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Il Collezionista Di Ossa

Mike Watt, Afghan Whigs, Butter 08: Il Collezionista D’Ossa #34

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Ne “Il Collezionista D’Ossa” andiamo alla riscoperta di dischi del passato che hanno lasciato un segno indelebile nelle nostre esperienze musicali. Questo mese vi ri-presentiamo una tripletta di lavori assolutamente imprescindibili usciti a cavallo tra il 1995 e il 1996: “Ring Spiel Tour ’95”, testimonianza sonora dell’incredibile tour che Mike Watt intraprese in compagnia di Eddie Vedder, Dave Grohl, Pat Smear e William Goldsmith; Black Love, capolavoro assoluto degli Afghan Whigs di Greg Dulli, che proprio quest’anno compie 20 anni e ritorna in una splendida edizione deluxe; l’album omonimo (e unico) dei Butter 08, improbabile e devastante supergruppo formato da Yuka Honda e Miho Hatori dei Cibo Matto, Russel Simins dei Jon Spencer Blues Explosion, Rick Lee degli Skeleton Key e dal regista indipendente Mike Mills.

Mike Watt – Ring Spiel Tour ’95
(Columbia / Legacy, 2016)

Mike Watt

Mike Watt, esattamente come Buzz Osborne dei Melvins, ricopre un ruolo, quello di outsider/leggenda vivente, assolutamente ingiustificato. O meglio, giustificato dal fatto che nessuno dei due, pur avendo influenzato in maniera indelebile il mondo della musica “altra”, abbia mai desiderato entrare nelle grazie del grande e capriccioso pubblico, pronto a incoronare e detronizzare alla velocità della luce i suoi beniamini, infilandoli per sempre o in una bara, o nella scatola delle cose dimenticate.
Ingiustificato, invece, è il fatto che se parli alla maggior parte della gente (che magari a casuccia sua ha un bel dischino degli Stooges, uno dei Pearl Jam, due o tre dei Nirvana e tutta la discografia del cazzo dei Foo Fighters) non abbia la più vaga idea di chi sia Watt. Poco male, perché la frase fatta “pochi ma buoni” gioca a favore della stabilità delle figure da me citate in un olimpo avulso e, di per sé, immortale.
Ciò detto, c’è stato comunque un tempo (e qui siamo nel 1995) in cui erano le rockstar ad andare alla corte dei veri grandi della musica alternativa. Esempio è il disco di debutto come solista dell’ex frontman dei Minutemen (che restano una delle migliori band hardcore di tutti i tempi) intitolato “Ball-Hog Or Tugboat?” che vedeva riuniti in un solo album nomi immensi, sia musicalmente che notoriamente, tra cui Nels Cline, Dave Grohl, Eddie Vedder, Stephen Perkins, J Mascis, Henry Rollins, Carla Bozulich, Pat Smear, Thurston Moore e via dicendo. Impossibile portarsi dal vivo questo stuolo di musici, direte voi, ed avete ragione, dunque a Watt tocca fare una delicata selezione.

Mike Watt

Ciò non di meno su ““Ring Spiel” Tour ’95”, pubblicato quest’anno da Columbia/Legacy, troviamo un combo di assoluta potenza al fianco del bassista/cantante: Eddie Vedder, chitarra e voce, Dave Grohl dietro le pelli e alla chitarra, William Goldsmith dei Sunny Day Real Estate, anch’egli alla batteria, e Pat Smear alla slide guitar. Quel che accade nelle 16 tracce del disco è un coacervo di lercissimo punk di classe e atrocemente sboccato (“Formal Introduction” ci mostra, oltre ai mille fuck il vero potere bassistico di Mike), bordate alt-country insozzate di hardcore (“Big Train”), punk-rock da stadio vuoto e abbandonato (“Against The ’70s” è una perla e ci mostra un Vedder privo di orpelli, di cui mi stavo dimenticando, dati gli ultimi opinabili 15 anni di carriera degli ormai inutili PJ) e via così. La parte più divertente arriva nelle chicche. Si parte con “Habit”, sì, proprio quella che l’anno successivo finirà su “No Code” dei Pearl Jam, che nasce qui e mostra quel bel lato violento di lì a poco dimenticato dal grunge stesso, si continua con una versione bestiale di “Political Song For Michael Jackson To Sing” dei Minutemen (sembra che i guys agli strumenti non vedessero l’ora di suonarla così), si tributano quei grandi dei Blue Oyster Cult coverizzando “The Red And The Black” alla maniera dei veri punk tutti lerciume ed ulcera, e, infine, viene tirata in ballo pure Madonna con “Secret Garden”, il porno-jazzy momento del suo “Erotica”, qui riproposta in una veste alternative/CicconeYouthiana da sturbo con tanto di Pat Smear a far le veci di madame Ciccone.
Insomma, sentite la mancanza di momenti di altissima musica feroce come questo? Ne avete basta del buonismo da rockstar del cazzo? Ascoltatevi questo piccolo documento di momenti migliori, poi tornate al 2016, che di roba buona ce n’è, e anche tanta. Da bravi.

The Afghan Whigs – Black Love (20 th Anniversary Edition)
(Rhino Records / Mute, 1996-2016)

Afghan Whigs

Poco fa vi ho detto di tornare al 2016, ma mi sono ricordato che questa rubrica parla del passato, quindi, cazzo, rimaniamoci ancora un pochino. O meglio, buttiamo un occhio al calendario. Il 12 marzo di quest’anno compiva vent’anni “Black Love”, il quinto album della creatura di un’altra leggenda nascosta nell’ombra, ossia Greg Dulli. Ovviamente parlo degli Afghan Whigs, a cui noi italiani dobbiamo dir grazie per aver ispirato i migliori momenti di un’altra creatura (purtroppo ora tramutata in una piccola orda di zombie in formato musicale), quegli Afterhours che, almeno per il sottoscritto, in gioventù han dato tante soddisfazioni. Ma non divaghiamo. “Black Love” è un disco della Madonna, e su questo non si discute. Arrivava a tre anni da “Gentlemen”, capolavoro assoluto della band di Cincinnati, e si è dimostrato il figlio che cresce prima del padre. Classe, follia, disperazione, bei vestiti, donne, amore malato e pezzi indimenticabili.

Afghan Whigs

Ma questo già lo sapete, che voi ne siate entrati in possesso appena uscito o, come me, solo in seguito (in una bancarella tra le strade di Delft, Olanda). In questa edizione da ventennale ad accompagnare il disco originale rimasterizzato ad hoc, quindi con tanto di suono impeccabile oltre i limiti, troviamo un bel dischetto bonus. E cosa troviamo al suo interno? Anzitutto una splendida versione acustica di “Going To Town”, ribattezzata “Go To Town”, che da folle mina art-rock in odor funky si trasforma in un flebile e sofferto pensiero, con Dulli che rantola e si contorce a bassa voce. Fa capolino la versione demo della conclusiva ed epica “Faded”, spogliata dagli orpelli del pezzo finito ed accompagnata da un graffiante e caldo piano elettrico. Al vertice delle sorprese compare una cover piano/voce/cori del classico dei New Order “Regret”, chiara ispirazione di Dulli e soci, e qui splendido e morbido tributo alle atmosfere create da Bernard Sumner.
Momento sollazzo con le jam dedicate a Wynton Kelly e Mick Taylor (i Rolling Stones sono da sempre pallino di Dulli, non è una novità) che ci mostrano il lato creativo in studio dei nostri, giusto per capire come han preso forma i pezzoni del disco. E questo è quanto: per “Black Love” un compleanno importante, niente più e niente meno di quanto già sapevamo, per noi, dato il periodo, un possibile bel regalo da farci a Natale. Almeno, io me lo farò, voi fate un po’ quel cacchio vi pare.

Butter 08 – Butter 08
(Grand Royal, 1996)

E niente, questo “Collezionista di Ossa” me lo sono giocato tutto a cavallo tra 1995 e 1996. Segno che in quegli anni c’era fermento? Potete scommetterci le scarpe, carini. Nessuna ristampa, o materiale di recupero, in questo caso (il disco l’ho recuperato spulciando in un negozietto), ma il leitmotiv “leggende nascoste” è ancora qui a farmi compagnia. Questa volta pure io mi ero dimenticato dei Butter 08, supergruppo (sì, anche nel ’96 c’erano i supergruppi) formato nientemeno che da Yuka Honda e Miho Hatori dei Cibo Matto, Russell Simins di quei matti dei Jon Spencer Blues Explosion, Rick Lee dei mostri sperimentatori Skeleton Key (ma anche visto dalle parti dei Melvins e degli stessi Cibo Matto) e dal regista indipendente Mike Mills.
Una formazione così imprevedibile poteva uscire solo su un’etichetta altrettanto stramba come la Grand Royal dei Beastie Boys. Cosa aspettarsi da un disco come questo? E chi cazzo lo sa? Nulla, tutto, un disastro di riferimenti al sesso? Mattonate psycho-rock (no, non ho sbagliato, intendo proprio psycho) lanciate a 100 km/h (brutale l’opener “9MM”, pachidermica invece è “Mono Lisa”), svisate degne del miglior rock-sventies-colonnasonoradijamesbond (“Dick Serious”), pillole art-pop zuccherose e colorate (Miho e Yuka sono esperte della materia e dunque “Butter Of 69” dà i risultati che uno si aspetta), porno-loungeismi di classe (“How Do I Relax” e “Sex Symbol” fanno al caso vostro se volete passare una seratina calda), situazioni al limite del punk-rock più malandato (“It’s The Rage”, con alle tastiere ospite d’eccezione Sean Lennon, è una versione incazzosa dei Pizzicato Five), hardcore assassino che prende di mira Star Wars (“Degobrah” sulla quale sbraita Evan Bernard, altro regista/fotografo amico dei BB) e sintomi hip hop lontani lontani (“Butterfucker”).
Un bel misto di tutto quel che può far contenti nerd, geek, pazzi e idealisti musicali. Peccato che sian durati l’arco di un disco.

 

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