dopo una dolorosa separazione. E constatare fin da subito come non si tratti di una furba operazione revivalistica, ma di un NUOVO disco degli A Tribe Called Quest a tutti gli effetti, non può che alimentare la mia gioia. Affiancati da una nutrita schiera di collaboratori, tra musicisti, cantanti, rapper e dj, ce n’è davvero per tutti i gusti. A partire dai campioni, usati con molta più parsimonia rispetto al passato, ma comunque determinanti nel caratterizzare le atmosfere delle singole tracce. Black Sabbath, Can, Elton John, Gentle Giant, l’immancabile James Brown, la celebre risata di Vincent Price su “Thriller” di Michael Jackson, il coro degli Umpa Lumpa tratto da “Willy Wonka e la Fabbrica di Cioccolato” (lo stracult con Gene Wilder eh. Non il remake di Tim Burton)…

Questo e altro, viene estrapolato e integrato con numeros(issim)e parti suonate in studio. Da Q-Tip in primis, che oltre a ricordarci con quanta classe affronti la composizione dei versi e dei beat, nonché le sue spiccate doti di crooner, si cimenta con basso, batteria e tastiere. Per sentirlo fare al meglio il tutto, conviene skippare direttamente a “Solid Wall Of Sound”. Pezzo veramente incredibile che crea un ideale punto d’intersezione tra il Queens, la Jamaica, evocata dall’incedere raggamuffin di Busta Rhymes e uno di quei pub inglesi in cui si esibiva il giovane Elton John, presente fisicamente al piano e nei cori oltre che campionato. Ascolto dopo ascolto, quest’ora abbondante di suoni e parole continua a rivelarsi un caleidoscopio di influenze e sfumature. In cui nessuno si mette a fare la prima donna, ma ogni singolo elemento è chiamato in causa per dare coesione all’amalgama generale. D’altro canto, come reso noto nel documentario “Beats, Rhymes & Life”, l’allontanamento di Phife fu causato dal suo risentimento nel non vedersi riconosciuto il giusto peso nell’economia del gruppo, oscurato dall’incontenibile ego del suo più intraprendente compagno. E percependo l’energia e lo stile con cui cavalca i beat, viene quasi spontaneo dargli ragione. Le sue rime su “We The People…”, decisa stoccata alle idee dell’ormai neo presidente Trump, sono veramente da 92 minuti di applausi. Lo stesso dicasi per la poderosa iniezione di funk di “Whateva Will Be” e il suo duetto con un sempre bravissimo Kendrick Lamar, altra bella dose di schiaffoni a razzisti e bigotti, fornita su una produzione freschissima dal retrogusto electro. Strofe che mettono in chiaro una volta per tutte quanto l’essere continuamente bollato come “spalla”, male gli si addicesse.

Fa inoltre molto, molto piacere risentire André 3000 degli Outkast al top in “Kids”, tirata d’orecchie ai millennial, perpetuata non a caso su una sorta di reboot delle sonorità di “ATLiens”. E chi si aspettava vestissero i panni dei vecchietti che se ne escono con: “Ai miei tempi…”, tediando le nuove leve del rap… Beh, subirà un cocente delusione ascoltando “Dis Generation”, elogio all’operato di alcuni artisti affermatisi nell’ultimo lustro e da loro ritenuti validi. Non potevano invece esimersi, dal ricordarci quanto gli Stati Uniti D’America siano perennemente immersi fino ai capelli in praticamente tutte le guerre del globo. E facendo sovrastare il solito amore per il ritmo a degli archi da pelle d’oca, regalano “The Killing Season”.

Ospiti: la vecchia conoscenza Consequence, Talib Kweli e Kanye West, fortunatamente relegato a ripetere l’unica frase che va a comporre il ritornello. Assolutamente felici gli interventi di DJ Scratch sui rotanti, di Jack White (su cui, lo ammetto, avevo più di una riserva) alla chitarra e ai cori, nonché dell’astro nascente dell’urban Anderson .Paak. Della performance assolutamente convincente di Jarobi si è già detto, di Busta Rhymes che rispolvera le proprie origini jamaicane, pure… Ah un’altra cosa: il fatto che molti degli artisti sopracitati, più altri ancora, abbiano partecipato senza pretendere di essere accreditati (sì, persino una notoria sanguisuga come Mr. West…), è sintomo dell’enorme rispetto e ammirazione di cui ancora oggi, la compagine newyorkese gode tra gli addetti ai lavori. E non potrebbe essere altrimenti: non è che chiunque possa assentarsi dalle scene per 18 anni, rispuntare come se niente fosse e fare ancora scuola a tutti.

Sostanzialmente nuovi, senza rinnegare né stravolgere nulla del proprio glorioso passato. Consapevoli di avere lasciato un segno indelebile, ma assolutamente focalizzati sul presente. Vi sembra poco?! Vorrei concludere quindi, citando il consiglio che Phife elargisce ai rapper che si ostinano a chiamare “freestyle” i pezzi scritti in poco tempo e non l’improvvisazione pura: “Off top on the spot, no reading from your Whackberry, leave the Iphones home, skill sets must be shown”.

Amen, fratelli. Rap is not pop: if you call it that then stop.

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