Knight Of Cups, di Terrence Malick

Knight Of Cups

Scheda

Titolo originale: Knight of Cups
Anno: 2015
Durata: 118 min
Genere: drammatico
Regia: Terrence Malick
Sceneggiatura: Terrence Malick
Produttore: Nicolas Gonda, Sarah Green, Ken Kao
Fotografia: Emmanuel Lubezki
Musiche: Hanan Townshend
Cast: Christian Bale, Cate Blanchett, Natalie Portman, Brian Dennehy, Antonio Banderas, Wes Bentley, Isabel Lucas, Teresa Palmer


Dopo diverso tempo dalla produzione (la produzione è del 2015) arriva anche in Italia il penultimo – prossimamente sarà tempo anche per l’ancor più monolitico Voyage of Time – film di Terrence Malick. Knight of Cups farà la gioia tanto dei (molti) detrattori del regista americano quanto dei suoi (altrettanti) indefessi ammiratori, contenendo al suo interno parimenti tutti i pregi che i difetti della sua poetica e della sua estetica.

La visione di un’alienazione dev’essere anch’essa alienante, e da questo dogma sembra non esserci fuga nella filmografia di Malick. Trama frammentaria e solo suggerita, dialoghi quasi del tutto assenti e sostituiti da onnipresenti voice over, colonna sonora strumentale pomposa e raffinatissima al solito equilibratamente divisa tra antico e attuale (Beethoven, Corelli, Arvo Part, Explosions in the Sky), richiami biblici e cosmogonia, paesaggi e carrelli, una fotografia clamorosa (il direttore Emmanuel Lubezki ha vinto l’oscar della categoria negli ultimi 3 anni con The Revenant, Birdman e Gravity) e interpretazioni attoriali magistrali ma difficilmente empatizzabili da parte di un cast clamoroso (Christian Bale, Cate Blanchett, Natalie Portman, Antonio Banderas).

L’horror vacui di uno sceneggiatore in cerca di autore è suggerito e mostrato ma non raccontato, (auto)compiuto e mai spiegato. Il protagonista non proferisce praticamente mai parola mentre è in scena, e il suo dolore esistenziale è dipinto tramite la giustapposizione di edonismo danzante e l’ovattata intimità anestetizzata di un mondo subacqueo. Meraviglia (grazie) alla natura ed espiazione attraverso una millantata Divina Provvidenza invisibile e per questo ancora più inaccettabile.

Tutto molto bello, per quanto intollerabile ai più e protratto per la solita durata vertiginosa che rende la visione un’esperienza certo immersiva ma anche decisamente estenuante. Nel solco di The Tree of Life e To the Wonder, criticabile o apprezzabile con pari dignità per gli stessi identici motivi che possono essere (ri)utilizzati con pari legittimità per l’una o l’altra tesi a seconda di quale dei due schieramenti citati in apertura ci veda più inclini ad ingrossarne le fila. I dubbi arrivano però quando balena l’idea che questo nuovo film di Malick sia esattamente come pensavamo potesse essere il nuovo film di Malick.

Con una grande intuizione Roberto Manassero di Film TV scrive che se “se solo fosse stato un po’ più pop e meno filosofico, Malick sarebbe un brand”. E quando lo stile inizia a farsi maniera e l’artistico e diventare artistoide, continuare ad insistere sugli stessi temi utilizzando i medesimi stilemi comincia a far scricchiolare tutta l’impalcatura.

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