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Danny Brown – Atrocity Exhibition

2016 - hip-hop
Warp Records

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Tracklist

1. Downward Spiral
2. Tell Me What I Don't Know
3. Rolling Stone ft. Petite Noir
4. Really Doe ft. Kendrick Lamar, Ab-Soul & Earl Sweatshirt
5. Lost
6. Ain't It Funny
7. Golddust
8. White Lines
9. Pneumonia
10. Dance In The Water
11. From The Ground ft. Kelela
12. When It Rain
13. Today
14. Get Hi ft. B-Real
15. Hell For It


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A partire dal suo esordio ufficiale nel 2010, con l’interessante “The Hybrid”, Danny Brown ha costituito un unicum nel variegato panorama dei rapper statunitensi. Classe ’81, sebbene non più giovanissimo è riuscito ben presto a distinguersi dalla (spietata) concorrenza, grazie a uno stile assolutamente non catalogabile: molto più freak che thug nigga e spesso più alternativo (nel senso più ampio del termine) che hip hop.

Consolidati i km di distanza dai rapper ordinari l’anno dopo con “XXX”, il cui titolo oltre che ai contenuti esplicitamente pornografici, faceva riferimento al raggiungimento del trentesimo anno d’età, l’mc di Detroit ha reso ancora più evidente il fatto lui faccia esattamente quello che vuole. Senza badare minimamente ai suoni di tendenza, né tentare di mettersi addosso abiti che gli andrebbero inevitabilmente stretti. Sebbene, sia ben chiaro, almeno in madrepatria non manchino assolutamente suoi estimatori, come testimoniato da svariate collaborazioni con suoi concittadini della Motor City (su tutti Madlib e Freddie Gibbs). Forte di un timbro vocale acuto che gli ha procurato non pochi detrattori (cosa di cui, sembra non curarsi minimamente) nonché di un bagaglio tecnico di prim’ordine, ha sempre affrontato la scrittura delle strofe, manco a dirlo, in maniera totalmente non convenzionale. Costantemente in bilico tra brillante e faceto, tra la riflessione profonda e l’elogio della sregolatezza, dopo un parziale ritorno a forme più canoniche con “Old” nel 2013, torna oggi a disorientare tutti con “Atrocity Exhibition”.

Lavoro citazionista e “colto” fin dal titolo, omaggio sia al romanzo di J.G. Ballard che al brano omonimo che realizzarono i Joy Division ispirandosene. Ma come dichiarato dall’autore a breve distanza dall’uscita, dietro c’è molto di più: una denuncia agli usi e costumi dell’era moderna in cui, anche la violenza e la brutalità più estreme, vengono spettacolarizzate in tempo reale via social media, ridotte a mero intrattenimento anziché denunciate e combattute. Le battute iniziali di “Downward Spiral” (chissà se Reznor e soci avranno apprezzato) lasciano spazio a ben pochi dubbi: su di una produzione obliqua e dopata, costruita attorno a un sample dei krautrocker Guru Guru, l’mc ci (ri)porta nel suo mondo fatto di demoni interiori e abusi di sostanze psicotrope. Il tutto raccontato come se fosse una barzelletta, complice l’inconfondibile timbro di cui si è già detto. Opportunamente abbassato, tanto che lo stupore nel non vedere accreditato qualcun altro è totale, nella successiva “Tell Me What I Don’t Know”. Crudo spaccato su quanto ultimamente sia difficile essere neri nelle strade americane (“How long will it last? Never ending race chasin’ cash. One lane going wrong way ’til I crash, teacher find my sack: going nowhere fast. Tell me what I don’t know, last night homie got killed at the liquor store…”), non stupirebbe invece leggere i nomi degli ex compagni di Ian Curtis in cabina di regia.

E’ comunque un inglese, Paul White, ad accollarsi oltre tre quarti delle produzioni del disco. Nome già noto ai cultori del rap di Detroit, nonché vecchia conoscenza dello stesso Brown, il merito dell’apprezzabilissimo risultato finale va indubbiamente ripartito in parti uguali tra lui e il titolare. Dosando sapientemente sintesi e campioni, atmosfere sommesse e crescendo percussivi, oscurità e buon gusto negli episodi più ballabili (sì sì ce ne sono…), il producer riesce a conferire all’album un’impronta originale e riconoscibile. Tracce come “Golddust”, “Dance In The Water” e “When It Rain”, faranno felici sia quelli che hanno voglia di muoversi, sia chi preferisce stare fermo a sentire dei suoni di qualità. Non sono da meno comunque, gli altri beatmaker chiamati in causa. Alchemist ci ricorda perché è considerato uno dei capi della West Coast su “White Lines”. Non credo sia necessario specificare quale sia l’argomento trattato, ma è interessante notare come Danny riesca a fornire una prova di flow magistrale su di un beat psicotico e non facile da cavalcare. Il concittadino Black Milk, fornisce le bastonate per “Really Doe”, freschissima e riuscitissima posse cut su cui vengono a dirci la loro anche Ab-Soul, Earl Sweatshirt e Kendrick Lamar. E tutti i pischelli col New Era e le Jordan in cerca di views e soldi facili, farebbero bene a prendere appunti su come si scrivono strofe VERAMENTE potenti.

Fa molto bene anche Petite Noir, ai tasti per il groove di “Rolling Stone”. Un po’ meno nell’interpretarne il refrain, mancando alquanto di mordente, ma è un peccatuccio veniale che si perdona a cuor leggero davanti ad alcune delle barre più incisive dell’intero lavoro (“…some people think I think too much, I don’t think they think enough!”). E poi c’è poco da fare: vai in giro con il pezzo in cuffia e molleggi che manco Celentano prima dell’artrosi. Se si parla della pianta preferita dagli spinelloni di tutto il globo invece, chi più titolato di B-Real dei Cypress Hill per farlo? Accendetene una e godetevi “Get Hi” : “I’m blowing on some Miles, something Kinda Blue, the kinda dope you swear could make dreams come true…”. Con un aiutino nelle retrovie da parte di Schoolboy Q invece, il simpatico rapper del Michigan ci aggiorna sulla sua versione del drill di Chicago, molto in voga anche tra i rimatori nostrani. Solo che più che strizzargli il proprio occhio, acciacca il loro conficcandoci rapidamente due dita. E quel che ne viene fuori è “Pneumonia”, altro pezzo da repeat compulsivo.

Non fatevi ingannare dall’aria scanzonata e assai poco raccomandabile dell’autore, né dal suo mai celato amore per le droghe: nelle sue liriche si trova anche tanta concretezza. E’ fin troppo facile cavalcare l’onda del malcontento nella comunità afroamericana, con canzoncine studiate a tavolino per finire su quanti più smartphone possibile. Molto meno farlo con un lavoro così pesante da digerire, praticamente non etichettabile e permeato da un’aura oscura per gran parte della sua durata. Circoscrivendo la cosa al genere in questione, quanti altri artisti vi vengono in mente capaci di confezionare musica al contempo così cazzona e intelligente? Se per caso stavate per tirare in ballo Kanye West, siete completamente fuori strada…

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