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Run The Jewels – Run The Jewels 3

2016 - self released
hip hop

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Tracklist

1. Down (feat. Joi)
2. Talk To Me
3. Legend Has It
4. Call Ticketron
5. Hey Kids (Bumaye) (feat. Danny Brown)
6. Stay Gold
7. Don't Get Captured
8. Thieves! (Screamed The Ghost) (feat. Tunde Adebimpe)
9. 2100 (feat. BOOTS)
10. Panther Like A Panther (Miracle Mix) (feat. Trina)
11. Everybody Stay Calm
12. Oh Mama
13. Thursday In The Danger Room (feat. Kamasi Washington)
14. A Report To The Shareholders: Kill Your Masters (feat. Zack De La Rocha)


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La mattina del 25 Dicembre, quei mattacchioni di El-P e Killer Mike, hanno deciso di fare ai propri ascoltatori uno dei più graditi regali natalizi di sempre: rilasciare in free download l’attesissimo “Run The Jewels 3”, previsto per il prossimo 13 Gennaio. Ultimo capitolo di un felicissimo connubio artistico iniziato nel 2012, quando El-Producto si occupò di produrre per intero “R.A.P. Music” di Mike, allora noto soprattutto per gravitare attorno alla Dungeon Family, collettivo hip hop/RnB di Atlanta comprendente tra gli altri anche gli Outkast.

Non era affatto scontato che combinando le strumentali schizoidi del primo con l’irruenza lirica del secondo, il risultato fosse vincente. Invece, ci si ritrovò nelle orecchie uno dei lavori più interessanti dell’anno. Da lì a consolidare l’ottima intesa creatasi con un progetto in tandem, il passo fu breve. Nell’estate 2013, la scena hip hop mondiale fu investita dall’arrivo dei Run The Jewels col primo lavoro omonimo, che sarebbe riduttivo descrivere come “ventata d’aria fresca”, essendosi trattato di un vero e proprio tornado. Sfrontati, irriverenti e minacciosi fin dal nome, espressione banditesca simile al nostrano “o la borsa o la vita”, non poterono che conquistare immediatamente i favori di pubblico e critica, ennesima consacrazione del talento visionario e sperimentatore di El-P e giusto riconoscimento delle notevolissime doti al microfono di Killer Mike, relegate fino ad allora a una nicchia di pochi affezionati.

Folle combinazione di un background fieramente hip hop con pesanti contaminazioni elettroniche, cavalcato da flussi lirici tecnicamente ineccepibili, intrisi di immagini e suggestioni sfacciatamente quanto ironicamente caustiche. Acclamati scardinatori di qualunque tipo di conformismo, riuscirono ad alzare ulteriormente l’asticella del livello l’anno dopo con “Run The Jewels 2”, non semplice conferma ma affinamento di quanto già dimostrato. Sempre più aperti alle collaborazioni con artisti provenienti da altri generi, velenosi nei confronti del “sogno americano”, maligni coi benpensanti, spietati coi colleghi ritenuti fiacchi, la loro fama di crew leggendaria viene cementata da un incendiario tour mondiale. E chi come il sottoscritto, ha già avuto la fortuna di vederli live, sa di cosa sto parlando.

Era quindi comprensibile che, già nei mesi scorsi, attorno al terzo capitolo di questa fortunata saga, si creassero aspettative piuttosto consistenti. Pienamente legittimate dal rilascio dei primi inediti che ritroviamo, in ottima compagnia, a far bella mostra di sé in questo “RTJ3”. Se “Talk To Me” gasa non poco per la commistione tra un campione, che ha tutta l’aria di provenire da qualche colonna sonora del filone blaxploitation, e le solite legnate made in El-P, “Legend Has It” è un maestoso hip hop anthem, chiaramente nell’accezione compatibile col duo, in grado di fare muovere il collo pure a Maurizio Costanzo. Ma la traccia che aveva portato l’acquolina in bocca oltre i livelli di guardia, è “2100”, rinnovata collaborazione con l’alternativo dell’RnB BOOTS, presente anche nel secondo episodio e allora già responsabile di alcuni successi di Beyoncé. Qui veramente, si vola: il tappeto sonoro è un’ennesima lezione di stile dell’ex Co-Flow, che su quella che potrebbe essere tranquillamente una ballad, non può fare a meno di inserire distorsioni, cambiare di posto i pattern ritmici e fare entrare e uscire una marea di suoni. Mikey ci mostra un’insolita e apprezzabile vena canterina, e la dolcezza del ritornello di BOOTS, crea un contrasto irresistibile con l’amarezza dei versi dei padroni di casa.

Va sottolineato come tutte le collaborazioni del disco, si rivelino assolutamente riuscite. A partire dal lavoro dietro le quinte di tali Little Shalimar e Wilder Zoby, co-produttori di tutte le tracce e presumibilmente co-responsabili del fatto tutto suoni GIGANTESCO. Sempre precisi e musicali gli scratch di Trackstar, dj ufficiale del gruppo, decisivi gli apporti di artisti di prim’ordine quali i chitarristi Matt Sweeney e Mike Bones. E non dimentichiamo lo stimato producer Danger Mouse, al piano nell’inquietante “Thieves! (Screamed The Ghost)”, nel cui refrain si può apprezzare la voce di Tunde Adebimpe, membro dei Tv On The Radio e recentemente dei Nevermen dell’instancabile Mike Patton. Menzione obbligata anche per il sax di Kamasi Washington su “Thursday In The Danger Room”,  decisivo nel permeare di malinconia una traccia già di per sé piuttosto toccante, consistendo in una lucida riflessione sulla morte. Due solamente le collaborazioni sul versante rap. E manco a dirlo, clamorosamente ben riuscite: un sempre più schizzato Danny Brown, sull’esplicito invito alla rivolta all’establishment della società consumistica di “Hey Kids! (Bumaye)”, e niente meno che Zack De La Rocha (‘member Rage Against The Machine?! – i fan di South Park coglieranno – ) sulla doppietta killer posta a chiusura dell’album, e che nella parte in esame prende l’esplicito titolo di “Kill Your Masters”. Ah a gridare tale slogan, c’è anche una delle Pussy Riot.

Per quanto concerne il duo titolare, cosa volete che vi dica? Non ne sbagliano mezza. Tutte le strumentali sono oblique, elaborate, potenti, piene e forse addirittura sature di ghost note e finezze che richiedono più di un ascolto per essere colte. L’arte del rap è qui portata ai massimi livelli, dalla componente tecnica già impareggiabile e spinta ancora oltre, all’efficacissima e inimitabile convivenza di turpiloquio a fini ludici e critica sociale molto sentita e ben calibrata. Nessuna concessione a nessun tipo di manierismo, bandito il politicamente corretto, severamente vietato prendersi troppo sul serio. Eh sì, perché a dispetto dell’urgenza comunicativa che trasuda da ogni singolo suono e parola, quello che distingue i RTJ dagli innumerevoli “altri”, è un sense of (black) humour di uno spessore allucinante.

Potrei stare ancora qui a dissertare sul fatto che “Call Ticketron”, “Stay Gold” o “Everybody Stay Calm” siano autentiche mine da repeat compulsivo o di come il testo di “Panther Like a Panther” sia una delle cose più gravi e al tempo stesso divertenti che vi capiterà mai di sentire. Ma a che servirebbe? Spiace chiudere con una chiosa da recensore tanto stereotipata come: “Il disco si candida con larghissimo anticipo ad essere annoverato tra le migliori uscite del 2017”, davanti a tanta magnificenza. Ma visto il livello irraggiungibile di questo album, temo di non poterne proprio fare a meno. Entrate nel pazzo mondo di Jaime e Michael e chiudete bene la porta, mi raccomando.

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