Il Collezionista Di Ossa

INSPIRAL CARPETS: Il Collezionista D’Ossa #33

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Camminando nei meandri oscuri dei magazzini di Impatto Sonoro ci siamo imbattuti in molti cadaveri, interessanti resti umani che il tempo ha dimenticato e che abbiamo deciso di riportare alla luce per non lasciare alla polvere. Afflitti dalle nostre turbe ci sentiamo un misto tra The Bone Collector e Karl Denke. Presentarvi direttamente il corpo non sarebbe abbastanza frizzante, pertanto ci siamo imposti che ogni numero di questa rubrica sarà composta da tante piccole falangi tagliate che vi doneremo come pillole. Starà a voi seguire le tracce al suon di musica e arrivare goduriosamente al corpo del reato.
Recensioni di dischi finiti nel dimenticatoio, ristampe di glorie del passato, bootleg, archivi musicali e nuove uscite in formato musicassetta. Dalla minimal wave all’industrial, passando per gruppi underground est europei, giapponesi e catacombe innominabili.

A cura di Fabio Gallato.

Inspiral Carpets – The Beast Inside
(Mute Records, 1991)

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Si scrive: Madchester, si legge: una schiera di tipici stronzi della working class inglese, appassionati di rock e droga, che a cavallo tra gli ’80 e i ’90 incontrarono la dance e la psichedelia, e mischiarono il tutto con discreti quantitativi di ecstasy e simili. Da questo brutto ma invidiabile trambusto ne venne fuori gente come Stone Roses, Charlatans, Happy Mondays, un po’ più in là gli Oasis, ma anche gli Inspiral Carpets, cui questo numero de Il Collezionista Di Ossa è – tristemente – dedicato.

Oggi pressoché ignorati da qualsivoglia antologia del rock, i nostri (Stephen Holt, Graham Lambert, Craig Gill, Clint Boon, David Swift) si formano ad Oldham alla metà degli anni Ottanta. Dopo un paio di Ep abbastanza fortunati, il loro album di debutto Life lasciava intendere una carriera decisamente luminosa: di botto al secondo posto della classifica britannica, concerto a Reading di fronte a una folla festante, la sensazione tangibile di essere lì lì per scrivere almeno un paio di pagine fondamentali per tutta la scena indie-pop inglese. Il sound degli Inspiral Carpets è fresco e incisivo: mischia garage rock e psichedelia senza perdere mai quell’anima pop che lo fa arrivare effettivamente a tutti. Il collante di tutta la faccenda è inequivocabilmente Clint Boon, maestro di synth e farfisa, capace di svariare tra un’elettronica moderna e sperimentale e tanti deliziosi omaggi agli anni ’60.

Inspiral Carpets

Insomma, tutto in tavola sembra ben apparecchiato affinché il secondo album sia una passeggiata trionfale verso la definitiva consacrazione. E invece, con The Beast Inside, gli Inspiral Carpets scelgono la via più complicata e si lanciano in una bellissima ricerca di suoni ed atmosfere che finiscono col rendere il tutto (s)fortunatamente poco abbordabile per la massa festante di cui sopra. Trainato dal singolo Caravan – che in verità vive di una contagiosa accessibilità – The Beast Inside debutta comunque nei primissimi posti delle classifiche di vendita, per poi magicamente sparire dalla circolazione nel giro di pochissime settimane.

Se si escludono la già citata Caravan e la successiva Please Be Cruel, entrambe sulla linea sonora dell’album precedente, The Beast Inside è una ricca esplorazione ed evoluzione delle potenzialità del garage pop della band inglese, che al termine del disco non sarà più lo stesso. Emblematica è la title-track, un sorprendente monolite di folk e progressive, che si dipana tra inaspettate melodie dal sapore celtico e pagano. E non sono certo da meno il rock decadente di Born Yesterday, l’ambient strumentale di Dreams All All We Have o il proto-shoegaze di Niagara, che pur inoltrandosi in direzioni decisamente diverse tra loro, riescono inequivocabilmente a mettere comunque in mostra la compattezza della band. A estremizzare il tutto ci pensa poi Further Away, una suite di 14 minuti pieni che disintegra almeno un decennio di rock psichedelico in un mare di improvvisazioni.

The Beast Inside era una figata, ma nel giro di neanche un anno gli Inspiral Carpets finiscono nel dimenticatoio mettendo in atto una delle parabole discendenti più rapide della storia della musica inglese. Nemmeno i successivi due album, Revenge Of The Goldfish Devil Hopping, più canonici e user friendly, riusciranno a risollevare le sorti di un progetto naufragato paradossalmente nel momento più ispirato della propria carriera. 

Vai un po’ capire com’è stronza la vita. 

 

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