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“Endtroducing…”. Two turntables and one sampler: genesi e fortune del capolavoro di DJ Shadow

Dj Shadow

A distanza di due decenni, potrebbe non essere così semplice stabilire in che modo e in quale misura, “Endtroducing…” abbia influenzato il corso di tutto l’hip hop venuto dopo. Le ragioni sono principalmente due: innanzitutto, stiamo parlando di un genere che forse più di ogni altro, sin dalla nascita è stato segnato da tempi di riciclo estremamente brevi. Il suono del momento potrebbe finire nel dimenticatoio nel giro di un mese.

In secondo luogo, gli anni ’90 sono stati un periodo talmente foriero di uscite memorabili, che decretare a priori quali lavori abbiano tracciato un sentiero seguito da altri, quali siano rimasti un exploit fine a sé stesso, risulterebbe inevitabilmente ostico e profondamente ingeneroso. Basti sapere che a cementarne lo status di classico, intervengono alcune particolarità di cui ben pochi altri dischi coevi possono fregiarsi. Col senno di poi, è proprio nella spregiudicatezza della scelta del materiale di partenza, nonché nel rigetto automatico di qualunque tentativo di cavalcare un’onda, perseguendo invece un percorso assolutamente personale, che si possono individuare le ragioni di una così longeva permanenza del disco tra le preferenze di pubblico e critica.

Dj Shadow

Nel 1994, anno di inizio della lavorazione, la pratica del campionamento non costituiva certo una novità. Ma la maestria di Dj Shadow nello scegliere, modificare, armonizzare e intonare ogni singolo frammento di suono utilizzato, si rivelerà più unica che rara. Sterminata la lista dei vinili se(le)zionati: a tutt’oggi, un elenco completo non è ancora pervenuto. Ma per dare un’idea della lungimiranza del talentuoso dj californiano, spulciando saltano fuori i nomi di: Metallica, Kraftwerk, Giorgio Moroder, Björk, Tangerine Dream, Roger Waters, Billy Cobham, T.Rex … Il certosino lavoro di organizzazione e arrangiamento di cotanto materiale, viene operato tramite MPC 60. Scelta probabilmente non casuale: sebbene esistessero già macchine dotate di maggiore bit-rate, i pad del campionatore di casa Akai, potevano consentire una maggiore espressività nella stesura delle batterie. Il che si rivelerà, oltre all’estremo buon gusto nella scelta dei sample, nonché un approccio più da arrangiatore che da beatmaker per quanto riguarda le sequenze, uno dei punti di forza del disco. Ma ci arriveremo.

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Saggiata l’abilità al giradischi del padrone di casa con la breve routine introduttiva di “Best Foot Forward”, la cifra stilistica in ballo diviene subito lampante. “Building Steam With A Grain Of Salt” è capolavoro nel capolavoro. Costruita attorno a un loop di pianoforte, cui vanno aggiungendosi man mano scratch e vari pattern ritmici, crea un’atmosfera quasi sacrale avvalendosi del crescendo di un coro di voci femminili. Spiazzati dall’ingresso di una chitarra funky, si raggiunge l’apoteosi nel finale in cui tutti gli elementi finora citati, suonano all’unisono con altri scelti per meglio sottolineare l’epicità del momento. Da notare come particolarmente efficace in questo senso, risulti alzare la tonalità del coro.

Neanche il tempo di crogiolarsi un poco nel raggiunto stato di grazia, che arriva “The Number Song”, cavalcata sui cui ritmi, è assai difficile non avvertire l’impulso al movimento. Assemblando vari break beat ed esibendosi in un maiuscolo saggio di turntablism, l’artista fuga qualunque dubbio circa la sue estrazione 100% hip hop. Sentitamente, i breaker ringraziano. Cambio d’atmosfera netto, che si fa eterea e trasognata, sebbene il groove non manchi di certo, per “Changeling”. Splendido collage di archi, fiati, tastiere, chitarre e sa il cielo cos’altro, in cui il gioco di pad e sequenze la fa da padrone.

Nel finale si può sentire la prima parte di “Transmission”, montaggio di dialoghi estrapolati dalla serie tv “Twin Peaks” e dal film “Il signore del male”, resi come se si stessero udendo dalle frequenze disturbate di una vecchia radio. Distensione totale con le vibrazioni jazzistiche di “What Does Your Soul Look Like (Part 4)” e dopo un breve interludio senza titolo, ci si addentra in una delle composizioni più complesse e seminali dell’opera: il trittico “Stem/Long Stem/ Transmission 2”. Il mood si fa decisamente notturno, complici una delicata chitarra acustica pizzicata e un sottofondo d’archi e synth (ma campionati) carichi di tensione emotiva.

Campanelli, note di xilofono, porzioni di strumenti orchestrali, entrano ed escono in continuazione, tanto che se ci si distrae si finisce inevitabilmente per perdere qualcosa. L’ingresso di una batteria molto robusta, funge quasi da momento liberatorio, catarsi che sgretola il blocco d’ansia creatosi col crescendo iniziale.

La seconda parte è introdotta dall’anticipazione del campione che costituirà l’ossatura di “Organ Donor”, per l’appunto un organo, altro must per chi si diletta con la breakdance. Dopodiché, si riprende con la struttura imprevedibile della parte iniziale, cambiando i suoni utilizzati e avviando un processo di distensione generale che termina con un assaggio di “Midnight In A Perfect World”. Pezzo quest’ultimo, tra i più celebri dell’intera produzione shadowiana, preceduto in scaletta dall’alternanza di potenza percussiva e finezze jazz di “Mutual Slump”, dalla già esaminata “Organ Donor” e da un breve e funkettonissimo interludio intitolato “Why Hip Hop Sucks in ’96” (spoiler: “..is the money!”).

Questa “mezzanotte in un ipotetico mondo perfetto”, si rivela una summa del meglio del disco, unendo all’estremo amore per jazz, funk e soul, quello per i suoni dilatati e gli umori notturni, oltre alla cura maniacale della sezione ritmica, chiaramente. Lo splendido campione vocale, utilizzato, verrebbe da dire, con discrezione, racchiude perfettamente tutta la malinconia di fondo, avvertibile in più momenti dell’album. Del resto, come lo stesso producer dichiarerà più avanti, il dubbio, l’incertezza e l’insoddisfazione, l’hanno accompagnato durante tutta la lavorazione. Si stenta a comprenderne i motivi davanti a tanta magnificenza. Ma come qualcuno ha stupendamente detto: “Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può”.

Quello che emerge dagli oltre nove minuti di “Napalm Brain/Scatter Brain”, è invece un amore sotterraneo per un certo tipo di elettronica, in particolare drum n bass e trip hop. L’ascoltatore attento potrà inoltre notare come, dietro le tinte funky dei (questa volta pochi) campioni utilizzati, è probabile ci siano anche lunghi e attenti ascolti delle produzioni di DJ Muggs dei Cypress Hill. Finale in grandissimo stile con “What Does Your Soul Looks Like (Part 1) : Blue Sky Revisit/ Transmission 3”. Soul, è proprio la parola chiave: un sax mutuato da Jimmy Heath, viaggia sull’ennesima stesura di batterie d’altri tempi, su cui si staglia un pastiche di campioni altamente evocativi, che trasporta l’ascoltatore in una dimensione mistico-onirica. Diversi estratti vocali completano il quadro. Chicca per gli italiani: tra gli altri, ci è finito anche Gianni Nazzaro, ben riconoscibile e usato proprio al momento giusto.

Terminato l’assemblaggio di tutto questo ben di Dio in casa propria, il virtuoso dj di Sacramento, passerà a trovare l’amico Dan The Automator, nel cui studio avverà tutto il lavoro di editing e rifinitura. Uscito a Settembre nel Regno Unito per la Mo’ Wax, cui faceva capo il dj e producer James Lavelle, grande amico ed estimatore dell’autore, “Endtroducing…” conoscerà inizialmente molta più fortuna nel Vecchio Continente che in madrepatria. Tanto che i Radiohead, lo indicheranno come influenza fondamentale per il loro acclamatissimo “OK Computer”. Essendoci finito dentro molto prog inglese inoltre, alcuni dei musicisti campionati, Alan Parson in testa, si dichiareranno onorati del fatto che la loro musica abbia contribuito alla creazione di un lavoro di tale spessore. Sugli scaffali a stelle e strisce, l’album si affaccerà timidamente solo il 19 Novembre. Ma il pubblico americano, distratto dalla faida tra East e West Coast, nonché dal recente assassinio di Tupac Shakur, gli riserverà inizialmente ben poche attenzioni. Non così la critica, il cui plauso sarà pressoché unanime. Ci vorrà qualche anno prima che le teste hip hop di tutto il mondo, gli riconoscano il più che meritato ruolo di pietra miliare del genere. Va però detto che almeno nella Bay Area di cui Shadow è originario, il messaggio sarà recepito chiaro e forte quasi da subito. E a dimostrarlo egregiamente, saranno soprattutto Chie Xcel e Cut Chemist, produttori rispettivamente di Blackalicious e Jurassic 5.

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La lezione impartita, in soldoni, la potremmo riassumere così: un bravo produttore, specialmente d’hip hop, non dovrebbe mai porsi limiti a livello di ascolti e fonti a cui attingere. Com’è noto, il genere in questione, non ha di fatto inventato nulla, ma reinventando molte cose, è riuscito a sopravvivere felicemente a molta della musica che l’ha preceduto e seguito. Un disco da (ri)scoprire, capace di fornire nuovi spunti di riflessione e mostrare sfaccettature nascoste, ad ogni nuovo ascolto. Non è poco e possiamo azzardare, gli permetterà di invecchiare felicemente per i prossimi vent’anni e oltre.

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