Interviste

Intervista a KAMA

Kama

Siamo andati a scambiare quattro parole con Alessandro Camattini, meglio conosciuto come Kama, tornato in scena con il nuovo album Un Signore Anch’io, dopo 10 anni d’attesa dal precedente lavoro Ho Detto A Mamma Che Fumi.

Pausa di 10 anni tra i due dischi: come mai? e cosa è cambiato nell’industria musicale e nel fare musica in questo periodo? 
Pausa di 10 anni perché il mio primo figlio e’ nato il giorno in cui mi trovavo dalla Maugeri a Brand New e per un anno abbondante mi sono trovato ad essere quasi sempre lontano dalla famiglia.
Mi stavo perdendo il meglio della vita e relegando a mia moglie un fardello insostenibile. Poi è nato il secondo figlio…
In effetti è cambiato tantissimo. L’unica cosa che è ferma immobile e’ che l’uomo senza musica non ci può stare. Più che pensare a quello che abbiamo perso concentriamoci sui punti fermi!

Cosa ti ha spinto ad incidere un secondo disco?
Io amo la musica. Ho iniziato a suonare per locali a 15 anni. Suono un po’ tutto quello che mi capita a tiro… registrare questo disco è stato naturale e spontaneo. Farlo in totale libertà e indipendenza una vera goduria.

Ci sono punti di continuità tra un lavoro e l’altro e quali?
L’ironia, il desiderio di guardare le cose da un punto di vista nuovo, la voglia di non prendersi troppo sul serio.

”Ah. Dio non esiste. Fatela finita. Proteggete i vostri figli dal catechismo: i bambini hanno il “vizio” di credere alle favole”. Questa è la dichiarazione che si legge estraendo il cd: ce la spieghi?
Ho compiuto 40 anni. Ho deciso di dire quello che penso. Senza troppi veli, senza infiocchettature. Il discorso è semplice: i bambini non hanno gli strumenti per affrontare l’argomento “religione” in maniera critica. Sarebbe meglio che lo affrontassero da ragazzi e che da bambini si dedicassero che ne so, all’educazione civica? Economia domestica? Andare a teatro o all’opera? Imparare l’inglese?
Quanto al fatto che dio non esista, ai credenti l’onere della prova. Quando lo vedrò, crederò… non sono disposto a nessun atto di fede.

Che cosa è per te la religione e pensi che aver scelto un tema così scomodo possa in qualche modo ostacolare la promozione del disco?
Seneca diceva “la religione è considerata vera dal popolo, falsa dalle persone sagge, utile dai governanti”.
Il nostro stato regala sei miliardi di euro all’anno alla chiesa cattolica. Soldi anche degli atei.
Si’ questa mia posizione sta ostacolando la promozione del disco. L’accesso ad alcune testate ci e’ stato precluso in maniera esplicita.
Ma io sono un cantautore, non un venditore di dischi.

In “Sentirsi come Robert De Niro” canti l’importanza dell’apparire in questa società, quanto siamo condizionati dalla nostra immagine? E tu che immagine vorresti dare al pubblico?
“Sentirsi come Robert De Niro” è un appello a non incastrarsi nei cliché che ci vengono quotidianamente imposti. Prima che individui siamo un target di compratori e ci ritroviamo a recitare un ruolo dal quale e’ difficile distaccarsi.
Mi piacerebbe che questa canzone fosse un invito a fermarsi, ad uscire dal personaggio che ci siamo costruiti attorno. Un momento di analisi obiettiva. Per poi ripartire…
Nessuna immagine, io sono cosi’ vorrei solo mi vedessero per quello che sono: un cantautore, un papà entusiasta, una persona che ha qualcosa da dire.

Ci racconti le atmosfere del disco? Io ci ho sentito molte influenze dei beatles, è così? Quali sono in generale le tue fonti di ispirazione?
Sono cresciuto con i Beatles, ma anche coi Duran Duran, i Radiohead, De Gregori, Lauzi e Bertoli. Questo è un disco suonato, senza programmazioni, senza tappeti o tastierine anni ottanta. Suonato da tanti musicisti, prediligendo l’analogico al digitale, gli strumenti vintage ai computer.

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