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Agnes Obel – Citizen Of Glass

2016 - PIAS
pop / classica

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Tracklist

1. Stretch Your Eyes
2. Familiar
3. Red Virgin Soil
4. It's Happening Again
5. Stone
6. Trojan Horses
7. Citizen Of Glass
8. Golden Green
9. Grasshopper
10. Mary


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Ho perso la testa per Agnes Obel con il suo secondo album “Aventine”, dopo aver letto una sua intervista su un qualche giornale ed essere rimasto rapito dalla copertina del disco, tanto semplice quanto in linea con il caldo contenuto del lavoro. A tre anni di distanza torna così la songwriter danese con il suo nuovo “Citizen Of Glass”. Quel che trovo di straordinario, nella ragazza di Copenhagen, è la sua capacità di correlare in maniera perfetta titoli, copertine e concept dei suoi album con i contenuti musicali ed espressivi in essi contenuti.

Il suono di “Citizen” è, infatti, cristallino e perfetto, lontano dal tepore di “Aventine” seppur così vicino per il sapore antico dettato dagli strumenti che girano in ambedue le situazioni. La forza dei 10 brani ivi racchiusi è infatti quella della rarefazione incanalata attraverso un minimalismo travestito dall’opposto. Il silenzio è musica, la musica trascina l’ascoltatore verso un senso di epicità flebile. Nelle assurde voci filtrate di “Familiar” si fa strada un particolare senso di nuovo, nella sua accezione di avulsa anti-tecnologia di Agnes, ed è un movimento che si riverbera nell’orchestralia della strumentale “Red Virgin Soil”. Il mutevole approccio vocale si muove su strati di tempi assurdi nella dolce nenia “It’s Happening Again”, dall’influenza sigurosiana anziché no, quasi a riparare con strati vitrei una ferita che torna ancora e ancora, in “Stretch Your Eyes” , invece, si muove un piccolo teatro dell’assurdo in chiave pop.

Un tocco flebile di Kate Bush si palesa sui pizzicati d’archi della sottile linea bianca di “Stone”, intanto la title track si veste di capolavoro con tocchi di spinetta e piano ad accompagnare ritmi vocali poco consoni e tantomeno scontati, come non lo sono le foliès della “hitchcockiana” “Trojan Horses” introdotta dal soffio di Trautonium, strumento elettronico giunto direttamente dagli anni ’30, che torna in tutta la sua assurdità su “Grasshopper”, pezzo che prende la lezione impartita da Amanda Palmer spingendola ancora più in là. Sperimentazioni liriche quasi marziane ammantano la spettacolare “Golden Green”, impreziosita da cori e percussioni che dir perfetti è un eufemismo.

Citizen Of Glass” è una scultura di un’umanità impercettibilmente fragile e trasparente, dipinta con colori caldi seppur rarefatti. Un piccolo fiore notturno, posto ad una finestra al di fuori del tempo, da osservare con pari cautela e cura.

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