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Planes Mistaken For Stars – Prey

2016 - Deathwish Inc.
post-hardcore

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Tracklist

1. Dementia Americana
2. Til’ It Clicks
3. Riot Season
4. Fucking Tenderness
5. She Who Steps
6. Clean Up Mean
7. Black Rabbit
8. Pan In Flames
9. Enemy Blinds
10. Alabaster Cello


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Per la famigerata serie dei ritorni assolutamente improbabili, dopo mesi e mesi di criptiche interviste da parte di diversi personaggi illustri, tornano dalle nebbie dei tempi i Planes Mistaken for Stars, dopo dieci anni di silenzio da quel mastodontico e criminalmente sottovalutato Mercy. E dopo la pietà, ci invitano a pregare, con quello che è davvero uno degli album per me più attesi dell’intero anno, nonostante non sapessi nemmeno di star aspettando.

Così tanto per fare i cazzoni, il disco si apre con un episodio di novanta secondi in cui O’Donnell strilla come un forsennato “TAKE IT! YOU FAKER! MOTHERFUCKER! WHO THE FUCK ARE YOU!?” con la band che spinge in sottofondo come una locomotiva col pepe di cayenna al posto del carbone. Così, per ricordare a tutti che son stati, per poco tempo, una band hardcore effettiva.
Til’ it clicks è il primo pezzo vero dell’album, e col suo andamento medio iniziale e la tendenza sempre più crescente a irritarsi, portata avanti da quel mostro di Ricketts alla batteria, ci mostra che i quattro riprendono esattamente da quel mid-tempo post-hardcore che avevano inciso su Mercy. Il pezzo si innalza tremendamente dopo la metà con un assolo infinito e O’Donnell che strilla sempre più.
Riot Season è uno dei due pezzi usciti in anteprima, spinge con un riff e un’aria aggressiva che però non fanno mai perdere di vista il messaggio del dover tracciare una linea nella sabbia riguardo i propri sogni e diritti in questi tempi così complicati.
Ancora meglio l’altro singolo Fucking Tenderness, con il suo riff che rimane subito appiccicato in testa e la completa assenza di un ritornello che possa definirsi tale.
She who Steps, invece, sembra volersi fermare a metà con i nostri che si prendono una pausa mentre Ricketts continua a spingere: persi in un turbinio di polvere, ma sono lì a gridare “I have you now” e a sputare fuori distorsioni, a maciullare di botte un pianoforte.

Siamo appena a metà e pare sia passata un’ora tante sono le emozioni che scorrono nelle vene marcite di Prey.
Dal sapore quasi blues è la soffertissima Clean Up Mean, dove O’Donnell riutilizza ottimamente l’esperienza con gli Hawks & Doves (altro progetto tremendamente sottovalutato), mettendo giù una performance vocale ruvidissima e sentita. Probabilmente uno dei pezzi più belli dell’intero lavoro.
La seconda metà del, ahimè, breve disco non cala mai di voltaggio: impossibile non citare una violentissima e mai doma Pan in Flames, un’altra punta di diamante. Sulla chiusura magari si poteva fare di più, visto che dopo un paio di minuti Alabaster Cello finisce col diventare un tantinello ripetitiva.

Spesso capita che dischi del genere alla fine sono solo una scusa per la band per ritornare in giro a suonare, cosa di cui -è evidente- i quattro hanno parecchia voglia, ma Prey non risulta certo uno di quei prodotti prodotti così tanto per. Per la sua violenta brevità è un perfetto compagno di Mercy: sono entrambe opere di una band che suona come nessun’altra sulla scena e che, per quanto in dieci anni non ha mai mostrato di voler modificare il menu, dimostra di non aver perso neanche un grammo dello smalto brillante di prima.

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