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Hryre – From Mortality To Infinity

2016 - Code 666
black / death / doom / progressive

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Tracklist

  1. Inauguration
  2. Devastation Of Empires
  3. Plagues On Ancient Graves
  4. Alive Beneath The Surface
  5. Cast Into Shade Part One (Farewell)
  6. Cast Into Shade Part Two (Black Sun)
  7. Lamenting The Coming Dread
  8. Regressed States Of Malice
  9. Return To The Earth

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Nel mezzo del cammin del metal nero, mi ritrovai nell’oscuro mondo degli Hryre: un gruppo britannico che firma il suo primo album ufficiale “From Mortality To Infinity”, dopo un Ep “Deap Purhfaran Eftboren – Hereté Am Fram Anweald” datato 2014.

Rick Millington chitarra e voce, Nathan Patchett basso e, Gareth Hodgson batteria nel 2013 ad Hebden Bridge, un paese nel West Yorkshire, danno vita agli Hryre. Da un punto di vista della novità, non c’è tantissimo, ma il terzetto made in England propone un black metal a tinte epic e death molto imponente e solido. I richiami ai gruppi del true norwegian black metal ci sono tutti, già la copertina del disco ci proietta in quello che potrebbe essere un tipico paesaggio di montagna norvegese: freddo, innevato e con quella nebbia che rende ancora più grigio e algido il panorama.

Il disco, della durata di poco più di un’ora, è costituito da nove tracce molto ben amalgamate tra di loro. Ci inoltriamo in questa selva oscura con Inauguration, un preludio ambient che ci fa capire che stiamo entrando in una terra nera e selvaggia. Arriva subito la conferma con Devastation of Empires, classico e veloce black metal di ottima fattura. Plagues On Ancient Graves, sembra far placare le fiamme dell’inferno, quando un’intro di chitarra acustica fa il suo ingresso, ma, dopo qualche secondo, esplode un puro doom che ci rimette sul nostro torbido cammino. Quasi come una Sign Of An Open Eye di gorgorothiana memoria, la voce di Millington alterna una solennità declamante ad uno straziante e gelido scream, unita alla tecnica che il terzetto britannico sfoggia in maniera ottimale nel creare questo genere di atmosfera. Continuiamo ad affondare nei neri fanghi di un ottimo black metal a tinte estremamente doom con Alive Beneath The Surface che si conclude con schitarrate taglienti come rasoi di ghiaccio. In questo brano, in particolare, sembra quasi di risentire quei lamenti melodici di Freezing Moon dei Mayhem, il riff di chitarra iniziale sembra quasi un tributo a questo pezzo caro a tutti i blacksters.

Sorge il sole da dietro le montagne? Con le chitarre acustiche di Caste Into Shade, Pt. One (Farewell) la sensazione è proprio questa: una ballad, con matrice folk britannico, crea un’atmosfera più rilassata, che con la voce chiara, ma solenne e decisa di Millington, ci accompagna avanti su un cammino che sembra essere più illuminato ora. Ma ecco Caste Into Shade, Pt.Two (Black Sun) che irrompe violentemente riportando a lungo, per oltre quattordici minuti, le tenebre del black e del doom metal che sfocia quasi nell’epic. Un lamento quasi in stile drone ed uno scream gelido, aprono Lamenting The Coming Dread, che poi parte brutale, sferzando con la pura musica delle tenebre, stavolta amalgamata con tinte di progressive metal. Sempre in completa sintonia con i maestri norvegesi Regressed State Of Malice ci conduce alla glaciale Return To The Earth, uno dei brani migliori dell’album: otto minuti, di metal ancor più elaborato nel quale rimangono le immancabili tinte black e doom, ma soprattutto nel finale, dilaga un epic-viking molto coinvolgente e ben espresso.

Così finisce il nostro cammino nella selva oscura di From Mortality To Infinity. Sicuramente questo disco fornisce un’ottima presentazione per gli Hryre che, personalizzando maggiormente il loro stile, potranno, in futuro, lasciare certamente il segno nero nella musica black.

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