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Childish Gambino – “Awaken, My Love!”

2016 - Glassnote
soul / funk / r&b

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Tracklist

1. Me And Your Mama
2. Have Some Love
3. Boogieman
4. Zombies
5. Riot
6. Redbone
7. California
8. Terrified
9. Baby Boy
10. The Night Me And Your Mama Met
11. Stand Tall


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È probabile che fuori dagli States, il nome di Donald Glover non evochi nulla di particolare. I cultori delle serie tv però, potrebbero ricordare la sitcom “Community” e il personaggio di Troy Barnes. Si è letto e sentito un gran bene anche della più recente “Atlanta”, spaccato di vita famigliare afro americana, con la scena rap della capitale georgiana come sfondo. Da noi ancora inedita ma molto ben accolta dalla critica televisiva d’oltreoceano. Sul versante musicale invece, si è fatto conoscere con lo pseudonimo di Childish Gambino, nome che evoca un immaginario inequivocabilmente gangsta rap e difatti, scelto tramite un generatore sulla pagina Facebook del Wu-Tang Clan. Genere col quale, non ha comunque nulla a che spartire.

Volutamente eccessivo e pacchiano, il percorso recitativo l’ha portato a inserire forti connotazioni comiche e satiriche anche nel modo di concepire i suoi prodotti musicali. Inizialmente autore di un rap obliquo e trasversale nella scelta delle sonorità applicate alle produzioni, dopo due lavori passati piuttosto sotto traccia, ottiene ottimi consensi di pubblico, nonché una nomination ai Grammy Awards, nel 2013 con “Because the Internet”. Malvisto dalla stampa specializzata, in particolare da Pitchfork, che lo dipinge travolto e confuso dalla sua stessa poliedricità, il lavoro mostra comunque un artista che sta raggiungendo una certa maturità stilistica e lirica, iniziando a rivelarne anche le apprezzabili doti canore. Confermate ed affinate l’anno dopo con l’extended play “Kauai”, decisa sterzata verso un discorso RnB/ nu soul. Sempre sotto egemonia di una vena dissacrante e beffarda, tanto nell’attitudine alla scrittura, quanto nel rifiuto del ricorso a soluzioni musicali ben inquadrate e facilmente etichettabili.

Arriva quindi il 2 Dicembre 2016, e con esso l’uscita di “Awaken, My Love!”. Anticipato da “Me and Your Mama” e “Redbone”, che lasciavano già presagire l’abbandono (definitivo?) del rap in favore di un cantato soul dal gusto piuttosto retrò. Pezzi che al pari della copertina, terrificante, mettono immediatamente in tavola le carte della nuova scommessa di Donald: amore per la provocazione (e il titolo del primo singolo la dice già lunga a riguardo eheh), le scelte inconsuete e l’irriverenza più sfrontata. Qualità senz’altro notevoli ma che incise su supporto magnetico, rimarrebbero fini a sé stesse, non fossero inserite in una cornice che più black non si potrebbe. La psichedelia dei Parliament/Funkadelic, i groove seminali di Bootsy Collins, l’esigenza comunicativa di Marvin Gaye e del mai troppo ricordato Baby Huey, il dirty south di Outkast e Goodie Mob. Tutto questo, e probabilmente molto altro, ha senz’altro costituito il necessario nutrimento creativo per l’autore e lo staff che l’ha accompagnato durante la lavorazione. A partire dal chitarrista e compositore svedese Ludwig Göransson, collaboratore storico anche per quanto concerne l’esperienza televisiva. Oltre che col suo strumento principale, il musicista scandinavo fornisce prove brillanti in fase produttiva e d’arrangiamento, giocando con sintetizzatori, macchine e altri strumenti, fornendo di volta in volta tappeti sonori adeguati alle prodezze del suo socio. Non si può poi non tenere conto dell’apporto del polistrumentista di origini asiatiche Ray Suen, all’occorrenza chitarrista o tastierista, né di altri interventi di cui prenderemo atto soffermandoci sulle singole tracce.

Si comincia subito al meglio con la già citata “Me and Your Mama”. Se si riesce a resistere alla tentazione di skippare, causa un’introduzione corale poggiata su un synth bello arrogante e alcune note di piano filtrate,  reiterata ripetendo la stessa frase per oltre due minuti (probabile trollata dell’autore), si viene investiti da un riff  e una sezione ritmica potentissimi. Vocalmente, Gambino appare immediatamente in forma e consapevole dei propri mezzi. Confezionando un collage di citazioni di brani a tema sentimentale, lascia immaginare questa improbabile storia d’amore con la mamma (o fidanzata? Il termine viene spesso usato per riferirsi a entrambe le figure femminili) di chissà chi, rigorosamente consumata sotto l’effetto di THC. Bella anche la coda, affidata ad un synth molto corposo che ad alcuni ricorderà l’uso che ne fanno Madlib e, in certi brani, Flying Lotus. Viaggio ripreso verso fine tracklist con “The Night me and Your Mama Met”. Strumentale a metà tra i blues prettamente chitarristici e i gospel/spiritual, che si avvale anche della presenza di un coro. Momento altamente evocativo e poetico benché privo di parole e dal titolo strafottente. Mentre i Parliament George Clinton, Eddie Hazel e Fuzzy Haskins, idealmente evocati a più riprese, si manifestano fisicamente nella strabordanza funk di “Riot”. Amarissima a dispetto del sound (apparentemente) “love song oriented” risulta invece “Redbone”. Prendendo come pretesto una relazione in crisi, Bino lascia leggere tra le righe che a suo avviso, il tempo per la riconciliazione tra la comunità nera e il resto della popolazione americana, sia definitivamente scaduto. Tema portante anche di “Boogieman”, gioco di parole tra Bogeyman, l’uomo nero che spaventa i bambini e boogie, il termine con cui agli albori del jazz ci si riferiva al ballo, altra marcata deriva funkadelica.

Ma in generale, l’intero comparto lirico di “Awaken, My Love!”, risulta sì risibile, ma sempre fino a un certo punto. Donald non veste certo i panni del nero che si piange addosso, facendo ricadere la colpa della sua ancora difficile posizione sociale, interamente sui bianchi. La sua critica si fa anzi più sferzante quanto più all’interno della propria comunità volge lo sguardo. L’esempio più eclatante è forse “Zombies”, in cui accompagnato dalla cantante Kari Faux, denuncia la tendenza al parassitismo dei neri meno abbienti, nei confronti di quelli che hanno faticato per ritagliarsi una condizione più agiata. Non manca poi di perculare la superficialità e il materialismo della gioventù su “California”, allegra cafonata per organetto, bottiglie e…sì, autotune, questo abusato (e a mio avviso: odioso) escamotage per rendere ascoltabile anche la voce dei geneticamente stonati. Traccia che fa il paio con la successiva “Terrified”, decisamente più soulful, dove si tratta delle riflessioni di chi si rende conto che il mondo luccicante venduto dai media, non sia esattamente alla portata di tutti. Non ci si faccia però ingannare dal cinismo, a onor del vero, mai ostentato troppo spudoratamente, per buona parte del disco. C’è anche spazio per i sentimenti e le intenzioni migliori, come testimoniato da “Baby Boy”, toccante dedica dell’autore al figlio nato da poco. 

Volendo soffermarci solo sugli aspetti musicali, il dato che emerge maggiormente è che, seppur bravo, Childish Gambino non sia un cantante in senso stretto. Il suo approccio è, manco a dirlo, totalmente non convenzionale, così come lo era quello al rap, dettato più dall’istinto che dallo studio. Non si voglia con questo intendere però, che l’album sia una buffonata. I musicisti che hanno dato un decisivo contributo alla sua realizzazione, sono tutti professionisti di lungo corso e la cosa, non può certo passare in secondo piano. Volendo potremmo dire che con questa sua ennesima maschera, l’attore californiano abbia voluto fare il punto della situazione su un momento storico non facile per la sua gente. Il tutto filtrato attraverso le splendide invenzioni musicali da essa partorite negli anni, a cui paga un sentito tributo.

 

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